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13 settembre 2015

Rifugiati: chi semina vento, raccoglie uragani

C’è chi in Italia assiste e chi partecipa alla marcia delle donne e degli uomini scalzi; sia che si scenda in piazza, sia che si assista a quanto accade guardando la televisione, non ci si può non accorgere che la culla dorata in cui pensavamo di essere al sicuro semplicemente non esiste.
Si pensava che nella nostra culla dorata fossimo al sicuro, che le tragedie non ci riguardassero, che la disperazione fosse lontana, distante, che appartenesse ai soliti sfigati del pianeta. Nelle nostre belle casette, sulle nostre automobili, nelle nostre città luccicanti, sulle spiagge dove facciamo il bagno, niente potesse disturbarci, venirci a fare presente qualcosa di scomodo che non vogliamo vedere. Si riteneva che i nostri governi con i loro fantocci, potessero pensare a tutto, evitarci problemi, preservarci da ogni effetto indesiderato. E invece eccola qui piombarci in casa la disperazione, la sofferenza, la morte che da bravi occidentali figli del sistema della crescita e devastazione, abbiamo esportato in tutto il mondo. Eccola venire a bussare alla porta e se non rispondiamo, questa massa di persone, la porta la sfonda, inizia bibliche marce di centinaia di chilometri travolgendo confini, muri, fili spinati. Persone che ci appaiono in tutta la loro visibilità, la loro scomodità all’ora di pranzo e cena, nei momenti meno consoni per la nostra ligia tranquillità familiare costruita sull’indifferenza, il tornaconto e un razzismo strisciante. 
Poveri illusi, pensare di esportare disperazione e sfruttamento ovunque e sperare che non sarebbe mai tornato indietro nulla, sperare che i disperati si volatilizzassero, che tutti affogassero in mare, che venissero stritolati o asfissiati dai Tir in marcia ai nostri confini. Ma la disperazione che abbiamo generato è così tanta e così profonda che non basteranno mari, confini, interi eserciti e tutte le polizie del regno, a contenerla. E siamo solo all’inizio, il Pentagono stesso ci dice che per i prossimi venti anni la situazione sarà così. 

Non riusciamo a capire cosa fare ora, figuriamoci cosa succederà per i prossimi venti anni. E il Pentagono non calcola nemmeno i milioni  di rifugiati climatici che ci attendono. Le “magnifiche sorti e progressive” mostrano il conto e sarà salatissimo.
Un bambino siriano in una delle interviste ai rifugiati in Ungheria, lo diceva chiaramente: se fermate la guerra ce ne stiamo a casa nostra.  E infatti, chi sano di mente, in un paese pacifico, dove si vive dignitosamente, dove c’è libertà e non gli cascano bombe sulla testa, se ne andrebbe a cercare morte, umiliazione, botte, sofferenza, disagi di ogni tipo, pur di scappare da una situazione drammatica. Chi lo farebbe? Solo chi non ha altra possibilità. Ma a noi tutto ciò interessa poco, l’importante è che non si interrompa lo shopping, i disperati non ci diano troppo fastidio, non spaccino, poi che muoiano pure da qualche parte e chissenefrega.


Si potranno trovare delle soluzioni a questa situazione solo attraverso una completa revisione di valori e organizzando la società in modo diverso, smettendo di sfruttare e bombardare questi popoli  e smettendo di fargli credere che qui ci sia l’Eldorado, un Eldorado falso e fatto di depressione. Un Eldorado dove la gente è così entusiasta di viverci che non ci fa più nemmeno figli e le varie popolazioni di “ariani” occidentali si vanno ad estinguere. Se non ci fossero i disperati con la loro prolificità, nel nostro paese saremmo già ad un saldo sottozero fra nascite e morti.  Non si può  richiudere il vaso di pandora che noi stessi abbiamo creato e aperto, adesso niente fermerà chi fugge dal dolore. 

Non li fermerà  il razzismo al servizio di chi vuole solo usare queste persone per ottenere potere, non li fermerà il menefreghismo di chi vorrebbe continuare ad ingozzarsi infischiandosene di tutto e di tutti, anche perché le vittime del suo ingozzarsi stanno venendo a riprendersi a casa sua quello che a loro gli è stato tolto.   Cosa si vuole fare, iniziare ad armarsi e a sparare a bambini, donne e gente inerme che preme ai confini? Sperare che i paesi “ricchi” assorbano loro tutti i  disperati?  Che ci si provi a dire che non ce ne abbastanza per tutti, che ci si provi a dire che non si sa come fare: siamo il regno assoluto dello spreco, delle milioni di case vuote, dei soldi buttati, rubati sempre e comunque, delle terre incolte ovunque, dei migliaia di paesi abbandonati che non aspettano altro che rivivere. Di fronte a tutto ciò, parafrasando Gandhi si può affermare che nel mondo c’è abbastanza per tutti ma non per l’ingordigia di pochi e quei pochi, siamo noi.

di Paolo Ermani - 11 Settembre 2015

Fonte: http://www.ilcambiamento.it/editoriale/rifugiati_emergenza.html

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