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11 ottobre 2012

UN DECRETO DEL GOVERNO PER AFFOSSARE L'ILVA...

Forse non è un caso che ogni volta che la pochezza del governo degli pseudo-contabili risulta evidente, scoppi qualche scandalo che punta i riflettori mediatici sulle magagne della "casta" politica. Qualcuno che non è completamente immerso nel feticismo della magistratura, si è persino accorto che, in tre anni, si tratta del secondo governatore della Regione Lazio fatto fuori senza imputazioni specifiche; nel caso di Marrazzo addirittura la frequentazione di trans diventò per i media più grave del fatto che dei carabinieri si dedicassero professionalmente al ricatto. 
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L'unico argomento a favore di Monti rimane a tutt'oggi quello di non infliggerci le continue figuracce nei consessi internazionali che per anni hanno costituito il marchio di fabbrica del Buffone di Arcore. Ma per evitare di fare il pagliaccio in pubblico, non c'era certo bisogno di un "tecnico".
Per il resto appare sconcertante la continuità del governo attuale con il governo precedente, in particolare per ciò che concerne la politica anti-industriale. La tanto attesa convocazione di Marchionne si è risolta nell'ennesimo calo di brache da parte del governo, mentre sull'Ilva di Taranto la doppiezza dello stesso governo si dimostra sempre più plateale. 


Il tanto strombazzato decreto salva-Ilva del governo, approvato definitivamente pochi giorni fa dal senato, infatti appare congegnato per consegnare definitivamente l'azienda alla scure del boia, poiché circoscrive l'azione del commissario straordinario alla sola questione ambientale, come se l'acciaio non fosse un'indispensabile risorsa di base per tutta l'industria italiana. [1] 


Per recuperare un potere contrattuale nei confronti della magistratura, un governo che avesse voluto fare appena sul serio avrebbe commissariato l'azienda in quanto tale, ponendosi in tal modo come interlocutore diretto della Procura e del GIP di Taranto. Il commissariamento dell'azienda avrebbe avuto gli stessi effetti di una nazionalizzazione, senza però comportarne i costi; in più avrebbe consentito di aggirare le pastoie dei trattati europei e delle norme anti-trust. Il commissariamento dell'azienda rappresentava in questa vicenda la strada ovvia ed obbligata, ed il governo ha scelto consapevolmente di non seguirla. 
Il ministro dello"Sviluppo" Economico, Passera, si è infatti completamente defilato, delegando tutta la questione Ilva ad un ministero di serie B come quello dell'Ambiente. Il messaggio non poteva essere più chiaro: l'Ilva non rappresenta per il governo un problema strategico di sviluppo industriale, ma solo un'emergenza ambientale. 


Nel finto dibattito parlamentare che ha accompagnato l'approvazione del decreto, nessuno è sembrato accorgersi del problema dell'inconsistenza della figura di un commissario con un mandato così circoscritto da porlo automaticamente in posizione di sudditanza nei confronti della magistratura. Per settimane la polemica si è quindi appuntata su aspetti marginali e folkloristici, come quello riguardante la possibilità di nominare, o meno, commissario al risanamento il governatore Nichi Vendola. 


L'obiezione della destra nei confronti di Vendola ha inoltre riguardato la sua personale non competenza in questioni ambientali, ribadendo quindi che la figura del commissario ha una mera funzione tecnica. In realtà Vendola dovrebbe rispondere di non avere mai vigilato sulle emissioni tossiche dell'Ilva in tutti questi anni, contribuendo così a creare un'emergenza che nessuna "logica del profitto" potrebbe spiegare; poiché, se è vero che alcune tecnologie di disinquinamento comportano qualche costo in più, è anche vero che altre tecnologie innovative consentono un notevole risparmio in termini di acqua ed altre materie prime. Semmai si può parlare di "logica del privato", dato che nel mondo reale nessun imprenditore privato muove un dito o investe un centesimo se non arrivano prima gli incentivi pubblici; proprio per questo la strana inerzia della Regione Puglia e di Vendola nella vicenda dell'Ilva di Taranto sono tanto più evidenti. Che nel caso Ilva abbia agito - ed ancora agisca - un lobbying molto, ma molto, più potente di quello della stessa Ilva, appare come un'eventualità talmente realistica da risultare incommestibile per dei media addestrati alle cadenze della fiaba. 


Il risultato complessivo del decreto del governo è consistito in quella mancanza di credibilità di tutto il progetto di risanamento ambientale, che ha consentito alla magistratura di porre condizioni sempre più ultimative. Il governo considera quindi già chiusa la partita sull'Ilva, tanto che tutte le sue dichiarazioni passate a sostegno dell'azienda si rivelano ora come puramente rituali e retoriche. 


L'Ilva si toglierà di mezzo e, per pura coincidenza, la base NATO in costruzione al Molo Polisettoriale, proprio di fronte al molo dell'Ilva, avrà un'intera insenatura del porto di Taranto a disposizione dei propri sommergibili nucleari. Come è noto, i sommergibili nucleari non inquinano affatto; se non altro perché, a causa del segreto militare, è impossibile monitorare i fondali dove si muovono i sommergibili. 
Come pure è sicuramente una semplice coincidenza anche il fatto che Monti, prima di diventare Presidente del Consiglio, fosse un advisor del Consiglio Atlantico della NATO. La "coincidenza" forse vuole che l'Italia non interessi più come Paese industriale, ma solo come base militare. 

[1] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-10-03/ecco-decreto-ilva-riconosce-133108.shtml

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