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17 ottobre 2013

LAMPEDUSA: PERSEGUITARE I VIVI E PREMIARE I MORTI

Parlando della tragedia di Lampedusa, c’è poco da aggiungere ai lamenti ipocriti delle autorità europee e alle giustissime denunce degli attivisti, delle organizzazioni e dei migranti. Anni fa, il teologo costaricano di origine tedesca,  Franz Hinkelammert, riassunse in due parole questa routinaria abbondanza di cadaveri raccolti nei mari e nei deserti nelle frontiere d’occidente: “genocidio strutturale”. L’idea di “genocidio strutturale”, certamente implica un’accusa: le strutture non si impongono da sole, bensì necessitano di decisioni politiche che le facciano funzionare; decisioni politiche che, eventualmente, potrebbero disattivare. Quando una struttura alla propria fonte è incompatibile con la Dichiarazione dei Diritti Umani e con la più elementare dignità umana, le decisioni che vengono prese per tenerla in attività acquisiscono un’aura necessariamente truculenta, un’ aria di ludica crudeltà infantile, la forma di un grande sbadiglio nichilista. Penso che Barroso e Letta non avranno gradito di venire ricevuti a Lampedusa al grido di “assassini”. Non si sentono “assassini”e, probabilmente, la pila di cadaveri accumulati ai loro piedi gli trasmette un orrore sincero. Ma devono ingoiare gli insulti e i rimorsi di coscienza rispondendo in modo responsabile ai propri compromessi con la “struttura”. Compromessi da cui, in certa misura, dipendono anche i voti dei loro elettori. 

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