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5 febbraio 2017

La violenza carceraria in Brasile: il Primeiro Comando da Capital

Il 2 Gennaio scorso, nel carcere Anisio Jobim di Manaus, nel nord amazzonico del Brasile, uno dei più importanti centri di detenzione di un sistema carcerario inumano ai limiti dell’immaginabile[1], si è consumato un massacro: sessanta detenuti sono morti, con scene al limite di un film horror: corpi decapitati gettati fuori dalle finestre, cadaveri fatti a pezzi messi dentro carrelli della spesa.

Si tratta dell’ultimo episodio di una lunga scia di massacri dentro gli istituti penitenziari del Paese, che ha aggiunto ad una storia di sangue fra poliziotti e detenuti, e fra bande diverse di detenuti, un nuovo capitolo particolarmente efferato, tale capitolo si chiama Primeiro Comando da Capital (PCC). Si tratta di una organizzazione criminale con velleità politiche, nata proprio dalle durissime condizioni carcerarie e dalle grandi ingiustizie che si consumano dentro le galere brasiliane. E’ del 1992 il massacro del carcere di Carandiru. A seguito di una sommossa carceraria, la polizia militare dello Stato di San Paolo entra nel carcere ed ammazza 111 detenuti, spesso anche chi si vuole arrendere o si rifugia nelle celle. Il successivo processo contro i responsabili si risolve in una bolla di sapone, e nel 2002, come a voler cancellare tutto, la prigione viene demolita.
Alcuni dei detenuti di Carandiru, quelli più pericolosi, vengono trasferiti, dopo i fatti del 1992, nel carcere di Taubaté, chiamato “Piranhao”, ad un’ora da San Paolo. Un carcere di massima sicurezza, pensato per i detenuti più incalliti e la criminalità peggiore, un carcere terribile, dove i detenuti  rimangono dentro le loro celle per 23 ore al giorno, senza televisione, radio o computer, e grandi limitazioni rispetto alle visite dall’esterno. Ed è lì, in quell’inferno, che si forma il PCC, con l’intento iniziale di “vendicare” i detenuti uccisi durante i fatti di Carandiru. Il suo intento “ufficiale” è più politico che criminale, nella misura in cui pretende di voler “combattere l’oppressione nel sistema carcerario paulista”. 

Il gruppo si dota di uno Statuto, in cui si afferma, al punto 16, di voler “rivoluzionare il Paese dall’interno delle prigioni”, in una sorta di guerra civile di tipo carcerario. Il motto del gruppo è “paz, justica e liberdade”, in una sorta di scimmiottamento del zapatismo, ed utilizza il simbolo cinese dello ying e yang, in un bizzarra contaminazione, ben poco rivoluzionaria, con il confucianesimo. Ed in effetti, apparentemente in linea con i suoi intenti pseudo-rivoluzionari, il PCC si rende responsabile di numerose ribellioni violente dentro le carceri pauliste, spesso coordinate centralmente da uno dei leader dell’organizzazione tramite cellulare. Come nel caso del 2001, quando Idemir Carlos Ambrosio, detto “Sombra”, dalla sua cella dentro il Piranhao coordina via cellulare una ribellione simultanea in 29 case penitenziarie dello Stato di San Paolo, che terminerà con sedici detenuti uccisi.

Così come le grandi ondate di omicidi di membri della polizia militare paulista sono apparentemente giustificate dalla vendetta per i fatti di Carandiru: nel 2006, in particolare, una ondata di attacchi a membri della polizia militare, a civili (in particolare, vengono incendiati autobus di linea) ed a caserme dell’Esercito e dei Vigili del Fuoco, accompagnati da ribellioni carcerarie, attribuiti al PCC, producono quasi 300 morti. Nel 2012, si produce una analoga ondata di violenze, anche questa diretta soprattutto verso poliziotti militari ed esponenti del sistema giudiziario di San Paolo.

Uno dei leader del Pcc, Marcos Camacho, detto “Marcola” o “Playboy”, un rapinatore di banche con pretese intellettuali, in una intervista del 2007 a O Globo, espone strampalate idee politiche e rivoluzionarie. Si autodefinisce “il principio della coscienza sociale di voialtri borghesi”, parla di una nuova classe sociale rivoluzionaria: “non ci sono più proletari o infelici o sfruttati. C’è una terza forza che cresce lì fuori, coltivata nel fango, educandosi nell’analfabetismo più assoluto, diplomandosi nelle carceri, come un mostro Alien nascosto negli angoli della città…i miei soldati sono una mutazione della specie sociale”. Questa nuova forza, una sorta di sottoproletariato criminale che alligna nelle carceri, sarebbe il frutto della “post-miseria”, ovvero di un misto di povertà, società dell’informazione e tecnologia.

Ma non ci si illuda. Tutto questo non ha niente a che vedere con la politica, con la rivoluzione, con la giustizia e con la miseria delle favelas. Il PCC non è altro che una organizzazione criminale, con alcune caratteristiche mafiose. Come le mafie, infatti, si insedia laddove non esistono lo Stato e la legge, e si propone di creare un anti-Stato, uno Stato alternativo: nelle carceri brasiliane in condizioni disumane, dove persino la speranza muore, il PCC utilizza una retorica dell’ingiustizia e della “vendetta” contro la polizia per attrarre nuove reclute e per generare quella legittimazione che gli serve per condurre in tranquillità le sue operazioni criminose. Pertanto, se si vuole ricercare una qualche base “sociale” del fenomeno, essa è simile a quella delle mafie: laddove vi sono comunità abbandonate dallo Stato e mantenute in condizioni di deprivazione o ingiustizia, o sotto leggi particolarmente disumane, queste comunità tendono ad autorappresentarsi come esterne, o aliene, all’organizzazione statuale, e quindi sono facili prede di chi cerca di presentare loro un anti-Stato più giusto, o più a loro misura. poiché ogni Stato si autolegittima sulla scorta di una etica fondante, la retorica para-rivoluzionaria del PCC ne costituisce la base di propaganda.

L’ondata di omicidi di poliziotti e giudici del 2006 e del 2012, così come le ribellioni carcerarie “pilotate”, corrispondono a fasi in cui la giustizia cerca di condurre operazioni mirate a disarticolare l’organizzazione. Dietro alla sconclusionata retorica della vendetta contro gli sbirri assassini, si nasconde più semplicemente il tentativo di intimidire e influenzare gli inquirenti ed i magistrati. Oppure, esattamente come nel caso degli attacchi mafiosi in Italia del 1993, per indurre il legislatore ad abolire il regime carcerario di rigore, chiamato regime disciplinare differenziato (l’equivalente brasiliano del 14-bis italiano). Per questo motivo, sembra che Marcola abbia ordinato l’omicidio del giudice Antonio Machado Dias.

Il PCC vive, infatti, di attività criminali: si finanzia con lo spaccio di cannabis (chiamata maconha in Brasile) e cocaina, con le estorsioni a carcerati o a civili e con rapine a banche e portavalori. E’ presente nel 90% delle carceri pauliste, con 6.000 affiliati dietro le sbarre ed altri 1.600 esterni, ed un rete che si dirama in quasi tutto il Paese, con le gang rivali che, via via, vengono sconfitte, sottomesse e ridotte a “filiali” locali del gruppo. Vi sono anche segnali di internazionalizzazione del gruppo in Paraguay e Bolivia, lungo le rotte che riforniscono di cocaina il Brasile. sono attestati anche rapporti con la ‘Ndrangheta[2]. Sotto il comando di “Geleiao” e “Cesinha”, il PCC si accorda inizialmente con un altro gruppo criminale brasiliano, il Comando Vermelho, attivo a rio de Janeiro, salvo poi accaparrarsi il mercato della droga carioca, iniziando una sanguinosa guerra con il Comando Vermelho stesso, sconfitto  ridotto a gruppo “vassallo”. Lo stesso massacro di Manaus, citato ad inizio articolo, è il frutto di una guerra per il controllo dello spaccio di stupefacente contr un altro gruppo criminale, la Familia Do Norte, molto forte negli Stati amazzonici settentrionali, dove il PCC cerca di entrare.

La struttura  del gruppo è verticale: al suo apice, vi è Marcola, insieme ad un certo “Cabeicao”. Le diverse unità che operano nelle carceri o nelle città brasiliane sono legate al vertice da vincoli di fedeltà, unità ed omertà, presenti nel già citato Statuto, esattamente come qualsiasi organizzazione criminale o paramafiosa. Esattamente come una organizzazione mafiosa, i nuovi arruolati devono seguire un percorso di affiliazione complesso, in cui il nuovo adepto deve essere presentato da un membro anziano già attivo, ed essere sottoposto ad una cerimonia di “battesimo”, avendo tre altri membri come padrini. Qualcosa che ricorda lontanamente le cerimonie di affiliazione della ‘Ndrangheta. Ogni componente del PCC deve versare alla cassa comune una somma di denaro mensilmente, differenziata fra membri carcerati e membri liberi. Una consuetudine diffusa in gruppi criminali di tutte le latitudini, nei quali si creano vincoli di solidarietà e mutua assistenza fra componenti in libertà e componenti in prigionia.

In conclusione, non si cerchino spiegazioni politiche laddove ci si trova di fronte a classici fenomeni criminali organizzati. Piuttosto, ci si preoccupi dell’espansione del gruppo criminale oggetto del presente articolo, oramai uscita fuori dai confini originari di San Paolo e delle sue carceri, per assumere un ruolo di player globale nel traffico della cocaina.

[1] E’ del 2015 la scoperta che nel carcere di Pernambuco si uccidevano e mangiavano i detenuti più deboli. Il sistema ha una popolazione di circa 230.000 persone superiore rispetto alla capienza massima. Le condizioni carcerarie sono tali che è consuetudine, da parte delle guardie carcerarie, consegnare ai capi delle bande più importanti le chiavi delle celle, lasciando che siano loro, spesso con l’ausilio di vere e proprie milizie armate, ad amministrare la discipina.

[2] In particolare, nel 2014 si scopre che, tramite un intermediario 
soprannominato “Dido, il PCC rifornisce di coca la ‘Ndrangheta, per la vendita sul mercato italiano ed europeo.

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