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2 dicembre 2016

Il Fidel che ho conosciuto

Fino alla vigilia della sua morte a 90 anni, continuava a mobilitarsi in difesa dell'ecologia e dell'ambiente, e contro la globalizzazione neoliberista, in trincea, e in prima linea.
Fidel è morto, ma è immortale. Pochi uomini conobbero la gloria di entrare da vivi nella leggenda e nella storia. Fidel è uno di questi. Apparteneva a quella generazione di insorti mitici - Nelson Mandela, Patrice Lumumba, Amilcar Cabral, Che Guevara, Camilo Torres, Turcios Lima, Ahmed Ben Barka - che, perseguendo un ideale di giustizia, si lanciarono negli anni '50 con l'ambizione e la speranza di cambiare un mondo di disuguaglianze e discriminazioni, segnato dall'inizio della guerra fredda tra l'Unione Sovietica e gli Stati Uniti.

In quell’epoca, in più della metà del pianeta, in Vietnam, in Algeria, in Guinea-Bissau, i popoli oppressi si ribellavano. L’umanità era in gran parte ancora sottomessa l’infamia della colonizzazione. Quasi tutta l’Africa e buona parte dell’Asia erano ancora dominate, asservite ai vecchi imperi occidentali. Mentre le nazioni dell’America Latina, in teoria indipendenti da un secolo e mezzo, erano sfruttate da minoranze privilegiate, oggetto di discriminazione sociale ed etnica, e spesso sottoposte a dittature sanguinarie protette da Washington.
Fidel ha resistito all’aggressione di addirittura dieci presidenti americani (Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Ford, Carter, Reagan, Bush padre, Clinton e Bush figlio). Ha intrattenuto rapporti con i leader chiave che hanno segnato il mondo dopo la seconda guerra mondiale (Nehru, Nasser, Tito, Krusciov, Olof Palme, Ben Bella, Boumedienne, Arafat, Indira Gandhi, Salvador Allende, Breznev, Gorbaciov, Mitterrand, Giovanni Paolo II, il re spagnolo Juan Carlos, ecc.). E ha incontrato alcuni dei più importanti intellettuali e artisti del suo tempo (Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir, Arthur Miller, Pablo Neruda, Jorge Amado, Rafael Alberti, Guayasamín, Cartier-Bresson, José Saramago, Gabriel Garcia Marquez, Eduardo Galeano, Noam Chomsky, ecc.).
Sotto la sua guida, il suo piccolo paese (100 mila km quadrati, 11 milioni di persone) ha potuto condurre una politica da grande potenza a scala mondiale, sfidando gli Stati Uniti, i cui capi non sono riusciti o eliminarlo, o a cambiare il corso della rivoluzione cubana. Infine, nel dicembre 2014, hanno dovuto ammettere il fallimento delle loro politiche anti-cubane, la loro sconfitta diplomatica e avviare un processo di normalizzazione che comprende il rispetto per il sistema politico cubano.
Nell’ottobre del 1962, la terza guerra mondiale fu sul punto di esplodere a causa dell’atteggiamento del governo degli Stati Uniti che protestava contro l’installazione di missili nucleari sovietici a Cuba, la cui funzione era, soprattutto, di evitare un altro sbarco armato come quello di Playa Giron (la Baia dei Porci) o qualcos’altro del genere direttamente organizzato dalel forze armate degli Stati Uniti per rovesciare la rivoluzione cubana.
Da oltre 50 anni, Washington (nonostante il ripristino delle relazioni diplomatiche) impone a Cuba un devastante embargo commerciale - rinforzato dalle leggi Helms-Burton e Torricelli negli anni novanta - che ostacolano uno sviluppo economico normale. Con conseguenze tragiche per gli abitanti. Washington continua anche a condurre una guerra ideologica permanente contro L’Avana attraverso la potente radio "Martí" e TV "Marti", installate in Florida per inondare Cuba di propaganda come nei giorni peggiori della guerra fredda.
Inoltre, diverse organizzazioni terroristiche - Alpha 66 e Omega 7 - ostili al regime cubano, hanno sede in Florida, dove hanno campi di addestramento, e da dove hanno inviato regolarmente, con la complicità passiva delle autorità statunitensi, commando armati a commetetre attentati. Cuba è il paese che ha avuto più vittime (circa 3.500 morti) e che più ha sofferto del terrorismo negli ultimi 60 anni.
Di fronte a così forte e così permanente attacco, le autorità cubane hanno predicato, all’interno, l’unione ad ogni costo. E hanno applicato a modo loro il vecchio motto di Sant’Ignazio di Loyola: "In una fortezza assediata, ogni dissidenza è tradimento". Ma non c’è mai stato, fino alla morte di Fidel, nessun culto della personalità. Né ritratto ufficiale o statua, o simbolo, o moneta, o strada, o un edificio o un monumento con il nome o la figura di Fidel, o uno qualsiasi dei capi della rivoluzione ancora viventi.
Cuba, un piccolo paese aggrappato alla sua sovranità, ha ottenuto sotto la guida di Fidel Castro, nonostante le vessazioni esterne permanenti, risultati eccezionali nello sviluppo umano: abolizione del razzismo, emancipazione delle donne, sradicamento dell’analfabetismo, drastica riduzione della mortalità infantile, aumento del livello culturale generale... nell’educazione, la salute, la ricerca medica e lo sport, Cuba ha raggiunto livelli che lo collocano nel gruppo delle nazioni più avanzate.
La sua diplomazia rimane una delle più attive al mondo. L’Avana, negli anni sessanta e settanta, ha appoggiato le guerriglie che combattevano in molti paesi dell’America Centrale (El Salvador, Guatemala, Nicaragua) e del Sud America (Colombia, Venezuela, Bolivia, Argentina). Le forze armate cubane hanno partecipato a campagne militari di grande importanza, soprattutto in Etiopia e Angola. Il loro intervento in quest’ultimo paese ha causato la sconfitta delle divisioni d’élite della Repubblica del Sud Africa, ciò che indiscutibilmente ha accelerato la caduta del regime razzista dell’apartheid.
La Rivoluzione cubana, della quale Fidel Castro è stato l’ispiratore, il teorico e il leader, continua ad essere, grazie ai suoi successi e nonostante i suoi difetti, un importante riferimento per milioni di diseredati del pianeta. Qui o là, in America Latina e in altre parti del mondo, uomini e donne protestano, lottano e talvolta muoiono cercando di creare regimi ispirati al modello cubano.
La caduta del muro di Berlino nel 1989, il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 e il fallimento storico del socialismo di stato non cambiarono il sogno di Fidel Castro di stabilire a Cuba una società di tipo nuovo, più giusta, più sana, più istruita, senza privatizzazioni o discriminazioni di alcun tipo, e con una cultura globale totale.
Fino alla vigilia della sua morte a 90 anni, è rimasto in trincea, in difesa dell’ecologia e dell’ambiente, e contro la globalizzazione neoliberista, a condurre la battaglia per le idee in cui credeva e a cui niente e nessuno lo ha costretto a rinunciare.
Nel panteon mondiale dedicato a coloro che con più impegno hanno combattuto per la giustizia sociale e profuso più solidarietà in favore degli oppressi della Terra, Fidel Castro - piaccia o no ai suoi detrattori - ha un posto sicuro.
L’ho conosciuto nel 1975 e ho conversato con lui in molteplici occasioni, ma, per un lungo periodo di tempo, in circostanze sempre molto professionali, in occasione di reportage dall’isola o la partecipazione a qualsiasi conferenza o un evento. Quando abbiamo deciso di scrivere il libro "Fidel Castro. Biografia a due voci" (o "Cento ore con Fidel"), mi ha invitato ad accompagnarlo per giorni in diversi viaggi. Sia a Cuba (Santiago, Holguin, L’Avana) che all’estero (Ecuador). In auto, in aereo, a piedi, a pranzo o cena, abbiamo parlato a lungo. Senza un registratore. Di tutti i possibili argomenti, notizie del giorno, delle sue esperienze passate e delle sue preoccupazioni presenti. Conversazioni che poi ricostruivo a memoria nei miei taccuini. Poi, per tre anni, ci siamo incontrati molto spesso, almeno per qualche giorni, una volta ogni tre mesi.
Ho scoperto così un Fidel intimo. Quasi timido. Molto gentile. Che ascoltava con attenzione ogni interlocutore. Sempre attento agli altri, e in particolare ai suoi collaboratori. Non ho mai sentito una sua parola più alta delle altre. Mai un ordine. Con modi e gesti di cortesia d’altri tempi. Un gentiluomo. Con un alto senso del rispetto di sé. Che viveva, così ho potuto vedere, in modo spartano. Mobili austeri, cibo sano e frugale. Uno stile di vita da monaco-soldato.
La sua giornata di lavoro di solito si concludeva alle sei o sette di mattina quando il giorno spuntava. Più di una volta ha interrotto la nostra conversazione alle due o tre del mattino, perché doveva ancora di partecipare ad "incontri importanti"... Dormiva solo quattro ore, più, di tanto in tanto, una o due ore, in un qualsiasi momento della giornata.
Ma era anche un grande mattiniero. E instancabile. Viaggi, trasferimenti, riunioni si susseguivano senza tregua. In un ritmo serrato. I suoi assistenti - tutti i trentenni giovani e brillanti - erano alla fine della giornata, esausti. Dormivano in piedi. Incapaci di tenere il passo con quel gigante infaticabile.
Fidel reclamava memo, report, notizie, statistiche, sintesi di televisione o radio, telefonate... Non smetteva un momento di pensare, rimuginare. Sempre attento, sempre in azione, sempre a capo di un piccolo stato maggiore - i suoi assistenti - per combattere una nuova battaglia. Sempre con idee nuove. Pensare l’impensabile. Immaginare l’inimmaginabile. Con una spettacolare audacia mentale.
Una volta definito un progetto, nessun ostacolo lo fermava. La sua realizzazione andava da sé. "L’intendenza seguirà", diceva Napoleone. Fidel lo stesso. Il suo entusiasmo catturava l’adesione. Suscitava le volontà. Come un fenomeno quasi magico, si vedevano materializzarsi idee, diventare fatti palpabili, cose, eventi.
La sua abilità retorica, così spesso descritta, era prodigiosa. Fenomenale. Non parlo dei suoi discorsi pubblici, ben noti. Ma di una semplice conversazione a cena. Fidel era un torrente di parole. Una valanga. Che accompagnava con i gesti delle sue mani sottili.
Gli piacevano la precisione, l’accuratezza, la tempestività. Con lui, nessuna approssimazione. Una memoria prodigiosa, una precisione insolita. Travolgente. Così ricca che a volte sembrava impedirgli di pensare in modo sinteticoe. Il suo pensiero era una fioritura di concetti. E tutto era concatenato. Tutto aveva a che fare con tutto. Digressioni costanti. Parentesi permanenti. Lo sviluppo di un tema lo portava, per associazione, per la memoria di quel certo dettaglio, situazione o personaggio, a evocare un tema parallelo, e un altro, e un altro, e un altro. E si allontanava dal tema centrale. A tal punto che l’interlocutore temeva avesse perso il filo. Ma poi ripercorreva i suoi passi, e tornava ad afferrare, con sorprendente facilità, l’idea principale.
In nessun momento, in più di un centinaio di ore di colloqui, Fidel ha messo un limite qualunque ai temi da affrontare. Come l’intellettuale che era, e di un calibro considerevole, non temeva il dibattito. Al contrario, lo chiedeva, lo stimolava. Sempre pronto a disuptare con chiunque. Con molto rispetto per l’altro. Con molta attenzione. Ed era un ragionatore e un polemista formidabile. A cui ripugnavano solo  la mala fede e l’odio.
Ignacio Ramonet 

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