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31 agosto 2017

Verso la fine del contante dopo l’addio al segreto bancario?

In quale direzione si muoverà la lotta all’evasione fiscale dopo la fine del segreto bancario? Nello scenario spicca anche l’addio al denaro contante: il punto del consulente finanziario Paolo Cardenà.
È la fine di un’era: l’addio al segreto bancario segna un nuovo passo verso una lotta concreta all’evasione fiscale internazionale. Noti paradisi fiscali si sono redenti con l’adozione del CRS e molti altri Paesi ancora si stanno muovendo verso lo standard dello scambio automatico di informazioni.

Abbiamo chiesto a Paolo Cardenà, consulente finanziario e private banker dei maggiori gruppi bancari italiani ben noto tra gli appassionati di finanza anche grazie al suo famoso blog Vincitori e Vinti, in che modo e in quale misura la fine del segreto bancario sancisca la fine dell’evasione fiscale internazionale, passando dall’effettiva capacità dei sistemi di supportare tali informazioni alla necessità di una normativa chiara e condivisa che non lasci i contribuenti e le imprese nella gabbia del Fisco.

E lo scenario tra 10 anni? Paolo Cardenà non esclude la possibilità di un addio al denaro contante...

Tra poche settimane cadrà il muro del segreto bancario per effetto dell’introduzione del sistema CRS. La fine del segreto bancario è davvero la fine delle “occasioni” offerte dai paradisi fiscali?

È abbastanza evidente che la lotta all’evasione internazionale, con l’avvio dello scambio automatico di informazioni, subirà un importante salto di qualità che tenderà ad essere sempre più stringente nei confronti di fenomeni evasivi e sempre meno tollerante nei confronti dei pochi paradisi fiscali rimasti. Se si pensa che oltre 100 Paesi hanno già firmato l’accordo per lo scambio automatico di informazioni, appare evidente come la lotta all’evasione transnazionale abbia ormai assunto una dimensione globale che amplifica anche la portata e l’efficacia dell’impegno dei governi nel contrasto di fenomeni evasivi.

Nel 2010, l’approvazione da parte del Congresso degli Stati Uniti del “Foreign Account Tax Compliace Act” (comunemente noto come FACTA) ha offerto un impulso importante all’adozione di uno standard globale, automatico e reciproco, che consentisse, appunto, lo scambio di informazioni. Ne è nato il Common Reporting Standard (CRS), che ha già mietuto numerose vittime illustri. Mi riferisco, soprattutto, a quei Paesi, storicamente considerati nella “black list”, che proprio sulla scia del CRS hanno riformato il loro status di “paradisi fiscali” e l’opacità dei rispettivi sistemi bancari conformandosi agli standard previsti dal CRS. Credo che questa tendenza proseguirà in futuro, fino a coinvolgere anche gli altri paesi oggi fuori dall’accordo. Magari ci vorrà del tempo, ma è lì che si arriverà.

Le banche e gli intermediari finanziari sono obbligati a riferire dati e informazioni sui conti dei clienti residenti all’estero alla propria autorità fiscale, che provvederà ad informare il Fisco del Paese di residenza di ogni cliente. Sembra ci siano tutti gli ingredienti per una valanga di confusione.
Crede davvero che il Fisco sia in grado di gestire l’enorme afflusso di dati finanziari provenienti da questa globalizzazione finanziaria?

Per rispondere a questa domanda, è utile conoscere cosa prevede il Common Reporting Standard. Dato che il CRS prevede modelli di accordi intergovernativi su base bilaterale o multilaterale, un set comune di regole e procedure relative all’adeguata verifica fiscale dei conti finanziari, un Commentario contenente i chiarimenti interpretativi e un set di regole tecniche che disciplinano la trasmissione delle informazioni, la standardizzazione del quadro normativo e procedurale entro il quale avverrà lo scambio automatico di informazioni, oltre a contenere i costi e gli oneri amministrativi per gli intermediari finanziari tenuti alla comunicazione dei dati, faciliterà molto il compito delle amministrazioni finanziarie dei paesi aderenti. Nel caso italiano, va detto che, grazie anche all’informatizzazione e alla digitalizzazione fiscale intervenuta negli ultimi 10/15 anni, il fisco ha a disposizione potenti strumenti di controllo e accertamento. Si pensi ad esempio a SERPICO, il “grande fratello” dell’Agenzia delle Entrate, dove vengono gestiti e controllati milioni e milioni di dati (anche finanziari) dei contribuenti italiani. 

In questo ambito, i flussi dei dati derivanti dallo scambio automatico di informazioni andrà ad assortire e ad arricchire i dati già a disposizione del fisco. Questo avrà un duplice riflesso: da una parte, è ovvio che, incrociando i dati (come quelli contenuti nella dichiarazione dei redditi, ad esempio i dati all’interno del quadro RW), il fisco potrà verificare più agevolmente la veridicità e l’esattezza dei dati contenuti nelle dichiarazioni e, di conseguenza, affinare l’attività investigativa finalizzata a far emergere redditi non dichiarati; dall’altra parte, l’attività di accertamento verrà ulteriormente concentrata verso i soggetti maggiormente esposti a rischio di evasione transazionale che, immagino anche per le dimensioni del fenomeno, sia più “interessante” di quella domestica, almeno dal punto di vista dell’imponibile che potenzialmente potrebbe emergere. 

È chiaro che, come in tutti i casi in cui sono state introdotte delle innovazioni, saranno necessari degli interventi migliorativi per rendere l’operatività più efficiente. Ma credo che l’evoluzione, volta a rendere più efficiente e incisiva l’azione di contrasto dei fenomeni evasivi, non tarderà ad arrivare.

Il saldo, i dati anagrafici e una serie di altre informazioni sui conti degli Italiani all’estero saranno presto in mano all’Agenzia delle Entrate. È innegabile che la fine del segreto bancario, sulla carta, sia un grande passo nella lotta all’evasione, ma potrebbe non bastare. Qual è la chiave principale, secondo lei, per portare avanti una battaglia di successo contro l’evasione?

Rispondere a questa domanda presuppone che vengano toccati diversi aspetti tipici del fenomeno evasivo: da quelli culturali e sociologici fino ad arrivare ad aspetti propriamente tecnici della questione. Mi limiterò a svolgere qualche considerazione su questi ultimi, soprattutto in riferimento all’ambiente fiscale italiano che, com’è facile intuire, produce a valle dei riflessi anche su questioni culturali e sociologiche. Nell’ambiente italiano, connotato da una normativa fiscale in perpetuo mutamento, tutti i governi fin qui succeduti ci hanno abituati all’impossibilità di prevedere una corretta pianificazione fiscale nell’impresa che, a parer mio, resta ugualmente importante ed imprescindibile per fare una buona attività di impresa. 

La mancanza di una normativa chiara, univoca e organica a livello fiscale, unita alla necessità delle finanze pubbliche di poter contare sempre su un maggior gettito fiscale, e la ricerca spasmodica di nuove risorse idonee a coprire i buchi di bilancio, hanno stimolato la miopia dei governanti che hanno quasi sempre adottato soluzioni dettate dallo stato di bisogno, e comunque non conformi a logiche di certezza normativa e stabilità (nel tempo) della disciplina fiscale, venendo meno, talvolta, a veri e propri patti con i contribuenti. Insomma, si ha come la sensazione (che poi tanto sensazione non è) che si sia andati avanti arraffando un po’ qua e un po’ là dove si è potuto, senza guardare troppo al futuro e senza occuparsi di quali sarebbero stati gli effetti prodotti da tali pratiche. 

Questo modus operandi, oltre a favorire l’infedeltà fiscale del contribuente, ha reso ancor più complesso orientare i consulenti fiscali e tributaristi nell’interpretazione di norme fiscali in perpetuo mutamento e, talvolta, contraddittorie rispetto all’intero apparato normativo.

Non è un caso, infatti, che dinanzi le commissioni tributarie pendano ormai centinaia di migliaia di contenziosi che, stando ai dati forniti dalla stessa Agenzia, il più delle volte vedono soccombere l’amministrazione finanziaria con un notevole aggravio di costi per lo Stato. Senza considerare poi i costi sostenuti dagli imprenditori che, oltre ad anticipare o sostenere - talvolta - le spese di giudizio, patiscono anche un notevole aggravio di tempo nella soluzione della controversia. Tempo prezioso sottratto alla propria attività e allo sviluppo della propria impresa. La mancanza di una visione di lungo periodo nella legiferazione su tematiche fiscali, unita ai livelli di imposizione fiscale ai limiti della sostenibilità e della schizofrenia, hanno contribuito, non poco, a favorire fenomeni evasivi ed elusivi. 

La costruzione di un impianto normativo privo di logiche aderenti a principi di certezza normativa e di universalità di interpretazione della norma si sostanzia, di fatto, nella coesistenza di una moltitudine di norme non organiche, talvolta contraddittorie, che lasciano spazio a diversi profili di interpretazione, che talvolta sono alla base di contestazioni e giudizi nelle varie corti tributarie. Queste non costituiscono un incentivo a fare impresa, al contrario, rappresentano un ostacolo alla corretta e normale gestione imprenditoriale, alla pianificazione fiscale, e favorisce fenomeni evasivi e tanto più elusivi. 

È evidente che un’architettura normativa uniforme ed organica contribuirebbe anche ad una minore spesa in capo agli enti preposti ad accertare e contrastare fenomeni di evasione fiscale. È chiaro che la reiterazione nel tempo (nei decenni) di una simile e censurabile condotta da parte dei governi abbia viziato, anche in termini culturali e sociologici, la percezione della gravità dei fenomeni evasivi, che forse sono diventati intimamente più tollerati da parte dei contribuenti.

Quando l’OCSE ha iniziato la sua battaglia contro paradisi fiscali ed evasione nel lontano 1998 in pochi avrebbero puntato sul fatto che, nel 2017, finalmente si sarebbe detto addio al segreto bancario. A che punto pensa sarà la lotta all’evasione fiscale in Italia e all’estero tra altri 10 anni?

Non so dirle a che punto sarà la lotta all’evasione fiscale transnazionale tra 10 anni. Ma, con ragionevole certezza, posso dirle che la strada intrapresa verrà percorsa sempre più speditamente e con maggior decisione da parte dei governi che, presto o tardi, in nome della lotta all’evasione, metteranno in campo altri strumenti e altre pratiche destinate a modificare radicalmente le nostre abitudini e le nostre vite. 

Mi viene in mente, in particolar modo, la lotta all’utilizzo del denaro contante come strumento di compensazione di pratiche commerciali. Siamo ancora agli albori di questa nuova frontiera, ma alcune esperienze in giro per il mondo (ad esempio in India) e anche domestiche dovrebbero indurci a riflettere su quanto potrebbe considerarsi concreto un futuro senza contanti o con l’utilizzo del cartamoneta fortemente ridotto. 

Sotto questo aspetto, quanto avvenuto in Italia nel corso degli ultimi anni (dove è stato più volte modificato il limite all’utilizzo del contante), costituisce prova evidente di questa tendenza. 
Come ho scritto diverse volte nel blog, se si arrivasse a tanto, ciò implicherebbe il fatto che chi ha uno stipendio, ad esempio, dovrebbe riceverlo obbligatoriamente in banca. Così come ogni sostanza contante di cui si dispone, dovrebbe essere depositata in banca, e da lì spesa attraverso la moneta elettronica.

Magari gradualmente, ma non è affatto remota la possibilità che si possa arrivare a un mondo senza contante, o con l’utilizzo del contante fortemente ridotto. Contate che, tra le altre cose, costituisce anche l’unica forma di dissenso a sua disposizione nei confronti del sistema bancario. 

Per contro, le banche verrebbero graziate in quello che per loro costituisce il vero e proprio incubo: la corsa agli sportelli. A quel punto, essendo il denaro smaterializzato e sostituito con un algoritmo astratto e intangibile, dato che non esisterebbe contante da scambiare e da prelevare, verrebbe meno anche il pericolo che la popolazione possa chiedere la restituzione di ciò che non esiste. 
Il pericolo è proprio quello di essere obbligati, tramite un provvedimento di legge, a privarsi dell’utilizzo del contante, per rendere la macchina coercitiva del fisco ancora più efficiente, funzionale, perfetta e micidiale. Tanto più se si arrivasse a una soluzione del genere su scala globale.

Già da qualche tempo, le banche italiane sono tenute a trasmettere all’anagrafe tributaria tutte le movimentazioni dei nostri conti correnti e tutti i nostri rapporti finanziari. Lo stato, con un semplice click, conosce in tempo la ricchezza dei contribuenti italiani, la sua collocazione e la dimensione complessiva. Peraltro, di recente sono stati potenziati anche i poteri attribuiti all’Agente della riscossione che oggi è in grado di pignorare il saldo del conto corrente dei contributi morosi senza l’autorizzazione del giudice.

Ora immagini un ambiente senza denaro contante o con l’utilizzo fortemente ridotto: tutte le disponibilità dei contribuenti sarebbero detenute dal sistema bancario che diverrebbe una gigantesca camera di compensazione idonea a garantire il buon esito della pretesa tributaria da parte dello Stato, senza la possibilità, per i contribuenti, di sfuggire all’azione del fisco. Arriveremo a un mondo senza contante? Non lo so, ma la possibilità non sembra affatto remota, anche se occorrerà del tempo.

Fonte: https://www.money.it/Fine-contante-segreto-bancario-Paolo-Cardena

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