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30 marzo 2014

NAPOLITANO E "IL RILEVANTE PROBLEMA POLITICO DELL'€UROPA"

Bettino Craxi e Giorgio Napolitano
Per trenta anni, dal 1945 al 1978, il PCI era stato all’opposizione. Ma negli anni settanta sfiorava il consenso della D.C. e quindi, di fatto, teneva fuori dalla dinamica politica e dal governo del paese più di un terzo degli italiani. Enrico Berlinguer aveva cercato una soluzione al problema posto dal Golpe Cileno nel lungo e sofferto compromesso con le forze più disponibili della parte cattolica, rappresentate da Aldo Moro. Ma a dicembre Aldo Moro era morto da sette mesi.
Erano stati mesi difficili, sia Andreotti che il PSI si opponevano. L’accordo di governo che aveva portato alla formazione del gabinetto Andreotti IV, un monocolore democristiano con appoggio del PCI, durò solo un anno, e naufragò proprio a cavallo di questa decisione (anche se non solo per questa).
 
Tutto questo pesava sulle spalle di Giorgio Napolitano, Responsabile Economico del PCI, quando prende la parola e con un lungo e sofferto discorso esprime la dichiarazione di voto contrario alla ratifica dell’entrata dell’Italia nello SME.
Dichiarerà, infatti, il deputato campano, rivolto al Presidente del Consiglio, Andreotti: “Ella ha ritenuto di dover compiere una scelta, che consideriamo rischiosa e da cui dissentiamo, e di doversi assumere una responsabilità che non ci sentiamo di condividere”. 
Enrico Berlinguer e Aldo Moro
Il giorno prima Luigi Spaventa, parlando per conto della stessa forza politica, aveva pronunciato un forte e argomentato discorso contro la stessa decisione. In essa aveva denunciato che “quest’area monetaria rischia oggi di configurarsi come un’area di bassa pressione e di deflazione, nella quale la stabilità del cambio viene perseguita a spese dello sviluppo dell’occupazione e del reddito”.
Napolitano segue la stessa strada, ma aggiunge un punto decisivo: il “rilevante problema politico” che è posto nella decisione in oggetto è questa se serva allo scopo di “un sostanziale riequilibrio all’interno della Comunità Europea”, o piuttosto a “sortire l’effetto contrario”. Il Problema Politico è, in altre parole, “se il nuovo sistema monetario debba contribuire a garantire un più intenso sviluppo dei paesi più deboli della Comunità, delle economie europee e dell’economia mondiale, o debba servire a garantire il paese a moneta più forte, ferma restando la politica non espansiva della Germania federale e spingendo un paese come l’Italia alla deflazione”.

Credo non si possa dire in modo più “crudo”. Cioè secondo quella che Napolitano chiama la “effettiva e cruda realtà”. Si potrebbe dire così: dietro le parole e le retoriche, dietro la generosità del “collega ed amico Altiero Spinelli” (cui direttamente Napolitano di rivolgerà), cosa è all’opera?
Il problema “politico” (cioè dietro parole e azioni, dietro forza e legittimità) è questo, e davanti a questo problema siamo ancora: <a chi, e a cosa, serve l’Unione Europea>? E’ fondamentalmente lo strumento che consente ai potenti di “vestire” la loro forza per farla digerire ai deboli, legandoli in qualche modo anche con il vincolo delle parole (che è più forte di quanto sembri); oppure è il luogo nel quale si incontrano “pari diritto” e si trovano terreni comuni, costruendo un <noi>? Quale è il suo scopo centrale? <Unire> (e quindi ridurre le differenze) o <dominare> (e quindi consolidarle ed ampliarle)?

Secondo l’analisi proposta da Napolitano, se lo scopo della fase era di “far fronte ad una crisi di portata mondiale, accelerare lo sviluppo delle economie europee, combattere la disoccupazione e, insieme, ridurre l’inflazione”, la stabilità dei cambi era solo un modo, uno strumento utile, ma non centrale. La stabilità nei rapporti tra le monete doveva necessariamente passare per l’avvicinamento delle politiche economiche e finanziarie. Proprio perché, come disse il giorno prima Luigi Spaventa, “la moneta è la più endogena della variabili”, e come disse quindi Napolitano “le fluttuazioni dei cambi … sono il riflesso di squilibri profondi all’interno dei singoli paesi, all’interno della Comunità europea e nelle relazioni economiche internazionali”. Per questo, invece di mettere il <carro> di un accordo monetario davanti ai <buoi> di un accordo per le economie, occorreva mettere le cose nel giusto ordine.
Ma questo avrebbe significato, e ancora lo implica, sciogliere il “problema politico”. Decidere a che serve l’Unione. Anzi, a chi serve.

Non aver affrontato il tema politico vero ha portato ad accettare la chiusura di una trattativa che di fatto rinnega tutti i termini negoziali (anche quelli “irrinunciabili”) posti nelle sedute del 10 ottobre alla Camera e del 26 ottobre al Senato. Nella prima seduta Morlino, Ministro del Bilancio, ebbe infatti a dire: “L’Italia prende parte alla trattativa sul nuovo sistema monetario con un sincero animo europeistico - ne parlerà diffusamente il Ministro del Tesoro -, con la ferma convinzione della necessità di una sua sollecita conclusione e, nella visione realistica che è presupposto di ogni concreto progresso, ritiene che la trattativa debba tener conto di alcune esigenze di fondo. L’esigenza per l’Italia di svilupparsi ad un tasso superiore a quello medio della Comunità economica europea richiede che il processo di integrazione non solo sia in grado di sviluppare correnti commerciali idonee a sostenere il desiderato ritmo di attività, ma anche il trasferimento, verso il nostro paese, di risorse capaci di consentire una formazione di capitale che possa abbinarsi con la larga disponibilità di lavoro non utilizzata. Solo così, infatti, sarà possibile, in coincidenza con l’azione programmata all’interno del paese per una più efficiente utilizzazione delle risorse, riportare il tasso di accumulazione ai valori propri delle maggiori economie industriali e far recedere, sostanzialmente, il nostro tasso di disoccupazione attualmente di due punti superiore a quello medio comunitario.
Dobbiamo, quindi, stare in questa trattativa da protagonisti, con gli impegni più gravosi che ciò comporta per noi, ma anche con tutte le peculiarità della nostra specifica condizione economica e sociale e farle valere non come un onere per gli altri, ma come problemi comuni, affrontando i quali la costruzione dell’unità europea diventa un fatto completamente nuovo”.

Questo era il mandato sul quale il Governo si era seduto a trattare nelle decisive giornate di inizio dicembre, e che lo aveva indotto, secondo le parole dell’On Napolitano a porre “come una delle condizioni non scambiabili con le altre, quella del trasferimento di risorse e della revisione delle politiche comunitarie in funzione dello sviluppo delle economie meno prospere”; questo è stato il mandato tradito nell’ultimo giorno.
Le conseguenze sono drammatiche, non viene evitato ma è corso deliberatamente il rischio “di veder ristagnare la produzione, gli investimenti e l’occupazione invece di conseguire un più alto tasso di crescita; di vedere allontanarsi, invece di avvicinarsi, la soluzione per i problemi del mezzogiorno”, di dover più volte svalutare ed alfine di prendere per necessità “drastiche politiche restrittive”.

Si, deliberatamente, Giorgio Napolitano non nasconde affatto la sua idea. Che il Governo abbia ceduto alle forze esterne (in particolare la Bundesbank), ma soprattutto a quelle componenti interne che “in chiave anticomunista”, hanno fatto il calcolo “di far leva su gravi difficoltà che possono derivare dalla disciplina del nuovo meccanismo di cambio europeo per porre la sinistra ed il movimento operaio –eludendo la difficile strada della ricerca del consenso – dinanzi ad una sostanziale distorsione della linea ispiratrice del programma concordato tra le forze della maggioranza, dinanzi alla proposta di una politica di deflazione e di rigore a senso unico”.
Che, cioè, il Governo Andreotti (come noto esponente della fazione di destra della DC e da sempre ostile al Compromesso Storico) avesse sfruttato il vuoto aperto dalla scomparsa di Moro (ex Presidente del Partito) per usare a fini interni l’importante passaggio europeo.

Si arriva così, in sede di trattativa finale, a sostituire i termini, allontanando l’obbligo di intervenire per i paesi più forti, a contenere entro il 3% l’entità dei prestiti disponibili per Italia ed Irlanda ed alla loro esclusione (particolarmente illuminante) da progetti di sviluppo industriale in grado di <alterare la competitività>. Si arriva anche al rifiuto netto della Francia per l’aumento del Fondo Regionale e alla modifica della PAC.

Per il Partito che di lì a poco tornerà all’opposizione la soluzione non può essere la resa anche se  l’acutezza dei problemi che il paese aveva davanti non sono nascosti, ed anzi enunciati con chiarezza nel discorso di Napolitano, la produttività stagnante, il costo del lavoro, la competitività (passano i decenni ma sono sempre gli stessi), se anche la <via italiana> che aveva condotto il paese fuori del dopoguerra (sostanzialmente quella che poi percorrerà la Cina), con “svalutazione strisciante, alto tasso di inflazione, economia sommersa e lavoro nero” non è più sostenibile. Non ci si può arrendere all’imposizione del “vincolo esterno di un rigoroso meccanismo di cambio” che stabilizzi l’Italia in posizione subalterna. Il nodo politico va sciolto.
Per farlo il PCI propone quel giorno, tramite Giorgio Napolitano, di rinviare –come farà l’Inghilterra- l’adesione, di trattare ancora, di non cedere alle pressioni dei telegrammi di Schmidt, di ricercare una maggiore forza contrattuale. Chiede di riconoscere che l’interesse del paese coincide con “la causa dello sviluppo della Comunità su basi di maggior coordinamento e integrazione delle politiche economiche in direzione delle regioni più arretrate.”

Non succederà.

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