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15 dicembre 2015

COP21, mete e geoingegneria

Uno dei temi più importanti della riunione globale della Convenzione delle Nazioni Unite sul cambio climatico che è terminata a Parigi il 12 dicembre (COP21) è stato la definizione di una nuova meta del riscaldamento globale che non si potrebbe oltrepassare. Paesi insulari ed altri del Terzo Mondo da anni affermano di non poter sopravvivere ad un riscaldamento globale superiore ad 1,5 gradi centigradi, visto che il loro territorio sparirebbe per l’aumento del livello del mare e per altri disastri. Ragioni più che attendibili, che si aggiungono  al fatto che quei paesi non sono responsabili di aver causato il cambio climatico.
La temperatura media globale è aumentata di 0,85 gradi centigradi nell’ultimo secolo, la maggior parte dei quali durante gli ultimi 40 anni, a causa delle emissioni di gas serra  di diossido di carbonio (CO2) e di altri gas causati dall’uso di combustibili fossili (petrolio, gas, carbone), in maggior parte per la produzione di energia, per il sistema agro-industriale, le urbanizzazioni e i trasporti. Se continua il corso attuale, la temperatura aumeterà fino a 6 gradi centigradi a fine secolo XXI, con impatti tanto catastrofici che non è possibile prevederli.
 
Nel processo verso la COP21 e fino al suo inizio, la bozza di base del negoziato prevedeva di fissare una meta di aumento globale del CO2 fino all’anno 2100, cifra che in ogni modo veniva combattuta dai paesi emissori principali.
  
Sorprendentemente alcuni paesi del Nord, che sono i principali colpevoli del caos climatico – tra cui Stati Uniti e Canada, così come l’Unione Europea – hanno annunciato durante la COP21 che avrebbero appoggiato una meta globale di massimi 1,5 gradi centigradi. Secondo stime scientifiche, questo implicherebbe ridurre le loro emissioni di più dell’80% antro il 2030, cosa che i governi dei paesi del Nord si rifutano decisamente di fare.
Perchè ora dicono di accettare una meta di 1,5 gradi centigradi?
 
Com’era prevedibile, le loro ragioni non sono pulite e nascondono scenari che aggraveranno il caos climatico: si tratta di legittimare l’appoggio e i sussidi pubblici a tecnologie di geoingegneria e altre ad alto rischio, come il nucleare, come l’aumento del mercato del carbone ed altre false soluzioni.
 
Qualunque sia la meta fissata nel cosiddetto Accordo di Parigi, questa non avrà costi per coloro che continueranno a contaminare. La Convenzione ha accettato, da prima della COP21, che i piani di riduzione dei gas non siano vincolanti. Si tratta di contributi previsti e determinati a livello nazionale, per i quali ogni paese dichiara le intenzioni, non accordi obbligatori. La somma dei contributi che ogni paese ha dichiarato fino ad ottobre 2015 porta già ad un aumento della temperatura da 3 a 3,5 gradi centigradi entro l’anno 2100. E questo non è neppure quello che faranno realmente – che può essere molto peggio – ma solo quello che dichiarano. Quindi, per quanto la meta fissata sia bassa, i piani reali sono chiaramente visibili e la catastrofe continua la sua marcia.
 
Partecipare a parole ad una meta abbarentemente bassa non cambia i piani presentati, ma da a quei governi argomenti per affermare che si devono appoggiare tecniche di geoingegneria, come l’immagazzinamento e la captazione del carbonio (CCS la sigla in inglese), tecnica che proviene dall’industria petrolifera e che essi presentano come capace di assorbire il CO2 dall’atmosfera ed iniettarlo a pressione a grande profondità nei fondali geologici terrestri o marini dove, secondo quanto afferma l’industria del petrolio, rimarrebbe per sempre.
 
Questa tecnologia era già nota sotto il nome di “recupero migliorato di petrolio” o, in inglese, Enhanced Oil Recovery. Serviva ad aumentare le riserve profonde di petrolio, ma non è stata sviluppata perchè non era fattibile nè economicamente nè tecnicamente. Ribattezzata CCS (captazione del carbonio), ora viene rivenduta come soluzione al cambio climatico.
Così i governi dovranno sovvenzionare le installazioni (per relizzare le mete della Convenzione), le imprese potranno estrarre e bruciare ancor più petrolio e oltretutto guadagnare crediti sul carbonio con l’apparente scopo di “catturare” e immagazzinare gas ad effetto serra.
 
Il CCS in realtà non funziona; ci sono solo tre basi operative nel mondo fortemente sostenute da fondi pubblici, oltre ad alcune altre progettate e altre chiuse per perdite del gas o rotture.
Ciò nonostante, i governi e le industrie che lo promuovono assicurano che potranno compensare con queste tecniche l’aumento delle emissioni, per arrivare ad emissioni nette zero: non per ridurre emissioni, ma per compensarle con CCS, cosicchè la somma sarebbe zero.
Assicurano anche che, se a questo si aggiunge lo sviluppo della bioenergia su grande scala, con immense monocoltivazioni di alberi e piante per produrre bioenergia e il sotterramento del carbonio prodotto (chiamato BECCS, bioeenrgia con CCS), le emissioni saranno negative, con il che potrebbero anche vendere la differenza ad altri.
 
Un affare molto lucroso perchè  coloro che hanno provocato il cambio climatico conntinuino ad emettere gas, con maggiori sussidi pubblici.
David Hone della Shell dichiara apertamente sul suo blog alla COP21 la necessità di raggiungere una meta di 1,5 gradi centigradi per appoggiare lo sviluppo di CCS, CECCS e di altre tecniche di geoingegneria(http://tinyurl.com/nkaqbcv).
 
Visto che queste tecnologie non funzioneranno ma causeranno un aumento del cambio cliamtico, tra pochi anni ci proporranno altre tecnologie di bioingegneria ancor più rischiose, come la gestione della radiazione solare. Dobbiamo, fin da ora, smatellare il loro discorso. Non si tratta di ridurre, non si tratta di mete basse, non si tratta di affrontare il cambio climatico.

Non sono false soluzioni. Sono menzogne. 

Per concessione di Centro di Iniziativa Proletaria 
Fonte: http://www.jornada.unam.mx/2015/12/12/opinion/025a1eco
Data dell'articolo originale: 12/12/2015

URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=16843 

 

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