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3 marzo 2010

VERITA' SCOMODE SUL SIONISMO CHE "ESISTE REALMENTE"


Di Jacques Hersh
Monthly Review/CEPRID 

"I festeggiamenti in occasione del sessantesimo anniversario della fondazione dello stato d’Israele hanno portato sentimenti contrari per quelli di noi che sono sopravissuti all’ Olocausto. Il motivo di questa ambivalenza è che, mentre i sopravissuti al genocidio Nazi  festeggiano la creazione di uno stato ebraico nel 1948, in pochi si rendevano conto che il costo umano e le ingiustizie che sono state commesse, si stanno commettendo e continueranno a perpetrarsi contro i palestinesi arabi nel nostro nome". 
Lo slogan “Mai Più” che era il pensiero dominante nella psiche ebraica in quegli anni era relazionata principalmente con il destino degli ebrei europei. Tuttavia, alcuni sopravvissuti hanno trovato difficile capire perché, dopo il massacro scientifico e industrializzato di milioni di ebrei e di altri gruppi etnici e nazionalità, insieme alla persistenza dell'antisemitismo, sia in Europa che e in America del dopoguerra, le grandi potenze sono state pronte per accedere al progetto di una patria per gli ebrei. Era questo cambio di cuore una semplice reazione alla colpa per il tiro giocato agli ebrei europei o c’era qualche “intelligente disegno” che implicava la linea di un' architettura politica internazionale futura alla cui nascita poteva contribuire alla formazione di un nuovo stato?
Difatti, con la creazione d’Israele sembrava aver luogo un cambiamento nella cultura politica degli ebrei, gentili e arabi. In retrospettiva, questa trasmutazione dimostrerebbe avere una grande trascendenza nella forma del mondo futuro. Il pieno raggiungimento di questo fenomeno storico non si vide in quel momento. Non fu possibile fino alla fine della Guerra Fredda e la sparizione dell’ Unione Sovietica  quando si poté discernere il contorno di un nuovo ordine internazionale. La verità è che il mondo era arrivato ad un punto finale come suggeriva la tesi di Francis Fukuyama del “finale della storia”. Al suo posto fu proposta una struttura nuova di contrasto formulata dall’esperto britannico su Israele e l’Islam, Bernard Lewis, e sostenuta più tardi dallo scienziato politico statunitense Samuel Hungtington.

Fondamentalmente, la tesi dello “Scontro di Civiltà” ha introdotto un nuovo paradigma per l'agenda politica internazionale che fu velocemente adottata dai neoconservatori degli Stati Uniti ed dal Partito Likud d’ Israele.
Teoricamente e ideologicamente la tesi disegnò una linea divisoria tra “Occidente e gli altri”. In questa proiezione, l’ Occidente è considerato il depositario della civiltà giudeo–cristiana e questo include lo stato ebraico. Durante il periodo della Guerra Fredda, Israele si è spostato dalla sua posizione iniziale di neutralità tra le due superpotenze in quel periodo, per diventare un bastone occidentale in Medio Oriente. In questo contesto spesso si dimentica che l' Unione Sovietica espresse la sua riconoscenza diplomatica al nuovo stato dopo pochi minuti che venne proclamato- senza neanche considerare le conseguenze per i partiti comunisti del mondo arabo.

L’appoggio dell' Unione Sovietica allo stato emergente, in forma di assistenza militare nella lotta per la liberalizzazione sionista, si basava sulla ragione logica  che questo avrebbe debilitato l’imperialismo britannico nella regione. Questa supposizione si dimostrò corretta, ma con una perspicacia maggiore si poteva prevedere che gli Stati Uniti avrebbero sostituito la Gran Bretagna e si sarebbero convertiti nell’attore principale nella regione così come nell’alleato principale d’ Israele.
Le relazioni tra gli USA ed Israele sono diventate molto strette a partire dagli anni '60 tanto che gli intellettuali statunitensi hanno cominciato a dibattere se non sarebbe la lobby israeliana di Washington a determinare la politica statunitense in Medio Oriente a spese degli interessi nazionali degli Stati Uniti. Dall’11 settembre, questa alleanza è diventata ancora più forte. 

La fedeltà allo stato d’ Israele è diventato un criterio di correzione politica per i candidati alla Casa Bianca che discutono su cosa sarà meglio per proteggere gli interessi israeliani. Nel suo commemorativo discorso del Knesset (parlamento israeliano) il 15 maggio del 2008, il presidente Bush dichiarò che gli Stati Uniti  erano orgogliosi di essere il “migliore e più intimo amico del mondo” di una nazione che era la “patria del popolo eletto” che “ha lavorato instancabilmente per la pace e …..lottano valorosamente per la libertà”. Rispetto ai palestinesi, che commemoravano la Nakba (catastrofe), quando 700.000 dei loro antenati fuggirono e furono espulsi dalle loro case per la violenza militare che seguì alla dichiarazione d’indipendenza israeliana- il presidente ha avuto parole “incoraggianti”. Quando Israele ha celebrato il suo 120° anniversario, lui aveva la visione che i palestinesi avrebbero avuto “la patria che tanto avevano sognato e meritato- uno stato democratico governato dalla legge”. Per il 2068, profetizzava il presidente, il Medio Oriente sarà formato da “società libere e indipendenti” e Hamas, Hizbulà e Al-Qaeda saranno distrutti.  In altre parole, saranno necessari altri sei decenni prima di poter dichiarare “missione compiuta”- l’accettazione completa da parte del mondo arabo- musulmano- di un ordine regionale imposto dagli Stati Uniti e Israele. Anche per gli stessi membri dell’amministrazione Bush che hanno creduto di poter creare la loro propria realtà, questa predizione sembra illusoria.
Oltre alle supposizioni futuriste sull’evoluzione delle politiche in Medio Oriente, questa previsione si basa sul presupposto che i paesi della regione accetteranno un simile regime geopolitico e che gli interessi degli Stati Uniti e d’Israele rimarranno fissi su questo obiettivo non importa il costo che essa comporterà. La crisi egemonica che attualmente gli Stati Uniti soffrono non può non colpire le possibilità future di imporre una “Pax Americana” nel mondo.

Non c’è neanche alcuna garanzia che le contraddizioni della società israeliana  non influiranno nelle politiche dello stato o che la lealtà della Diaspora ebraica con gli obiettivi a lungo termine del Sionismo continui ad essere percorribile. Dopo tutto, nei primi sessant’anni d’esperienza d’Israele non sono riusciti, anche in base alle proposte attuali del Sionismo, a compiere le loro promesse sulla sicurezza per gli ebrei in generale. Questo nonostante il fatto che lo stato d’ Israele conta su un arsenale di duecento bombe atomiche, una dei più forti e moderni macchinari militari del Medio Oriente, una delle economie più sviluppate nel mondo e per ultimo  ma non meno importante, un' alleanza con la prima superpotenza militare del mondo. Nonostante il fatto che l’ islam-fobia abbia sostituito il virus dell’ ebreo-fobia in occidente, gli ebrei della Diaspora si sentono a disagio di fronte alla prospettiva di orientarsi su uno stato che viola i diritti umani di un altro popolo e che serve gli interessi dell’imperialismo degli USA in tutto il mondo. 

Il proposito esistenziale d’Israele è stato contestato da molti israeliani, così come da una quantità crescente di ebrei della Diaspora. Il concetto di “patria nazionale degli ebrei” comincia a perdere la sua attrattiva. Per Tony Karon, “il semplice fatto è che quasi due terzi di noi hanno scelto di vivere liberamente in un altro posto e non hanno l’intenzione di stabilirsi mai in Israele”. E’ in un certo senso paradossale che 750.000 israeliani vivano negli Stati Uniti o in altri paesi europei e che la norma oggi giorno sia che i cittadini israeliani possono avere un passaporto estero. Una delle conclusioni più rilevanti di Karon per l’analisi della problematica in Medio Oriente e in piena contraddizione con i pronostici di Bush, è che “può essere che Israele sia un fatto storico inestricabile, ma l' ideologia Sionista che permise la sua creazione e ha dato forma alla sua identità e al suo senso di proposito nazionale è collassato- non sotto la pressione esterna, ma marcendo da dentro. Sono gli ebrei, e non i yihadisti quelli che hanno inviato il Sionismo al cestino della storia”. La questione ebraica riconfermerà se stessa dopo il secondo fallimento dei tempi moderni per cercare una “soluzione finale”?

Un ripasso alle radici del sionismo
Per capire meglio quello che è successo, può essere utile ritornare alle radici del Sionismo ed includere le forze esterne al movimento che hanno influito nell’evoluzione delle politiche ebraiche. E’ importante tenere in considerazione il passato per analizzare il presente così come i progetti futuri. La memoria collettiva ebraica è contaminata dal discorso sionista.  Su questo punto, prendere l’Olocausto come punto di riferimento della ricca esperienza del popolo ebraico non è sufficiente. Da un primo momento deve essere chiaro che il Sionismo è solo un tentativo tra altri, nei tempi moderni, di risolvere la questione ebraica che provoca la sua situazione specifica nel contesto europeo. Lo sforzo di unificare i diversi elementi dell’ebraismo dopo il progetto sionista fu una scommessa fatta alla fine del XIX secolo che non si è mai cristallizzato fino a dopo l’Olocausto. Il nazionalismo secolare tra le popolazioni ebraiche d’Europa è apparso parallelamente al sorgere di ideologie nazionaliste nel continente dopo il 1840.

Ma le idee del movimento cominciarono a ricevere il sostegno di una base ebrea solo come il risultato della nascita dell’antisemitismo dopo il 1881. Anche se la popolazione povera e discriminata dell’Europa dell’Est era quella più ricettiva al messaggio di una nuova vita in Palestina, la maggior parte però cercò di emigrare verso l’Europa occidentale, in America e in Australia.
La composizione sociologica nella gestazione del movimento sionista si è caratterizzato da una grande varietà: ebrei religiosi, ebrei non religiosi identificati però con la tradizione ebraica, e ebrei senza interesse nel giudaismo ma pur così considerati come ebrei dai Gentili. Il denominatore comune, oltre alla sua ascendenza, era il modo in cui erano visti dagli altri: cioè, l’antisemitismo.  Gli ebrei europei erano dispersi e appartenevano (in modo disuguale) a certi strati sociali in alcuni luoghi e ad altri in altre zone. Alcuni erano più integrati mentre altri lo erano di meno. Alcuni condividevano una particolarità culturale, per esempio, gli ebrei-parlanti dell’Europa orientale, e allo stesso modo, gli ebrei dell’Europa erano divisi in molte correnti ideologiche. I vincoli del popolo ebraico erano abbastanza limitati dal loro ambiente immediato e situazione.

Il nazionalismo reclutò le sue truppe di sostenitori tra gli ebrei poveri e perseguitati dell’Europa dell’Est. A questo proposito è utile ricordare che gli ebrei integrati nell’Europa occidentale non erano molto entusiasti all’idea di vedere immigrati ebrei dell’Europa dell’Est nei loro paesi. Questo era dovuto al rifiuto che la borghesia ebraica occidentale sentiva per quei lavoratori qualificati come poveri così come l’apprensione perché un simile flusso potesse rafforzare l’antisemitismo latente.
Sotto queste condizioni, era quasi naturale che la leadership del movimento sionista tendesse ad essere formato da intellettuali di classe media dell’Europa centrale e occidentale che cercavano l’appoggio della grande borghesia ebraica d’Occidente la quale, d’accordo a Maxime Rondison, era “semplicemente troppo felice per allontanarsi dall’Europa Occidentale e America; un’ondata di immigrati di classe inferiore con strane caratteristiche etniche e tendenze rivoluzionarie mettevano in pericolo le loro stesse possibilità d’integrazione”. 

Durante gli anni di formazione del sionismo, la sinistra politica ebraica era divisa tra sostenitori e oppositori del nazionalismo ebraico. Tutte e due queste tendenze reclamavano un’inquadratura di classe per dare legittimità alle loro posizioni. Nel contesto dei dibattiti, i sionisti di sinistra hanno messo l’enfasi nella forza dell’elemento proletario ebraico e dell' ideologia socialista del movimento sionista, suggerendo che sotto determinate circostanze la formazione del loro stato ideale poteva contribuire alla lotta antimperialista su scala globale. Per quanto riguarda la sinistra antisionista, si accentuava (allo stesso modo che in alcuni oppositori di destra al sionismo) la leadership borghese e capitalista del movimento così come i suoi legami imperialisti.
Le differenti correnti che contribuirono all’apparizione del sionismo rendono difficile considerare il movimento soltanto come il prodotto di una classe specifica di ebrei. La sua relazione con il giudaismo è ugualmente complicata.

Il Sionismo ha cercato di strumentalizzare la religione per servire i suoi interessi politici.  Ha voluto mantenere intatta la funzione sociale del giudaismo per unificare il popolo ebraico, eliminando allo stesso tempo il suo contenuto mistico. Tra le correnti secolari favorevoli alla riunificazione degli ebrei ci sono stati progetti di patrie in luoghi diversi della Palestina. Theodor Herzl, autore di Der Judenstaat (Lo Stato degli ebrei sarebbe una traduzione migliore rispetto allo Stato ebraico) ha manifestato il suo interesse personale per un' entità ebraica in Argentina o in Africa. Gli ebrei religiosi ortodossi erano prevenuti contro i paradossi contenuti nel progetto Sionista, che da una parte era favorevole a mantenere l’identità religiosa, ma dall’altra parte minacciava la sua esistenza sostituendo la costante del messianismo ebraico con la strana dottrina del nazionalismo ebraico.

Come lo aveva formulato Yakov M. Rabkin, il dilemma era che “mentre (il Sionismo) si autodefiniva come una forza modernizzatrice contro il peso morto della tradizione e della storia, idealizzava il passato biblico, manipolava i simboli originari della religione e proponeva di convertire in realtà i sogni millenari degli ebrei. Ma soprattutto, il Sionismo propose una nuova definizione di quello che significava essere ebreo”.
Anche se il movimento sionista seguiva diverse tendenze politiche e sociali- dalla classe lavoratrice dell’Europa dell’Est e della Russia alla integrata classe media e professionisti dei paesi occidentali- il progetto non era stato in grado di fondersi senza gli sforzi degli elementi ebraici integrati in Occidente che hanno cercato l’appoggio di diverse potenze imperialiste europee e americane, nonostante il postulato del sionismo politico sull’incompatibilità tra gli ebrei, specialmente tra quelli dell’Europa dell’Est e le popolazioni cristiane. Proiettò l’immigrazione ad un territorio extra-europeo per stabilire una nazione di taglio occidentale. Come ha fatto notare Nathan Weinstock: “Una simile ideologia poteva solo apparire durante il periodo dell’imperialismo e deve situarsi nella continuazione dell’espansione coloniale europea.

I leader sionisti di quei giorni erano molto attenti affinchè il movimento non operasse in un vuoto geopolitico o in un ambiente culturale globalizzato. Tra le divisioni che c’erano nel movimento, come tra secolarismo e religione, o tra l’ideologia della classe lavoratrice e il liberismo capitalista, è la dissonanza tra le identità occidentali e orientali del popolo ebreo che persiste nella società israeliana moderna.  Mentre l'intellettuale sionista, Martin Buber, considerava gli ebrei della Palestina come appartenenti alla sfera della cultura orientale e mise l’enfasi sui legami storici ebrei con l'Oriente per tradizioni culturali e religiose, Theodor Herzl, in contrasto, ha aderito ad una concettualizzazione eurocentrica dell’identità dell’ ebraismo. In questa prospettiva, importavano solo gli ebrei askenazi!. 

Il punto cruciale nella visione di Herzl sulla condizione ebraica nel contesto europeo e la visione mondiale di una identità ebrea nell’era dell’ imperialismo si basa sul supporre che anche se l’antisemitismo non poteva essere sconfitto nella società cristiana, lo stato ebraico poteva comunque convertirsi in parte della comunità imperialista!.  Come uno stratega realista, si rese conto che era necessario considerare l’interesse delle grandi potenze nel progetto di una identità ebraica in Palestina.
Nel suo importante documento Der Judenstaat (1886), scritto prima della caduta dell’Impero Ottomano, Herzl afferma chiaramente come uno stato ebraico era a favore della grande potenza che promuovesse la causa sionista: “Se Sua Maestà il Sultano ci desse la Palestina, ci prenderemo la responsabilità di mettere completamente in ordine le finanze della Turchia. Per l’Europa potremo rappresentare parte della barriera contro l’Asia; serviremo come punto di avanzamento della civiltà contro la barbarie. Come stato neutrale continueremo ad essere alleati con tutta l’Europa, che in cambio dovrebbe garantire la nostra esistenza”.
 
L’interessante paradosso di questo atteggiamento, che ha acquistato preminenza nell’Organizzazione Sionista Mondiale (WZO), era l'accettazione che nonostante l’ ebreo-fobia non poteva essere sconfitta nel mondo occidentale, queste stesse potenze potevano mobilitarsi per risolvere il loro proprio problema ebraico interno accettando che si stabilisse una patria per gli ebrei. Come Lenni Brenner segnalava: “L’accomodazione all’antisemitismo – e il suo uso pragmatico con lo scopo di ottenere uno stato ebraico- si era convertito nel principale stratagemma del movimento, ed è rimasto fedele alla sua concezione primaria prima e durante l’Olocausto”. Conseguentemente mentre il Sionismo, rappresentato da Martin Buber, sperava che gli ebrei assimilassero le loro radici e si convertissero in parte del Medio Oriente, la corrente principale del Sionismo, in contrasto, adottò una posizione colonialista di fronte alla popolazione araba in Palestina. Nella visione mondiale di Theodor Herzl, la soluzione alla questione ebraica in Europa poteva solo comprendersi impegnandosi con le potenze imperialiste e presentando il progetto sionista come se fosse concordante con i loro desideri.  Con quello che più tardi prenderebbe il nome di solidarietà verso il terzo mondo, Buber si oppose all’eurocentrismo di questa posizione, e si può dire, che la sua comprensione della problematica è stata una dei primi esempi di politica d ‘entità etnica.
L’apparizione del nazionalismo ebraico stava avendo luogo durante un periodo drammatico della storia europea. E.J. Hobsbawm ha etichettato l’evoluzione del capitalismo come l’Era dell’Impero

E’ in questo contesto di perturbazione sociopolitica che accompagnava il processo della modernità, nel quale le popolazioni ebraiche si sono viste sommerse dal vortice delle politiche europee. L’antisemitismo era parte della xenofobia generale che si è fatta manifesta in tempi difficili. In paesi come la Francia e la Germania, dove gli ebrei rappresentavano una piccola parte della popolazione, l’antisemitismo era rivolto contro i banchieri, manager, e contro quelli che la popolazione identificava con i mali del capitalismo. Hobsbawm fa notare che l’antagonismo contro gli ebrei acquistò una nuova dimensione con l’aumento della xenofobia nell’ideologia della destra nazionalista: L’antisemitismo, disse allora il leader socialista tedesco Bebel, era il “socialismo degli idioti”. Anche così quello che ci colpisce sull’aumento dell’antisemitismo politico alla fine del secolo non è tanto l’equazione “ebraica-capitalista, che non era inverosimile in gran parte dell’Europa orientale e centrale, ma la sua associazione con il nazionalismo dell’ala destra”.
Il ventesimo secolo aprì una rosa di opportunità per il Sionismo, e il compromesso del WZO con le grandi potenze diede una spinta sostanziale verso la fine della inter-imperialista Prima Guerra Mondiale. Anche se molti sionisti erano stati pro-tedeschi, l’organizzazione si era impegnata principalmente in Gran Bretagna. Anche se non direttamente relazionati con questi sforzi, il corso della Guerra e gli avvenimenti in Russia , con la caduta dello Zar, cambiarono le sorti del progetto sionista. Le forze socialiste tra gli ebrei della classe lavoratrice della Russia e di altre nazioni europee simpatizzavano verso la Rivoluzione Sovietica ed una quantità di ebrei svolsero un ruolo influente nel nuovo regime. Visto da Londra, il WZO apparve come uno strumento utile nella sua strategia diplomatica per debilitare l’impatto della Rivoluzione Sovietica così come, d’accordo con Lenni Brenner, influire affinchè gli ebrei degli Stati Uniti facessero pressione su Washington perché prendesse parte nella guerra d’Europa. 

La relazione d’interesse reciproco tra il WZO e l’imperialismo britannico diede come risultato la nota Dichiarazione Balfour. Questa fu una lettera che il Segretario degli Esteri Arthur James Balfour scrisse al suo amico Lord Lionel Walter Rotschild. In questo documento, Balfour, prometteva che il governo britannico si sarebbe sforzato per facilitare il raggiungimento di una “casa nazionale per il popolo ebraico” con il complicato annesso che “non si sarebbe fatto nulla che potesse danneggiare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina, o i diritti e lo status politico goduti dagli ebrei in qualsiasi altro paese”. L’ambivalenza del documento può essere spiegata come il risultato dell’insistenza del ministro ebraico, Edwin Montagu, che aveva accusato il governo di antisemitismo per trasformare implicitamente gli ebrei britannici in “estranei e non appartenenti”. Di fatto, la comunità anglo - ebraica, in quel periodo,era divisa dal progetto sionista. Mentre i Samuel e i Rotschild erano favorevoli all’appoggio britannico per la creazione di una patria ebraica, le famiglie Cohen, Magnus, Montefiore e Montagu erano contrarie.
L’argomento degli oppositori integrati alla concettualizzazione sionista della condizione ebraica si basava sul presupposto che l’integrazione era possibile e che gli ebrei dovevano sforzarsi per ottenerla. A maggio del 1917, un comitato pubblicò una lettera sul London Times, in nome delle principali organizzazioni anglo ebraiche, dicendo esplicitamente che gli ebrei emancipati non avevano altra aspirazione nazionale che quella di essere britannici. Inoltre il comitato considerava che stabilire una comunità ebraica in Palestina fondata sulla presunzione dell’”abbandono” ebraico “ avrebbe l’effetto di mostrare gli ebrei come estranei nel loro paese di nascita”.
Ma, la disputa sul caso non rimase una semplice faccenda tra le fazioni sioniste e non sioniste all’interno della comunità ebrea-britannica. Se non avessero partecipato altri attori ci sono pochi dubbi che gli ebrei sionisti avrebbero vinto. Ma come Chaim Bermant affermò “Bisognava tener conto dei gentili sionisti e sono stati loro i vincitori”.
Ma calmare le pressioni sioniste non era l’interesse principale dell’imperialismo britannico in quel momento. L’occasione della dichiarazione di Balfour è interessante dal momento che ebbe luogo verso la fine della Prima Guerra Mondiale e la dissoluzione dell’Impero Ottomano. In questo momento l’Inghilterra era in procinto, insieme alla Francia, di ridefinire la mappa del Medio Oriente. Queste due potenze finirono col definire le frontiere della Palestina. Però, l’ elite politica britannica doveva conciliare il suo impegno per la creazione di uno stato ebraico con il riconoscere gli interessi del movimento nazionalista arabo per non deludere le aspettative arabe sulla Palestina nella nuova geopolitica della regione. 

La minaccia della Rivoluzione d’Ottobre

C’era anche un’altra sfida importante che si scontrava con l’imperialismo britannico che toccò la sua strategia verso il Sionismo durante quel periodo. Nel 1917 stava avendo luogo una trasformazione politica importante in Russia. La Rivoluzione di Febbraio finì con l’abdicazione dello Zar Nicola II, il collasso della Russia Imperiale, l’esigenza popolare di pace con la Germania, e la fine della dinastia Romanov. Il governo provvisorio di Alexander Kerensky, era un’alleanza tra le forze liberali e socialiste che aspettava di riformare il sistema. Il suo fallimento, che portò alla Rivoluzione d’Ottobre, rappresentò un altro cambiamento nella struttura sociopolitica della Russia ed era una minaccia per il sistema capitalista mondiale.  Questa, almeno, era la percezione nei circoli politici di Londra. L' èlite politica britannica si oppose all’intenzione dei bolscevichi di togliere la Russia dalla guerra, che poteva rafforzare i tedeschi sul fronte orientale. Ma ancora più importante era il timore che trionfasse una rivoluzione socialista che si estendesse per tutta l’Europa, timore dovuto, principalmente, all’impopolarità del bagno di sangue antimperialista. Di fatto, la Prima Guerra Mondiale finì nel 1818 all’ombra della Rivoluzione Russa. La pace però non impedì un intervento militare alleato nella seguente guerra civile russa dalla parte dei Bianchi contro i Rossi. Il coordinatore di questo sforzo fu il giovane Winston S Churchill, all’epoca ministro della difesa del governo britannico.

La carta Balfour deve essere vista in questo contesto. La popolazione ebraica d’Europa era divisa in differenti classi e differenti affiliazioni ideologiche e diverse aspirazioni. Ma l’intento del Sionismo d’imporre limiti nazionalisti all’identità ebraica non era facilmente accettato. Il Yiddishe Arbeiter Bund, il partito socialista ebraico più popolare, era militar-tenente antisionista. Generalmente, la classe lavoratrice ebraica si sentiva attratta dalle idee del socialismo e alcuni ebrei svolsero un ruolo influente nella Rivoluzione Bolscevica. Sotto queste condizioni, il sostegno britannico al Sionismo in quel periodo poteva essere interpretato come un intento di indebolire l’esperimento sovietico fin da subito togliendo gli ebrei dal socialismo universalista. La proiezione di una “cospirazione giudeo-comunista” diventò l’elemento giustificativo della strategia britannica così come della seguente visione nazista del mondo. Tutte e due queste posizioni si basavano su un antisemitismo politico implicito, e paradossalmente non in opposizione con i principi fondanti del Sionismo!

In un interessante articolo pubblicato sull' Illustrated Sunday Herald, nel 1920, Winston Churchill chiariva la strategia britannica di aiutare il Sionismo mentre sorgeva lo spettro della giudeo-fobia. Con il titolo “Sionismo vs Bolscevismo La lotta per lo spirito del popolo ebraico”, l’articolo faceva distinzione tra “ebrei buoni e cattivi”- Gli ebrei buoni erano gli “ebrei nazionali” che stavano integrando il loro paese, praticanti della fede ebraica, come era il caso dell' Inghilterra. Gli ebrei nazionali russi che promossero lo sviluppo del capitalismo durante il regime zarista appartenevano anche loro alla categoria degli “ebrei buoni”. I cattivi erano gli “ebrei internazionali” che appartengono ad un' oscura confederazione atea e “hanno abbandonato la fede dei loro antenati, e allontanato dalla loro mente qualsiasi speranza spirituale nell’altro mondo”.

Per Churchill, questa corrente includeva Karl Marx, Leon Trotsky, Bela Kun, Rosa Luxembrugo e Emma Goldaman. Si diceva che alcuni di questi ebrei cattivi internazionali avevano svolto un importante ruolo nella creazione del Bolscevismo e nell’avvento della Rivoluzione Russa. Come conseguenza, quello che era importante per il Sionismo era “promuovere e sviluppare qualsiasi movimento marcatamente ebraico che conducesse direttamente lontano da queste associazioni fatali”. In base a questa linea di pensiero, il Sionismo offriva così una terza concezione politica della “razza ebraica”. Con parole di Churchill: “In netto contrasto con il comunismo internazionale, mostra all’ebreo una idea imminente di carattere nazionale”. Anche se non potesse dar luogo a tutta la popolazione ebraica, la creazione di uno stato ebraico sotto la protezione della corona britannica sarebbe stato un evento che poteva essere benefico e sarebbe stato in armonia con gli “interessi più genuini dell’Impero Britannico”.

L’anticomunismo di Churchill e la strumentalizzazione del Sionismo politico per debilitare le aspirazioni socialiste degli ebrei erano sforzi che avevano delle contraddizioni. Sulla questione ebraica, il Bolscevismo di quell’epoca si era opposto al Sionismo sul fronte ideologico e all’antisemitismo a livello politico. In contrasto, l’imperialismo britannico promuoveva il Sionismo contro il Bolscevismo e allo stesso tempo sosteneva gli elementi delle Guardie Bianche nella guerra civile russa, che avevano una lunga tradizione di antisemitismo e di pogrom. Durante la guerra civile, le forze antibolsceviche uccisero almeno 60.000 ebrei. Un’altra difficoltà per l’imperialismo britannico in Medio Oriente era che non poteva agire apertamente a favore della creazione di uno stato ebraico senza svegliare l’opposizione araba agli interessi dell’impero.

Quello che questo discorso pro sionista riuscì a fare è stato quello di rendere ideologicamente accettabile l’idea dell’antisemitismo in termini sociali e politici. Più sofisticato che i “Protocolli dei Maggiori di Sion” la cui inspirazione retrocedeva ai tempi della Rivoluzione Francese alla fine del secolo diciottesimo, quando i circoli reazionari francesi denunciarono una mano ebrea in quel successo storico, Churchill ripeteva nonostante l’inganno di una cospirazione ebrea internazionale. Un simile mito continuava ad essere vivo nell’Europa del XIX secolo, in paesi come la Germania e la Polonia. La sofisticazione dopo la visione di Churchill era che il suo antisemitismo si basava in un’ analisi classista della questione ebraica, come mostra la differenziazione tra ebrei buoni (capitalisti integrati e sionisti) e gli ebrei cattivi (socialisti)!.

Di conseguenza, lontano dal far ritornare il genio dell’antisemitismo moderno alla sua lampada, il fenomeno si muoveva adesso nella crociata contro il socialismo a favore del sionismo politico. Per quanto riguarda l’antisemitismo di quell’epoca, finì per basarsi sulla nozione che gli ebrei avevano inventato il socialismo e il Bolscevismo con l’intento di assumere il potere sugli abbandonati gentili (Goyim)!. Nel caso dell’antisemitismo continentale, il postulato di un conglomerato giudeo-socialista coesisteva sulla visione che i banchieri ebrei controllavano il mondo. Mentre la posizione di Churchill sulla questione ebrea si basava sull’odio di classe verso gli ebrei socialisti, l’antisemitismo di Adolf Hitler era più patologico. Come disse in una frase del Mein Kampf citata spesso: “Sì, con l’aiuto del suo credo marxista, gli ebrei trionfano sui popoli del mondo, allora la loro corona sarà la corona funeraria dell’umanità”.

Nonostante l’antisemitismo primordiale di Adolf Hitler ed il progetto di annichilamento degli ebrei europei, un aspetto meno noto dell’Olocausto è che c’era un' implicita simpatia nazi da parte del progetto sionista e paradossalmente un accordo con l’assioma del sionismo sull' incompatibilità dell’ ebraismo e della cittadinanza tedesca. Lo slogan “Juden raus!” e “Kikes a Palestina” che erano in voga nell’Europa di quel periodo rafforzavano il messaggio sionista. Lenni Brenner in un capitolo sulla relazione nazismo-sionismo fa riferimento ad un dirigente politico nazi di Baviera che disse “la miglior soluzione alla questione ebrea, per ebrei e gentili, era la patria nazionale palestinese” L’obiettivo originale del nazismo era stato per la Germania “Judenfrei” che si divulgò in tutta Europa. Inizialmente non includeva lo sterminio della popolazione ebrea. I nazisti avevano pianificato il progetto di un “principato ebraico” nel centro della Polonia come una forma di riserva per gli ebrei tedeschi. Dopo la sconfitta della Francia, Adolf Eichemann lavorò un intero anno in un progetto per trasformare la colonia francese del Madagascar in un “principato ebraico” per gli ebrei europei.

Nella appena nata Unione Sovietica- con la maggior concentrazione di ebrei in quel momento (cinque milioni)- la questione ebrea richiese l’attenzione immediata del nuovo regime per le specifiche condizioni degli ebrei in Russia, da una parte, e dall’altra parte per le pressioni che faceva il Sionismo. Nei tempi del zarismo, l’attività economica della maggior parte degli ebrei si concentrava sul commercio e in piccoli artigianati. Politicamente e al contrario delle minoranze, gli ebrei non reclamavano una nazionalità. Erano dispersi tra le identità nazionali e parlavano l' yddish. Come se si trattasse del principio di una dottrina, il regime sovietico fin dall’inizio combatté le manifestazioni di antisemitismo in una società che era già infetta dal virus, attraendo così gli intellettuali ebrei verso il Partito Comunista. Mentre fu vigente la Nuova Politica Economica, dopo le penurie degli interventi esteri e la politica economica del “comunismo di guerra”, la piccola borghesia politica approfittò della riapparizione del settore privato e consolidò la sua posizione economica.

Nonostante questo, insieme all’impiego degli ebrei nell’amministrazione, si ravvivò l’antisemitismo tra i russi di qualsiasi nazionalità. Il nuovo regime si trovò circondato dall’antisemitismo residuo, e a volte virulento, della società russa, per il bisogno di trovare una soluzione socioeconomica e politica alla situazione degli ebrei, il bisogno dello sviluppo delle regioni lontane ed economicamente arretrate, la pressione del Sionismo, e per ultimo ma non meno importante la sua propria comprensione teorica della questione nazionale. Nel Marxismo e la Questione Nazionale (1913), Stalin, che dopo la Rivoluzione era diventato Commissario Popolare degli Affari Nazionali, formulò l’idea che per essere qualificata come nazione, una minoranza nazionale doveva essere caratterizzata da una cultura specifica, una lingua, e un territorio comune. Certamente l’ultima caratteristica non corrispondeva agli ebrei della Russia dato che vivevano dispersi lungo il territorio. Però, erano identificati come una nazionalità. Per sviluppare le regioni del Lontano Oriente e per palliare un’alternativa sovietica al progetto sionista nel 1928, quando Birobidzhan fu allontanato dalla comunità ebraica. 

Nel 1943, la regione automa veniva proclamata come patria ebraica con una fiorente cultura yiddish. Come disse Nathan Weinstock, questo sostituto della Palestina aveva probabilmente l’intenzione di allontanare gli ebrei sovietici dalla Palestina e dalla loro lealtà al Sionismo politico. Ma, di fatto, elevare l’identità degli ebrei allo status di nazionalità non poteva che essere benefico per la costruzione ideologica ed il progetto politico sionista. Per contro arrestare il sogno di un “Eretz Israel” (Terra d’Israele) con un “Ersatz Israel” (Sostituto d’Israele) anche se una soluzione difensiva e pragmatica alla questione ebrea-russa, implicò, in fin dei conti, rafforzare i fondamenti ideologici del nazionalismo ebraico.

Molto si è scritto sulla persistenza dell’antisemitismo nella società sovietica così come nelle lotte politiche interne del Partito Comunista dell’Unione Sovietica ma il giudaismo occidentale non ha prestato molta attenzione al fatto che negli anni 1935-43, è stato l’”Impero del Male” a dare riparo alla maggior parte degli ebrei europei che fuggivano dal genocidio nazi. Mentre gli Stati Uniti e l’Inghilterra permisero solo il 6,6 % ed il 1,9% di immigranti rispettivamente, il 75,3% dei rifugiati ebrei in Europa, che si avvicinano ai due milioni, incontrarono riparo nell' Unione Sovietica.

Il compito del nazionalismo ebreo come una costruzione ideologica e politica del Sionismo implicavano la re-modellazione della psiche degli ebrei europei in una (falsa?) coscienza di singolarità. Per fare questo, la diversità delle esperienze degli ebrei nella Diaspora fu considerata di minor importanza che la presunta permanenza della giudeo – fobia- che arrivò al suo culmine in Europa con l’Olocausto. Il Sionismo era certamente un progetto degli ebrei europei per legittimare il loro riconoscimento doveva essere applicato alla situazione degli ebrei con esperienze storiche diverse. Anche nello stato sionista, la dominazione Askenazi è stata evidente fin dall’inizio. Come Ella Shohat affermò: “Dentro d’Israele, e nello scenario dell’opinione mondiale, la voce egemonica d’ Israele è stata quasi invariabilmente quella degli ebrei europei, gli Askenazi, mentre la voce Sefardi/Mizrahi (ebrei orientali –arabi) è stata in gran misura velata o silenziata”. Vale la pena di essere segnalato che nonostante la situazione degli ebrei arabi non è stata idilliaca, i Sefardies vivevano, in termini generali, comodamente dentro la società arabo-musulmana. Per Ella Shohat durante l’anno della formazione del Sionismo politico, gli ebrei Sefardi erano abbastanza indifferenti al riguardo. In alcuni casi, i leader religiosi ebreo-arabi denunciarono il Sionismo protestando contro la Dichiarazione Balfur. Nella sua prima fase, il movimento arabo in Palestina e in Siria distinse attentamente tra gli immigranti sionisti e la popolazione ebrea locale (la maggior parte Sefardi) che viveva pacificamente con i suoi vicini.

In mezzo alla decolonizzazione e la recrudescenza delle lotte di liberazione nazionale, l’apparizione in Medio Oriente della nuova nazione euro-israeliana- la cui èlite politica si identificava con l’Occidente- non poteva non influire sulle politiche arabe. Le lotte antimperialiste in questo paese furono sviate nella direzione di fare politica in funzione della relazione o dell’antagonismo verso Israele. Come Paul Sweezy disse dopo la guerra del 1967 tra Israele e i suoi vicini arabi: “Il risultato di concentrare la lotta contro gli attori locali nell’alleanza imperialista Israeliana risulta essere il contrario di ciò che si pretendeva: mantiene diviso il mondo arabo e lo indebolisce mentre rafforza le grinfie dell’imperialismo”.

Implicitamente diceva che era una trappola che gli arabi dovevano evitare. Questa riflessione è interessante fino al punto che mostra la comprensione del conflitto arabo-israeliano che esisteva tra le forze progressiste in Occidente in quel momento. Il consiglio che i progressisti arabi dovevano cercare di accentuare le divisioni nella società israeliana cercando campi comuni con elementi del proletariato israeliano, che comprendeva la maggior parte degli ebrei che provenivano dall’Asia e dall’Africa, dava la responsabilità della maturazione politica alla parte araba. Gli ebrei socialisti nella Diaspora hanno mantenuto un' unilateralità molto più accentuata. Questo è esemplificato in un secondo commento editoriale dello stesso esemplare di Monthly Review, quando Leo Huberman è andato un passo oltre scrivendo che: “I socialisti arabi dovrebbero guardare il loro obiettivo reale- se prenderanno parte ad una “guerra santa” dovrebbero dirigere questa guerra contro il nemico numero uno che non è Israele ma il feudalismo e l’imperialismo”.


Il proto-fascismo di Israele.

Non fu che decenni dopo la guerra preventiva dell’esercito israeliano nel 1967 che la Nakba (catastrofe) palestinese ricevette l’attenzione o la simpatia del mondo occidentale. Con la sconfitta degli eserciti arabi e la conquista della Cisgiordania e Gaza, la cultura politica dominante d’Israele prese la forma di un proto-fascismo. Sconosciuta fino a quel momento, una sensazione di invincibilità è arrivata a permeare le fondamenta ideologiche della società israeliana e far si che la Diaspora pro-sionista passasse a considerare il Sionismo “reale” come un diritto politico. Come affermava un accademico israeliano: “con la vittoria aerea del 1967 e l’occupazione della Cisgiordania e Gaza, l’espansione repentina delle frontiere d’ Israele diede spazio ad una erosione più veloce dei valori socialisti e umanisti che furono il nuovo distintivo del Sionismo operaio” Con l’euforia c’è stata poca resistenza al “nuovo e dinamico movimento del Grande Israele, che cercò di convertire la conquista più recente d’Israele in una parte integrale del paese”: In questo clima politico l’empatia coi palestinesi tra gli israeliani e gli ebrei della Diaspora erano al loro minimo livello.

Nonostante questo, sorse una critica radicale dall’interno della società israeliana. Un gruppo di intellettuali e accademici cominciò a reinterpretare la nascita d’Israele riconoscendo la pulizia etnica che accompagnò l’imposizione dello stato ebreo sulla popolazione arabo-palestinese- Questo mostrò l’aspetto più sgradevole del Sionismo- il peccato originale di Israele. Questi storici revisionisti e sociologi critici incapsulati sotto la denominazione di “post-sionisti” questionarono la narrazione ufficiale sulla formazione dello stato e sfidarono la comprensione accettata sugli origini del conflitto arabo-israeliano. Facendo questo misero sotto giudizio il monopolio sionista sulla storiografia e le supposizioni ideologiche. Riabilitando l’identità palestinese come un popolo e come vittime storiche, il “post – sionismo” ha reso possibile analizzare la strategia d’Israele in termini di “politicidio” perpetuato sulle popolazioni arabe con l’intento di dissolvere il popolo palestinese come un' “identità economica, sociale e politica”. Lo slogan sionista di “una terra senza un popolo per un popolo senza terra” che aveva ridotto gli arabi palestinesi ad uno status di non esistenza, dimostrava, adesso, essere stato un mito, rendendo visibile la “miopia morale” del Sionismo.

L’ Intifada (ribellione) nei territori occupati contro le forze armate israeliane rese più concreta la presenza del popolo palestinese. In concomitanza con la questione ebrea in generale e con il conflitto palestinese-israeliano in particolare, c’ è stato e c’è ancora un dilemma per l’opinione progressista in Occidente. Allo stesso tempo si riconosce che le politiche arabe si sono viste colpite dall’intrusione dello stato ebreo nella regione e la sua alleanza con gli Stati Uniti, non viene data la stessa considerazione alla trasformazione della cultura politica ebrea, sia in Israele come nella Diaspora, come risultato della creazione dello stato sionista e la sua relazione di padrone- cliente con gli Stati Uniti. Gli ebrei pro-israeliani di tutte le correnti politiche sono stati imbarcati dal discorso ideologico del Sionismo, che ha salutato l’esistenza dello stato ebreo come un garante per la sicurezza degli ebrei in tutto il mondo.

Avendo catturato le “altezze superiori” della moralità usurpando il manto del vittimismo al giudaismo europeo, lo stato sionista, è un raro esempio di chutzpah (audacia o anche insolenza) trasformando l’esperienza dell’ Olocausto in capitale politico.  In questo contesto è interessante osservare che l’Olocausto non è diventato un punto universale di riferimento fino agli anni 60. Il motivo del ritardo ha a che fare con la convergenza di correnti strategiche e ideologiche nel periodo del post- guerra- Dopo la sconfitta della Germania nazista, la coalizione anti fascista diede luogo alla Guerra Fredde tra l’Est e l’Ovest. La questione tedesca svolse un ruolo centrale nello stabilimento del sistema di alleanze occidentali sotto la leadership degli Stati Uniti. Sotto queste condizioni c’era poco interesse da parte della politica estera  degli Stati Uniti e dello stesso governo degli USA di allontanare la Germania dalla responsabilità nazista nello sterminio degli ebrei europei. Inoltre, guardare da vicino all’Olocausto ci rivela il profitto delle industrie degli USA nell’armare la macchina da guerra Hitler. Per quanto riguarda l' èlite ebrea americana, diede la sua acquiescenza al silenzio pubblico su questo mostruoso crimine e accettò la politica degli Stati Uniti di riarmare una Russia appena denazificata. Motivato forse dall’interesse di non riattivare l’antisemitismo americano e mettendo a rischio la sua situazione migliore, il giudaismo degli Stati Uniti seguì una strategia opportunista.

Nel caso d’Israele, la questione della Shoah (Olocausto) ha riflesso la complessa relazione dell' ideologia sionista verso gli ebrei non israeliani. Lo sterminio degli ebrei europei legittimò la causa del Sionismo, fino al punto che l’Olocausto confermò che gli ebrei non potevano sopravvivere nè prosperare nella diaspora e che l’integrazione e l’assimilazione in queste nazioni era un’illusione. Allo stesso tempo, c’era un sentimento ampiamente condiviso tra gli israeliani dopo la Seconda Guerra Mondiale che gli ebrei europei erano colpevoli del loro destino, per non essere ricorsi alla resistenza armata. In contrasto, gli israeliani videro se stessi rifiutati il passato e creando una nuova classe d’ebreo che è capace di difendere il suo popolo e lo stato ebraico. Man mano andò avanti la visione dell’Olocausto, si è fatto visibile la trasformazione della lotta per un’Israele sicuro in una espansione e in uno Stato conquistatore. Il paradigma della Shoah si è resa utile per ricordare all’opinione pubblica quanto è giustificabile la creazione di uno stato ebreo e per sviare le critiche verso le politiche d’Israele, specialmente nei territori occupati dalla Palestina.

Il discorso dell’Olocausto, però, era più importante nella Diaspora che nello stesso Israele e introdusse un elemento di confusione nelle file dei politici progressisti. Gli anni sessanta erano stati un periodo di attivismo giovanile in occidente che aveva incluso la partecipazione di alcuni partecipanti ebrei. Molti attivisti antimperialisti ebrei nella Diaspora si sono visti scioccati per la scoperta che Israele, come incarnazione del vittimismo del popolo ebraico, poteva essere capace di perseguitare a un altro popolo e di continuare una politica estera a favore dell’imperialismo degli Stati Uniti. Nei termini di Churchill, gli “ebrei cattivi” (internazionalisti e antimperialisti) finirono per convertirsi in “ebrei buoni” (pro sionisti e ben stabiliti in occidente). Alcuni di loro sono divenuti delle figure centrali del neoconservatorismo!

La disperazione con la quale il paradigma dell’ Olocausto viene proiettato dai dirigenti politici del Sionismo moderno e occidentale (specialmente USA) non è kosher. L’intento di anticipare alle critiche, alla politica e strategia d’Israele e degli USA in Medio Oriente difficilmente sarà possibile a lungo termine. Inoltre la dissidenza verso l’ideologia dominante in Israele, il successo del Sionismo di stabilire uno stato capitalista ebreo moderno contiene il seme del suo stesso “post- Sionismo” sociale. Da una proiezione iniziale di un socialismo- nazionalismo pioniere, negli ultimi anni la società israeliana sembra essere colpita da una crisi d’identità e materiale accentuata dallo sviluppo del neoliberismo. Dall’essere stata inizialmente una delle società occidentali più ugualitarie, la società israeliana si è trasformata, dagli anni 80, in uno dei più elevati degli stati capitalisti avanzati con circa il 22% della popolazione vivendo sotto la soglia della povertà. I pronostici socioeconomici sono scuri per un considerevole numero di israeliani e questa crisi che si filtra si traduce in una crisi d’identità per la generazione nata in Israele che non sintonizza con il giudaismo- “E’ ideologicamente indifferente, secolare, piccolo borghese nel suo stile di vita e nella sua visione generale, apatica rispetto al mondo ebraico e interessato soltanto alla sua auto-soddisfazione”.

Il dissidente politico israeliano Avraham Burg, vecchio portavoce del Knesset (Parlamento israeliano) teme che l’ esperimento sionista porti lo stato ebreo alla tragedia. Senza essersi convertito in antisionista, sente però, che i principi originali del Sionismo ed i valori della dichiarazione d’indipendenza sono stati traditi e che Israele si è trasformato in uno stato colonialista guidato da un gruppo di corrotti. In un intervista al giornale israeliano Yediot Aharonot nel 2003, prevede un ombroso futuro  per il progetto sionista: “La fine del Sionismo è alle porte….è possibile che lo stato ebraico sopravviva ma sarà un altro tipo di stato, allarmante per essere estraneo ai nostri valori”.

Jacques Hersh è professore emerito dell’Università di Aalborg, Danimarca, ed ex direttore del Centro d’investigazione sullo Sviluppo e i Rapporti Internazionali. Questo articolo fu inizialmente pubblicato su Monthly Review nel mese di giugno e inviato ecorretto per il CEPRID.


Tradotto per Voci Dalla Strada da VANESA 

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