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24 agosto 2011

VOILA', L'OFFENSIVA NEOLIBERISTA

Da un lato è un paradosso: proprio nel momento in cui il sistema economico globale mostra tutti i suoi limiti, conseguenza di difetti intrinseci che in quanto tali non si possono correggere e di vizi operativi talmente radicati e diffusi da essere ormai pressoché ingovernabili, l’establishment liberista lancia un’offensiva teorica e pratica che mira ad accentuare ancora di più i caratteri tipici di quel modello, sacrificando il welfare sull’altare del debito pubblico e del Pil.
Federico Zamboni
Il Ribelle

Il messaggio che viene lanciato, speculando cinicamente sulla situazione di estrema difficoltà che accomuna gli Usa e la Ue e agitando lo spauracchio del default, è che la responsabilità di quanto sta accadendo è degli Stati, ovverosia delle rispettive popolazioni. Governi inefficienti, se non proprio corrotti, hanno male amministrato le finanze nazionali e accumulato un indebitamento non più sostenibile, che va ridotto al più presto e senza andare per il sottile; pertanto, nel capzioso presupposto che di quegli abusi abbia beneficiato la generalità dei cittadini, è necessario che il lassismo precedente venga controbilanciato da misure durissime, che vengono adottate in nome dell’emergenza ma che sono destinate a essere definitive.

Dall’altro lato, invece, si tratta di una strategia largamente prevedibile. E infatti prevista, e anticipata con dovizia di particolari, da chi come noi aveva compreso fin dall’inizio che la crisi esplosa nel 2008 non era affatto un fenomeno passeggero, cui sarebbe seguita una “inevitabile” ripresa, ma lo spartiacque permanente tra un prima e un dopo. Un prima all’insegna delle illusioni (ovverosia della manipolazione e dell’inganno) riguardo alla possibilità di accrescere indefinitamente i livelli di benessere materiale, sul doppio binario dei redditi personali e delle previdenze collettive: illusioni alimentate creando enormi flussi di capitali fittizi, attraverso una serie di bolle speculative, e facendo aumentare a dismisura il disavanzo pubblico, allo scopo di diffondere una visione consumistica dell’esistenza e di assicurare alle classi dirigenti un sostegno vastissimo e, col tempo, assimilabile a un riflesso condizionato che non c’è più verso di rimuovere. Un dopo, che è quello in cui siamo sprofondati adesso, in cui si scopre che quelle mirabolanti promesse vanno drasticamente ridimensionate, dal momento che “qualcosa” non ha funzionato come avrebbe dovuto e che i guasti sopravvenuti hanno reso impossibile proseguire nella medesima direzione. O piuttosto: proseguire nella medesima direzione per tutti, dal momento che invece, ed eccoci al cuore del paradosso, le oligarchie che detengono il potere si guardano bene dal mettere in discussione i presupposti su cui poggia l’intero edificio economico e politico.

Quello cui stiamo assistendo, perciò, è un immane tentativo di rovesciamento della realtà. Invece di risalire alle effettive cause di quanto accade, ossia alle tare genetiche del liberismo imperniato sullo sviluppo illimitato, sul massimo profitto e sulla speculazione finanziaria, ci si ferma ai dati contabili dei singoli Stati, trattandoli alla stregua di aziende in dissesto che si sono indebitate per loro colpa esclusiva e che ora, innanzitutto a doverosatutela dei creditori e in subordine al fine di evitare la catastrofe del proprio fallimento, devono accettare qualunque imposizione e soggiacere a qualsiasi diktat.

La pretesa, insomma, è di addebitare il disastro alla mancanza di una piena libertà economica, anziché ai suoi deliranti obiettivi e alle sue pratiche spietate. Le parole d’ordine, a loro volta, riecheggiano quelle lanciate trent’anni fa da Ronald Reagan e da Margaret Thatcher e condensate nella famigerata “deregulation” che lasciava mano libera agli imprenditori e alle banche: ridimensionare al massimo il sistema di welfare e i diritti dei lavoratori, privatizzare i servizi pubblici, (s)vendere i beni collettivi. Linee guida che si traducono in una miriade di provvedimenti concreti, e fatali, su cui ci soffermeremo ampiamente nei prossimi giorni.

Detto in sintesi, l’obiettivo è ridurre lo Stato al garante dello statu quo. Con interi popoli che chinano la testa e avallano l’iniquità generale come un dato di fatto necessario e a suo modo utile, lieti di poter ottenere, in cambio del proprio assenso, i cascami del consumismo e una vaga, indeterminata, seducente possibilità di uscire dalla miseria e di ascendere più o meno rapidamente lungo la scala sociale.

La ricompensa di pochi. La schiavitù di tutti.

9 commenti:

  1. Ciao Alba, dopo quanto letto, mi vengono in mente due parole sole: Rivoluzione Islandese!
    O non ne usciamo da questo inferno...
    Saluti

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  2. Il problema, caro Krommino, che è proprio quello che vogliono! Crisi economica-malcontento-rivoluzione dei popoli per tirar via la sedia da sotto il culetto dei governanti beoni (sotto i riflettori per la corruzione e la cattiva gestione). E dopo la revolution?grande caos... e dopo il caos? ovviamente l'ordine, il nuovo ordine..

    Guglielmo

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  3. Buongiorno.
    E' dal 31 maggio di quest'anno che il mio blog fa analisi contro i principi neoliberisti.
    Sono lieta di vedere che anche altri comincino a dire il nome NEOLIBERISMO come fucina dei mali attuali.
    Il discorso della loro crescita sotterranea e della loro emersione palese (BRETTON WOODS)è molto arduo e complesso perchè si intracciano sia discipline economiche che di comunicazione di massa e manipolazioni di ogni tipo.
    So solo che i nostri governanti si sono fidati delle loro idee sin dal dopoguerra.
    E adesso che tutti si sono convinti che avevamo un enorme debito pubblico e una incredibile inflazione e che allora si doveva entrare nell'euro, ecco che siamo in grandi guai.
    Non credo che si possa ripercorrere esattamente la strada islandese, ma qualcosa in quella direzione bisogna pensarla.
    Non vorrei essere pessimista ma vedo un futuro incerto e molto difficile e soluzioni ancora non visibili.

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  4. Ciao Daniela,
    grezie per la tua attenzione, anch'io è da qualche anno che mi occupo di "neoliberismo" come causa di molti mali dell'umanità...
    Credo che ci sarà ancora molto da dire in futuro...non è semplice debellarlo come il vaiolo o la peste!

    @Krommino & Guglielmo
    In Islanda mi sembra che ci sia stata una rivoluzione abbastanza pacifica, che è quella più pericolosa, perchè sicuramente il caos è qualcosa che chi ha il potere sa come gestire perchè spesso gli fa comodo.
    In ogni caso una rivoluzione è necessaria,non si può dire "non facciamo nulla, perchè altrimenti 'potremmo' essere più schiavi di adesso"!
    ;)

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  5. Ciao Alba, grazie di avermi risposto non tutti i blogger lo fanno.
    Ho messo il tuo blog sul mio blog roll.
    Vienimi a trovare!

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  6. Quello che sta avvenendo è la logica conseguenza di quello che è successo nel secolo scorso, cioè la fine del comunismo, della socialdemocrazia, ed anche della democrazia. In parole povere, la sconfitta dei poveri. L' obiettivo posto dalla Trilaterale nel 1975, che diceva che la democrazia era un' ostacolo per l' economia e quindi andava superata, è stato raggiunto. Per questo oggi i potenti possono fare i loro comodi ed i popoli sono inermi. Ma cos'è che li rende inermi? Li rende inermi la sfiducia nella politica, la sfiducia nella possibilità di fare qualcosa. Eppure la storia dimostra che si può, i popoli possono, a condizione che tale fiducia ci sia. Ma oggi non c'è, non c'è perchè non c'è cultura.
    Quello che manca oggi in Italia è un partito di massa autonomo dai poteri forti come c'era una volta.
    Lo confesso, sono un nostalgico del
    vecchio PCI. E' una colpa? Eppure in quell' epoca si viveva molto meglio di oggi. Il nostro italico problema è l' avversione ai partiti, non alle loro degenerazioni, ma proprio avversione ai partiti in quanto tali....Eppure senza organizzazioni i popoli non sono niente. Sono trent' anni che sento,
    soprattutto i giovani, inveire contro i partiti. E tale mentalità ci ha portati dove siamo. La democrazia non può esistere senza regole e senza organismi. Altrimenti c'è solo l' arbitrio del più potente. In Islanda possono fare quello che fanno perchè sono soltanto 320000 abitanti concentrati in tre piccole città. Ma qui in Italia, con 57 milioni di abitanti, pensate davvero che si possa fare la rivoluzione senza partiti? Una cosa è certa: se non la faremo ci rtroveremo presto ridotti a scheletri, con le mosche che ci svolazzano intorno....e perdonate la macabrietà.

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  7. Ciao Aliquis,
    hai perfettamente ragione, è comprensibile anche la nostalgia per il vecchio PCI...non a caso la famosa intervista a Berlinguer sui partiti ecc, è oggi più attuale di quanto lo fosse allora, e questo perchè l'opposizione, la sinistra, quella con valori e un'identità ben definita, oggi ha perso tutto questo.
    Non ci sono ideali, valori comuni, passione verso la giustizia e l'uguaglianza, è triste, ma i popoli possono ritrovare questi valori in qualsiasi momento, sicuramente nella storia passata è stato più facile perchè i popoli erano consapevoli della loro schiavitù, oggi siamo schiavi di oggetti, idoli futili che ci fanno credere di essere liberi...

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  8. Ciao.
    Proseguo il discorso di Aliquis con cui concordo. Il periodo di cui parla Aliquis è il periodo in cui il VIRUS NEOLIBERISTA era inattivo e aspettava per riemergere proprio questa inanità dei popoli che ESSI STESSI hanno creato con la manipolazione mediatica.
    Pasolini, ultimo grande intellettuale italiano, lo disse e lo disse così bene che fu ucciso per quel motivo e non certo perchè fosse gay.
    Il periodo degli anni settanta, sebbene io fossi molto giovane, lo ricordo come un periodo animato da forti discussioni (anche tragiche come quella delle BR) ma di sostanziale partecipazione del Popolo allo Stato democratico.
    I referendum sul divorzio e sull'aborto videro un popolo italiano moderno e laico e nel 1984 (anche grazie all'onda emotiva della morte di Berlinguer stesso) si vide il PCI primo partito d'Italia.
    Ma la colonizzazione con i principi economici del neoliberismo aveva già raggiunto, ahinoi, anche Berlinguer (del quale ignoriamo possibili eventuali modifiche a causa della morte prematura) che in quella bella intervista che pochi giorni fa tanti hanno riportato e dove ha tratto conclusioni sui partiti e sulla necessità di una visione etica della società su cui credo si possa concordare unanimamente, ebbene anche Berlinguer parlava di DEBITO PUBBLICO e di INFLAZIONE.
    Concetti distillati dai principi neoliberisti e atti a far crollare l'idea di Stato. Non a caso è grazie agli pseudieredi di Berlinguer (Prodi?) che siamo arrivati alla nefasta moneta unica, eliminando dallo Stato la sovranità monetaria.

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  9. Concordo con Daniela. Anche Berlinguer aveva dei difetti, ma se fosse vissuto avrebbe sicuramente contrastato il neoliberismo. Penso che se parlava di debito pubblico e di inflazione lo facesse per questioni di realismo politico, che però lui sapeva coniugare con la difesa dei ceti popolari. Mi ricordo che nel 1979 il PCI votò contro il Sistema Monetario Europeo, embrione del futuro Euro. E Berlinguer morì mentre stava lottando con tutte le sue forze contro il decreto del governo Craxi che tagliava la scala mobile. I suoi successori non seppero proseguire quella lotta. I dirigenti del PCI e della CGIL affrontarono divisi il referendum sulla scala mobile del 1985. Per questa ragione, oltre al fatto che i lavoratori autonomi erano stati messi contro quelli dipendenti tramite la manovra Visentini dell' Autunno 1984 (che forse Berlinguer avrebbe saputo affrontare in modo diverso) quel referendum fu perso di misura. Quel 1984 fu davvero cruciale, perchè subito dopo la morte di Berlinguer il governo Craxi diede le concessioni televisive a Berlusconi. Poi il PCI fece la fine che fece. Il problema è che già nel 1984 tutto dipendeva troppo da una singola persona, e quando ci si riduce così è facile per il potere prevalere. Una rinascita della sinistra potrà avvenire solo tramite una presa di coscienza dal basso che sarà forgiata da grandi lotte.

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