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5 maggio 2016

Turchia: Erdogan, il grande taglieggiatore

Con l’accordo tra l’Unione Europea (UE) e la Turchia, entrato in vigore il 20 marzo scorso, è stato istituito un gigantesco campo di concentramento, affidato ad una delle figure più oscure del panorama internazionale: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Quasi 5 milioni di rifugiati (2.5 milioni siriani e il resto in maggioranza iracheni e afgani) sono rimasti intrappolati in Turchia nella loro fuga verso l’Europa, mentre fuggivano dalle guerre che gli interventi della NATO hanno causato nei loro paesi.
L’accordo tra le 28 nazioni della UE e Ankara è stato denunciato da Filippo Grandi, l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati, visto che il patto viola il diritto internazionale sui rifugiati. 
Il costo di questa monumentale prigione a cielo aperto sarà, per i prossimi due anni, di 6 mila milioni di euro, e il maggior beneficiario è Erdogan, il quale sa molto bene che tutte le sue richieste saranno soddisfatte dalla UE visto che una “fuga” di massa dei rifugiati verso la Grecia devasterebbe la molto precaria situazione dell’Europa politicamente e economicamente.
Erdogan ha oltretutto ottenuto che la UE semplifichi la richiesta dei visti e acceleri gli accordi per l’integrazione della Turchia nella UE, misura lungamente desiderata da Ankara e che la UE ha rifiutato sistematicamente per  i sospetti anti-islamici.
L’accordo-estorsione non dice nulla rispetto ai meccanismi di controllo dell’uso che farà il governo turco dei fondi europei, visto che questi dovrebbero essere utilizzati nel mantenimento dei campi di accoglienza. Erdogan si è affrettato ad aprire quello di Nizip-2, l’unico che possiede le norme richieste, dove vengono portati in visita i funzionari ed i giornalisti che arrivano in Turchia a verificare che tutto vada bene e che si lasciano raccontare menzogne, come ha fatto la stessa Angela Merkel. Tutti conoscono la verità rispetto all’ammassamento e alla mancanza di servizi elementare delle centinaia di migliaia di rifugiati ammucchiati in campi ben nascosti alla vista degli estranei.

Recep Erdogan è stato il partecipante necessario perché la guerra in Siria prendesse la grandezza che ha raggiunto, permettendo che i più di 850 chilometri di frontiera fra i due paesi venissero utilizzati per far filtrare armi e combattenti arrivati per combattere la loro “yihad” contro Bashar al-Assad. Oltre a permettere che in territorio turco si costruiscano ospedali e campi di addestramento per i miliziani giunti da tutti gli angoli dell’Islam, compresa l’enorme maggioranza di giovani musulmani arrivati dall’Europa occidentale, dal Maghreb, dai paesi balcanici, dal Caucaso e da nazioni dell’Asia Centrale.
Persino il re di Giordania Abdallah II ha denunciato il legame tra lo Stato Islamico e il presidente turco ad una commissione di senatori statunitensi con cui si è riunito nel gennaio 2015.

Erdogan, legato alla Fratellanza Musulmana d’Egitto, è un  assertore dell’urgenza di creare un nuovo Califfato, ed è un seguace delle correnti negazioniste dei genocidi perpetrati dall’Impero Ottomano contro minoranze come quella armena, cristiana, greca e yazidi.
Attualmente Erdogan ha perso gli appoggi, per cui governa praticamente in modo autocratico; meno di un terzo della popolazione continua a sostenerlo e egli si aggrappa a tutti i mezzi delle dittature per mantenersi al potere.  Praticamente la libertà è sparita, non solo quella di stampa ma anche quella di espressione. La chiusura e il blocco dei mezzi informativi è tanto  frequente quanto la repressione di qualsiasi tipo di manifestazione contro di lui.

Organizzazioni para-poliziesche costituite da uomini del suo partito, l’AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo), hanno commesso assalti contro giornali oppositori come lo Hürriyet o il Sabah o il Zaman, che è stato acquistato e la cui linea editoriale è diventata assolutamente favorevole al governo; sono stati anche chiusi i due unici canali televisivi oppositori, Bugun TV e Kanalturk.
Il sequestro e l’assassinio di giornalisti sono diventati una misura corrente del regime di Erdogan. C’è già una lista di migliaia di professionisti spariti o assassinati, definiti  “terroristi” o rei di aver offeso l’investitura presidenziale.
Opportuni attentati dello Stato islamico hanno spento le proteste contro di lui.
L’Arabia Saudita, che è stata la grande patrocinatrice di gruppi come al-Qaeda e lo Stato Islamico, ha contribuito con  circa 2.5 milioni di dollari alle diverse campagne di Erdogan, sia elettorali che pubblicitarie.

Le sedi del partito di sinistra HDP (Partito Democratico del Popolo) vengono di frequente attaccate e i suoi dirigenti incarcerati.
La comunità kurda, dall’altra parte, soffre pesantemente gli abusi di potere di Erdogan: i suoi commerci, locali e centri di riunione vengono assaltati, saccheggiati e incendiati. Nel sud-est del paese, dove il governo porta avanti una guerra sporca contro la comunità kurda, vengono spianati dall’esercito villaggi e cittadine, senza che questi fatti arrivino ai grandi mezzi di comunicazione.

Il fondatore e leader del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) Abdullah Ocalan è detenuto dal 1999 nella prigione di Imrali, un’isola del Mar di Marmara, assolutamente isolato da qualsiasi contatto con qualsiasi essere umano a parte le sue guardie.
La guerra di sterminio che Erdogan combatte contro il PKK, con centinaia di migliaia di morti nell’est del paese, sembra non entrare nel registro delle priorità della comunità internazionale.

Il sultano Recep

Il livello di corruzione di Erdogan gli ha permesso la costruzione di un complesso da 500 milioni di euro; oltre ad essere la residenza del capo di Stato, il “Palazzo Bianco”, nei 200 mila metri quadrati che occupa, dispone di installazioni militari e bunkers di altissima sicurezza e di un moderno centro di comunicazione satellitare.

Nel dicembre 2015 la stessa giustizia turca provò le relazioni di Erdogan e di suo figlio Bilal con Yasin al-Qadi, il banchiere di al-Qaeda. Per questo il presidente destituì i giudici e gli investigatori che avevano partecipato alle inchieste.
Da qui derivano anche gli affari denunciati dal presidente russo Vladimir Putin riguardo a imprese della famiglia Erdogan che, a partire dal conflitto siriano, si è dedicata ad introdurre sul mercato il petrolio sia siriano che iracheno che lo Stato islamico sta rubando per finanziare la sua guerra.
Bilal Erdogan, proprietario di varie società di trasporto navale come la BMZ Ltd., avrebbe raggiunto un accordo per esportare il petrolio dello Stato Islamico in  paesi asiatici. Le sue società conterebbero su legami esclusivi perché le navi cisterna che trasportano il petrolio rubato possano caricare e partire senza controlli.

Nel febbraio 2016 la Federazione Russa consegnò al Consiglio di Sicurezza dell’Onu un rapporto del controspionaggio che dimostrava l’appoggio dello Stato turco al terrorismo islamico e, nonostante questo, la UE ha continuato le trattative con Ankara sul tema dei rifugiati, e gli accordi sono stati firmati un mese dopo.
Un’Europa spaventata e debole si è inginocchiata per negoziare un po’ di pace con quello che è forse il più grande estorsore della storia: lo fecero già con Hitler e sappiamo come è finita. 

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