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3 ottobre 2011

Sciopero della fame nelle carceri israeliane

Da due giorni i prigionieri palestinesi nelle prigioni israeliane stanno portando avanti uno sciopero della fame per chiedere il miglioramento delle loro condizioni. Di fronte alla croce rossa di Gaza è stato allestito un presidio in loro solidarietà. Ai prigionieri è proibito comunicare con chi si trova fuori dal carcere, vengono torturati, tenuti in isolamento o in prigioni sovraffollate, non vengono loro formite le cure adeguate in caso di malattia, e in diversi casi vengono uccisi.
Silvia Todeschini da Gaza

«Sono stato in prigione dal 15 Ottobre 2003 al 31 dicembre del 2005» racconta Mohammed Abu Uda, uno dei tantissimi esempi di prigionieri di Gaza. Lo hanno arrestato perchè qualcuno aveva fatto il suo nome, sostenendo che faceva parte della resistenza. Racconta che secondo la legge Tamir le dichiarazioni di chiunque che faccia il nome di qualcuno equivalgono alla confessione di chi viene nominato: qualcuno sotto tortura aveva fatto il nome di Mohammed e lui viene portato nella prigione di Askelon, dove viene sottoposto a 68 giorni di investigazione. «mi hanno tenuto 30 giorni in isolamento, uscivo solo per l'interrogatorio. Questi interrogatori duravano dalle 8 alle 24 ore, periodi nei quali non potevo mangiare ne' bere ne' dormire. Una volta mi hanno interrogato per 64 ore di seguito...».
Dopo l'investigazione è stato portato nella cosiddetta stanza degli uccelli, dove c'erano uomini che si fingevano suoi amici solo per carpire informazioni e riferirle ai sionisti. «mi avevano condannato a 5 anni e 6 mesi, ma alla fine sono rimasto dentro 6 anni e 6 mesi. Sai, in prigione si imparano tante cose, che poi non si dimenticano più per tutta la vita. Per questo noi chiamiamo la prigione "università"».

Abu Hamzi, uno degli organizzatori del presidio alla croce rossa, spiega le ragioni della protesta: «vengono imprigionati i nostri leader, come Sa'adat e Bargouti, vengono tenuti in isolamento, viene loro impedito di comunicare con la famiglia o con chiunque» Il loro scopo, sostiene, è quello di tagliare i ponti dei contatti politici dei detenuti con chi resta fuori Fa alcuni nomi: Khaleel Abu Khandeeja, Ishaq Haraga, Ali El Jaafri, Ibrahim Elraiy, dicendo che sono morti in carcere, per le torture subite durante l'investigazione, o per la mancanza di medicine o durante uno sciopero della fame (che solitamente vengono repressi con la forza).

Ad oggi sono presenti circa 6000 palestinesi nelle carceri israeliane, e 203 detenuti palestinesi sono stati uccisi dopo l'arresto o sono morti nelle carceri israeliane.
La presenza stessa di prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane è illegale anche secondo la legge internazionale, in quanto in situazioni di guerra è possibile avere prigionieri, mentre in situazioni come quella palestinese di occupazione, si possono avere solo detenuti, ed essi devono essere sottoposti ad un processo civile ed essere detenuti all'interno del territorio occupato (e quindi a Gaza e non nei territori del '48). La situazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane è resa poi particolarmente grave da alcuni fattori: vengono imprigionati minori, i prigionieri vengono sottoposti a tortura, esiste ancora la detenzione amministrativa (cioè è possibile rimanere in carcere fino a diversi anni senza un'accusa formale) e da parte dei prigionieri non è possibile comunicare con le proprie famiglie.

Ogni lunedì, a Gaza, si trovano le madri e le mogli dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane davanti alla croce rossa, per ribadire il loro diritto a poter comunicare con i parenti imprigionati, e per cercare di mantenere alta l'attenzione sulla questione. Da domani alcune di queste donne inizieranno uno sciopero della fame in solidarietà con i prigionieri. Il ministero dei detenuti ha annunciato diverse manifestazioni ed iniziative, tra cui lo stop delle visite.

«Noi palestinesi continueremo a sostenere anche con lo sciopero della fame i prigionieri, fino alla vittoria!» dichiara Abu Hamzi «e chiediamo al mondo che si dice democratico di schierarsi al fianco dei nostri prigionieri e contro l'occupazione israeliana, perchè è appunto l'occupazione ad essere causa di tutti questi mali.»

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