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16 luglio 2016

Hiroshima sul lungomare di Nizza

Breve discorso sul nostro orrore quotidiano e sui compiti dell'ora
Sintesi del discorso tenuto dal responsabile del Centro di ricerca per la pace e i diritti umani, Peppe Sini, la mattina di venerdi' 15 luglio 2016 nel piazzale di Santa Barbara a Viterbo.
1. Ovunque è  Hiroshima
In ogni luogo si può essere sterminati.
Esistono armi cui non si può sfuggire, e poteri assassini disposti ad usare quelle armi contro chiunque. L'umanità e unificata nel segno del dolore e della paura.
E questa violenza che dall'alto incombe su tutti, tutti contagia, e dagli eserciti passa alle milizie, dalle milizie alle mafie, e dai criminali ai reietti, dagli emarginati senza speranza alle persone fino a ieri integrate o equilibrate che un giorno il delirio offusca o la sventura abbatte e precipita nella sofferenza più  inesorabile e nel rancore che null'altro desidera se non che altri soffrano anch'essi, che anche ad altri sia strappato ogni bene, e di ogni bene il fondamento: la nuda vita.
E questa violenza trova sempre un'ideologia, infinite ideologie, che la giustifichino, che la glorifichino; e che effettualmente inducono esseri umani oppressi e infelici, o illusi e avidi, a farsi assassini.

I poteri imperiali hanno le atomiche, i proiettili a uranio impoverito, il fosforo bianco, i droni, gli equipaggiamenti robotici. Ma basta un mitra, una pistola, una daga. O anche: un aereo, un camion, un coltello per tagliare il pane che alla bisogna anche le gole squarcia, le nude mani del marito e del fidanzato.

2. La guerra ha raggiunto le nostre città

Fino a ieri i nostri governi - ed i potentati economici di cui sono asservita espressione - compivano o commissionavano stragi altrove, ma strage dopo strage la piena del fiume di sangue ha rotto gli argini dilagando ovunque, il massacro sta arrivando nei nostri quartieri, nei nostri bar, nella redazione del giornale da ridere, nel locale del concerto pop, nel ristorante degli imprenditori, sulla passeggiata della festa, e alle stazioni dei treni, negli aeroporti, dinanzi agli stadi.

Questo terrorismo cellulare e artigianale che raggiunge le nostre città è  il nostro terrorismo coloniale e imperiale che in un movimento pendolare ritorna e ci investe. Ne è  il prodotto diretto. Pochi giorni fa i mass-media davano notizia dell'uccisione di uno dei principali capi dell'Isis, detto "il ceceno", ed aggiungevano con noncuranza che era stato addestrato dagli americani. La carriera di terrorista di Bin Laden inizio' in Afghanistan finanziata dagli Usa. La nascita dell'Isis e il suo radicamento territoriale (con la sua enorme efficacia in termini propagandistici, di reclutamento e di possibilita' di addestramento e armamento) è  conseguenza diretta delle nostre infamissime e scelleratissime guerre che hanno destrutturato l'Iraq, la Siria, la Libia.


3. Aprire gli occhi

Certo, noi vediamo solo le stragi che avvengono dove i nostri telefonini le riprendono, le nostre televisioni le trasmettono. E non vediamo il massacro quotidianamente eseguito dai nostri aerei, le nostre bombe, i nostri armamenti venduti ed usati nei continenti delle dittature e della fame, della schiavitu' e della desertificazione, della rapina imperialista e razzista.
Certo, noi ci sentiamo il cuore spaccato quando muore un nostro concittadino, e non vediamo le innumerevoli vittime delle nostre guerre, che consentiamo che siano chiamate "missioni di pace", che arricchiscono il "made in Italy" dei mercanti di morte, e neppure ci accorgiamo che i milioni di esseri umani in fuga dall'Africa e dall'Asia che muoiono nei lager turchi e libici, che muoiono nel braccio di mare tra l'Anatolia e Lesbo, che stanno colmando di cadaveri il Mediterraneo, sono i nostri governi a trucidarli, in una immane mattanza. L'orrore è  tale che non lo percepiamo più.


Il corpo di Abele trovato da Adamo ed Eva, dipinto di William Blake, 1826 circa, Londra, Tate Gallery

4. Tornare a sentire, tornare a pensare

Questo dovremmo innanzitutto fare: tornare a sentire, tornare a pensare.
Tornare a pensare alla condizione umana nell'eta' atomica con Guenther Anders, tornare a pensare alle tre verità  di Hiroshima di cui ci parlava Ernesto Balducci, tornare a pensare i nostri pensieri in dialogo con i pensieri di Mary Wollstonecraft, di Karl Marx, di Rosa Luxemburg, di Virginia Woolf, di Simone Weil, di Mohandas Gandhi, di Hannah Arendt, di Emmanuel Levinas, di Nelson Mandela, di Wangari Maathai, di Franca Ongaro Basaglia e di Luce Fabbri.
Riconoscere che ogni vittima ha il volto di Abele.

Riconoscere che vi è  una sola umanità , che esiste nella pluralita' di esseri umani tutti diversi e tutti eguali in dignita' e diritti, tutti ugualmente bisognosi di aiuto, tutti ugualmente viventi in quest'unico mondo vivente casa comune dell'umanità , tutti ugualmente esposti al dolore e alla morte e quindi tutti in diritto di ricevere aiuto e tutti in dovere di recarlo altrui.
Opporsi alla guerra e a tutte le uccisioni. Giacchè  togliere la vita ad un essere umano (ovvero rapinarlo di quell'unico bene senza del quale nessun altro bene si dà) significa ed implica negare l'umanità di tutti e di ciascuno, anche la propria.

Opporsi al razzismo e a tutte le persecuzioni. Giacchè  negare la dignita' umana di qualcuno significa ed implica estinguerla in tutti, innanzitutto in se stessi.
Opporsi al maschilismo e a tutte le oppressioni. Sapere che l'oppressione maschile che spacca in due l'umanità e pretende ridurre meta' dell'umanità a servo e merce e cosa e possesso - e che cosi' disumanizza l'umanità intera, nelle vittime e nei carnefici - è  la prima radice e il primo paradigma di ogni violenza.
Opporsi al totalitarismo e alla schiavitu', opporsi alla violenza non solo nei confronti degli altri esseri umani, ma anche nei confronti degli esseri viventi e del mondo vivente tutto, quest'unico mondo vivente di cui siamo parte, quest'unico mondo vivente in cui possiamo vivere.
Ricordarsi di essere fallibili.


5. Cosa occorre fare subito

Abolire le armi.
Abolire gli eserciti.
Soccorrere, accogliere, assistere tutte le persone bisognose di aiuto.
Nei luoghi della sofferenza recare aiuti umanitari: tutto è  interconnesso, tutto è  interdipendente.
Del sapere e della tecnica fare uso non più  per opprimere e rapinare e asservire altri, ma per recare assistenza e giovamento.
Educare al rispetto di sè  e quindi al riconoscimento degli altri e quindi alla riconoscenza per gli altri, all'empatia ed alla responsabilita'. Educare alla consapevolezza che la civilta' umana è  un cammino unitario e un compito comune, che l'umanità è  plurale e una, che ogni persona deve sentirsi responsabile di tutto.

Avere sempre come primo criterio di giudizio la liberta' delle donne: dove sono negati, misconosciuti o violati i diritti umani delle donne, lì è  già   il fascismo.
Riconoscere a tutti gli esseri umani il diritto di muoversi su quest'unico mondo casa comune.
Prendere le decisioni che tutti riguardano sempre e solo col consenso di tutte le persone coinvolte.
Tutto ciò può esser detto con una sola parola: nonviolenza.


6. Solo la nonviolenza può salvare l'umanità

Chiamiamo nonviolenza la lotta che a tutte le violenze si oppone ed opera in modo concreto e coerente affinchè  tutte le vite siano riconosciute, difese, salvate.
Chiamiamo nonviolenza la lotta delle oppresse e degli oppressi per la liberazione comune dell'umanità e la preservazione della biosfera.
Chiamiamo nonviolenza la consapevolezza che solo facendo il bene ci si può opporre al male, solo salvando le vite si contrasta la morte, solo agendo umanamente si resta umani.
Trattare l'umanità con umanità : tu sei il prossimo del tuo prossimo.
Questa è  la politica necessaria, la sola politica adeguata alla tragica ora presente dell'umanità .
Questo è  l'unico modo per non dimenticare tutte le vittime.
Rispetto per la vita, forza della verità , amore per il mondo: solo la nonviolenza può salvare l'umanità dalla catastrofe.


Per concessione di Centro di ricerca per la pace e i diritti umani di Viterbo
Fonte: http://lists.peacelink.it/nonviolenza/2016/07/msg00030.html
Data dell'articolo originale: 15/07/2016

URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=18420 

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