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21 agosto 2010

LINGUAGGIO BELLICO: LA NUOVA PROPAGANDA

Il giornalismo è diventato un campo di battaglia linguistico - e quando i giornalisti usano termini come "picco della violenza" o "ondata" o "coloni", stanno giocando ad un gioco insidioso.
di Robert Fisk

Sai qual' è l’ultima nella Semantica? Il giornalismo ed Israele si amano di nuovo. E’ il terrore islamico, terrore turco, terrore di Hamas, terrore della Yihad Islamica, terrore di Hezbollah, terrore attivista, guerra al terrore, terrore palestinese, terrore musulmano, terrore iraniano, terrore siriano, terrore antisemita….
Ma sono ingiusto con gli israeliani. Il loro lessico, quello della Casa Bianca- quasi sempre- e quello dei nostri giornalisti, è lo stesso. Sì, cerchiamo di essere equo per gli israeliani. Il loro lessico è questo: Terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore..
Quante volte ho usato la parola terrore? Venti. Ma potrebbero essere 60 o 100 o 1000 o un milione. Siamo innamorati della parola terrore, sedotti da essa, ossessionati da essa, attaccati ad essa, assaliti da essa, violentati da essa, impegnati con essa. E’ amore, sadismo e morte in una doppia sillaba, un tema musicale per l’ora massima dell’ascolto, l’apertura di ogni sinfonia televisiva, il titolo di ogni pagina, un segno di punteggiatura nel nostro giornalismo, un punto e virgola, il nostro punto e a capo più potente.
“Terrore, terrore, terrore, terrore”. Ogni ripetizione giustifica il suo predecessore.

Soprattutto, tratta del terrore del potere e del potere del terrore. Potere e terrore sono diventati intercambiabili. Noi, i giornalisti abbiamo permesso che questo succedesse. Il nostro linguaggio non solo è diventato un alleato vile, ma un socio verbale, tutt’uno, nel linguaggio di governi ed eserciti, generali ed armi. Ricordi il “bunker buster” e Scud bustere l’ambiente ricco di obiettivi” della Guerra del Golfo? Dimentica le “armi di distruzione di massa”. Una stupidità troppo ovvia. Ma “WMD” nella Guerra del Golfo (Seconda Parte) ha avuto un potere proprio, un codice segreto- genetico forse- come un DNA- per qualcosa che avrebbe seminato terrore, terrore, terrore, terrore. “45 Minuti di Terrore”.

Il potere ed i mass media non hanno a che fare solo con comode relazioni tra giornalisti e dirigenti politici, tra editori e presidenti. Non hanno a che fare solo con la relazione parassita- osmotica tra i giornalisti presumibilmente onorevoli e il nesso del potere che corre tra Casa Bianca e del Dipartimento di Stato e del Pentagono, tra Downing Street e il Foreign Office, il Ministero della Difesa, tra gli USA e Israele.

Nel contesto occidentale, il potere ed i mass media hanno a che fare con le parole- e l’uso delle parole. Hanno a che fare con la Semantica. Hanno a che fare con l’impiego di frasi e le loro origini. E hanno a che fare con l’uso scorretto della storia e con la nostra ignoranza della storia. Sempre di più, oggi, noi i giornalisti ci siamo trasformati in prigionieri del linguaggio del potere. Sarà perchè oramai non ci preoccupiamo della Linguistica e della Semantica? Sarà perché i laptop “correggono” la nostra ortografia, “abbelliscono” la nostra grammatica in modo che le nostre frasi tanto spesso sembrino identiche a quelle dei nostri governanti? Sarà questo il motivo per il quale gli editoriali dei giornali di oggi suonano come discorsi politici?

Per due decenni, le dirigenze statunitensi e britanniche- e israeliane e palestinesi – hanno usato le parole “processo di pace” per definire lo scoraggiante, inadeguato, disonorevole, accordo che permesso che gli USA e Israele dominassero i pezzettini di terra che saranno consegnati ad un popolo occupato. La prima questione di questa espressione, è la sua origine, quando ha avuto luogo a Oslo- ma quello che con facilità dimentichiamo è che le segrete capitolazioni di Oslo sono state in sé una cospirazione senza nessuna base legale-

Povera Oslo, penso sempre. Cosa ha fatto Oslo per meritare qualcosa di simile? E’ stato l’accordo con il quale la Casa Bianca ha siglato quel trattato assurdo e dubbioso- in cui i profughi, le frontiere, gli insediamenti israeliani, tra cui percorsi- hanno dovuto attendere fino a quando non potevano più essere negoziati.
E con quale facilità ci dimentichiamo del prato della Casa Bianca- anche se ricordiamo le immagini- sul quale c’era Clinton che ha citato il Corano, e Arafat ha preferito dire: “Grazie, grazie, grazie, Signor Presidente”. E come abbiamo chiamato questa stupidità posteriormente? Sì, è stato “un momento storico!”. Lo è stato? E’ stato qualcosa di simile?

Ricordi come lo chiamò Arafat? “La pace dei coraggiosi”. Ma ricordo che nessuno di noi abbia segnalato che la frase “La pace dei coraggiosi” era stata usata dal Generale De Gaulle quando la guerra algerina era quasi alla fine. I francesi hanno perso la guerra in Algeria. Non avevamo colto questa straordinaria ironia.

Lo stesso succede oggi. Noi, i giornalisti occidentali- usati ancora una volta dai nostri padroni- abbiamo informato sui nostri cari generali in Afghanistan, dicendo che la loro guerra si può vincere solo con una campagna di “cuori e di menti”. Nessuno ha fatto loro una domanda ovvia: “Non era forse la stessa frase che è stata usata nei confronti di civili vietnamiti durante la guerra del Vietnam? E non abbiamo perso noi- non ha perso l’occidente- la Guerra del Vietnam? Ma adesso noi, giornalisti occidentali, stiamo usando- parlando dell’Afghanistan- la frase “cuori e menti” nei nostri articoli come se fosse una nuova definizione del dizionario, invece di un simbolo di sconfitta per seconda volta in 4 decenni. 

Basta guardare le singole parole che da poco abbiamo appreso dai militari degli USA. Quando noi, gli occidentali, scopriamo che “i nostri” nemici- Al Qaeda, per esempio, o i talebani- hanno fatto esplodere bombe e realizzato più attacchi del solito, lo chiamiamo “picco della violenza”.
Ah, si, un “picco”! Un “picco” è una parola che usata per la prima volta in questo contesto, secondo i miei archivi, da un brigadiere generale nella Zona Verde in Baghdad nel 2004. Ma adesso usiamo questa frase, improvvisiamo al riguardo, la trasmettiamo come se fosse nostra, una nostra invenzione giornalistica. La usiamo, in modo abbastanza letterale, un’espressione creata per noi dal Pentagono.

Un picco, certo, s’innalza repentinamente e dopo scende repentinamente. Un “picco di violenza” evita quindi l’uso di sfiga delle parole “aumento della violenza”- evitando così l'uso della parola inquietante "l'aumento della violenza", perché un aumento, naturalmente, non può tornare a calare dopo.
Un’altra volta, quando i generali statunitensi si riferiscono ad un repentino aumento nelle loro forze per un attacco contro Falluja o il centro di Baghdad o Kandahar- un movimento massiccio di soldati posti in paesi musulmani a decine di migliaia- lo chiamano un’ “ondata”. E un’ondata, come uno tsunami, o qualsiasi altro fenomeno naturale, può avere effetti più devastanti. Quello che in realtà sono quelle “ondate”- per usare le vere parole di un giornalismo serio- sono rinforzi. Ed i rinforzi si inviano ai conflitti nei quali l’esercito sta perdendo quelle guerre. Ma i nostri ragazzi e ragazze della tv e dei giornali continuano a parlare di “ondate” senza alcun rossore. Il Pentagono torna a vincere.

Nel frattempo il “processo di pace” è collassato. Per questo i nostri governanti- i protagonisti “centrali”- come ci piace chiamarli- hanno provato a farlo funzionare di nuovo. Il processo doveva tornare “sui binari”. Vedete, si tratta di un treno. I vagoni sono andati fuori binario. Il Governo di Clinton ha usato per la prima volta questa frase, dopo gli israeliani, poi la BBC. Ma c’è stato un problema quando “il processo di pace” era ritornato sui binari velocemente ma continuava a deragliare. Così abbiamo prodotto una “cartina stradale”- guidata da un Quartetto e dal nostro vecchio Amico di Dio, Tony Blair, a cui ci riferiamo adesso- "un oscenità della storia come" inviato di pace."
Ma “la cartina stradale” non funziona. E adesso, mi rendo conto, il vecchio “processo di pace” è ritornato nei nostri giornali e tv. E ad inizio di questo mese, sulla CNN, uno di quei vecchi conservatori che i ragazzi/e della tv chiamano “esperto” ci ha detto di nuovo che “il processo di pace” torna sui suoi “binari” con l’apertura a “colloqui indiretti” tra gli israeliani e palestinesi. Non si tratta solo di luoghi comuni, questo è giornalismo assurdo. Non si tratta solo di luoghi comuni; questo è giornalismo assurdo. Non c'è battaglia tra media e potere, attraverso il linguaggio, noi, i mass media, ci siamo trasformati in loro.

E c’è un altro esempio di codardia mediatica che fa si che i miei denti di 63 anni stridano dopo che per 34 anni hanno mangiato humus e tahina in Medio Oriente. Ci viene detto, in numerosi lavori di analisi, che quello che dobbiamo affrontare in Medio Oriente sono le "narrazioni opposte". Che comodo! Non si parla di giustizia, nè di ingiustizia, solo di un paio di persone che raccontano diversi racconti  storici. narrazioni opposte appare ora regolarmente sulla stampa britannica.

La frase, del falso linguaggio dell’antropologia, cancella la possibilità che un gruppo di persone- in Medio Oriente- ad esempio, siano sotto occupazione mentre un altro è l’occupante. Anche in questo caso, non c'è giustizia, ingiustizia, oppressione o di oppressori, ma solo alcune amichevoli "narrazioni opposte", una partita a calcio, se si vuole, un campo di gioco alla pari perché tutte e due le parti sono- non è così? “opposte”. E a tutte e due le parti bisogna dare lo stesso tempo in ogni articolo.

Così un' "occupazione" diventa una "controversia". Così un "muro" diventa un "recinto" o "barriera di sicurezza". Quindi gli atti di colonizzazione israeliane delle terre arabe, contrari a qualsiasi diritto internazionale, si trasformano in “insediamenti” o “posti avanzati” o in “quartieri ebrei”- E’ stato Colin Powell nel suo ruolo da protagonista, imponente, come segretario di Stato di George W.Bush, che ha detto ai diplomatici statunitensi che si riferissero alla terra palestinese occupata come “terra in disputa”- e questo è stato sufficiente per la maggior parte dei mass media statunitensi. Non c’è una “narrativa opposta”, ovviamente, tra i militari degli USA ed i talebani- Quando ci saranno, saprete che l’Occidente ha perso.

Ma vi darò un altro esempio di come si disfano le “narrative opposte”. Ad aprile ho dato una conferenza a Toronto per segnalare il 95° anniversario del genocidio armeno del 1915, il deliberato assassinio in massa di 1,5 milioni di cristiani armeni per mano dell’esercito ottomano turco e la milizia. Prima della mia conferenza la TV canadese, proprietaria anche del giornale Globe and Mail di Toronto, mi ha intervistato.  E dall’inizio ho notato che l’intervistatrice aveva un problema. Il Canada ha una grande comunità armena. Ma a Toronto vive anche una comunità turca. E i turchi, come sempre ci dice il Globe and Mail, “contestano energeticamente” che fosse stato un genocidio.

Così l’intervistatrice ha chiamato il genocidio “massacri mortali”. Identificai il suo problema immediatamente. Non riusciva a chiamare i massacri "un genocidio", perché la comunità turca si sarebbe indignata. Ma capì che solo “massacri”- specialmente con le orribili foto di fondo degli armeni morti- non erano sufficienti per definire un milione e mezzo di esseri umani uccisi. Da lì “massacri letali”.
Che strano! Se ci sono massacri letali!
C’è qualche massacro che non sia “letale” dal quale le vittime ne escono vive? Una tautologia ridicola.

Ma l’uso del linguaggio del potere- delle sue parole modello e delle sue frasi modello- continuano ad essere tra di noi. Quante volte ho sentito i giornalisti occidentali che parlano di “combattenti stranieri” in Afghanistan? Si riferiscono ai diversi gruppi arabi che teoricamente aiutano i talebani. Sentiamo la stessa storia dal periodo dell’Iraq. Combattenti sauditi, giordani, palestinesi, ceceni, ovviamente. I generali li hanno chiamati “combattenti stranieri”. Immediatamente, noi, i giornalisti stranieri, abbiamo fatto lo stesso. Chiamarli “combattenti stranieri” voleva dire che erano una forza d'invasione. Ma mai una volta, ho sentito in un canale televisivo dominante dell’Occidente riferirsi al fatto che siamo almeno 150.000 “combattenti stranieri” in Afghanistan e che succede che tutti loro portano divise statunitensi, britanniche e della NATO.
“Noi” siamo i veri “combattenti stranieri”.

Allo stesso modo, la perniciosa frase “Af-Pak”- tanto razzista quanto politicamente disonesta- è usata adesso dai giornalisti anche se originariamente è stata una creazione del Dipartimento di Stato il giorno in cui hanno nominato Richard Holbrooke rappresentante speciale degli USA per l’Afghanistan e il Pakistan. Ma la frase evita l'uso della parola "India" - la cui influenza in Afghanistan e la cui presenza in Afghanistan, è una parte vitale della storia. Inoltre, “Af-Pak”- sopprimendo l’India- di fatto ha cancellato tutta la crisi del Kashmir dal conflitto nel sud-est asiatico. E così viene privato il Pakistan di ogni influenza nella politica locale degli USA riguardo al Kashmir- dopo tutto Holbrooke è stato nominato inviato “Af-Pak”, e gli è stato vietato specificamente di discutere del Kashmir - sarà che ci sono troppe narrative opposte?
Significa che quando noi, giornalisti, usiamo la stessa frase, “Af-Pak”, che sicuramente si è stata creata per noi giornalisti, facciamo il lavoro del Dipartimento di Stato.

Adesso consideriamo la storia. Ai nostri dirigenti piace molto la storia. Principalmente piace molto la Seconda Guerra Mondiale. Nel 2003, George W.Bush credeva di essere Churchill. Certo, Bush aveva trascorso la Guerra del Vietnam proteggendo i cieli del Texas dai Vietcong. Ma adesso, nel 2003, si stava scontrando con i “pacifisti” che non volevano la guerra contro Saddam che era, evidentemente, l' “Hitler del Tigre”. I fautori sono stati gli inglesi che non vogliono combattere la Germania nazista nel 1938. Blair, certamente, si è anche provato la giacca di Churchill. Lui non era un “pacificatore”. Gli USA che erano l’alleato più vecchio della Gran Bretagna, proclamarono- e sia Bush come Blair hanno ricordato ai giornalisti che gli USA sono stati, fianco a fianco, con la Gran Bretagna quando ne avevano più bisogno nel 1940.

Ma niente di questo è vero. L’alleato più vecchio della Gran Bretagna non sono stati gli USA. Fu il Portogallo, uno stato fascista neutrale durante la seconda guerra mondiale, che alzò le sue bandiere a mezz’asta quando Hitler morì (cosa che neanche gli irlandesi fecero).

Gli USA non hanno neanche combattuto a fianco della Gran Bretagna quando ce n’era più bisogno nel 1940, quando Hitler minacciò l’invasione e la Luftwaffe (aviazione tedesca) attaccò Londra. No, nel 1940, gli USA godevano di un periodo molto proficuo di neutralità e non si unirono alla Gran Bretagna nella guerra finchè il Giappone non attaccò la base navale statunitense di Pearl Harbor nel dicembre del 1941. Allo stesso modo, nel 1956 Eden chiamò Nasser il “Mussolini del Nilo”. Un grave errore. Nasser era benvoluto dagli arabi, non odiato come lo fu Mussolini dalla maggior parte degli africani, specialmente gli arabi libici. Il parallelo con Mussolini non fu contestato o messo in discussione dalla stampa britannica. E tutti sappiamo quello che successe nel canale di Suez nel 1956. Quando c’entra la storia, noi giornalisti, lasciamo che i presidenti ed i primi ministri ci prendano in giro.

Ma, l’aspetto più pericoloso della nostra guerra semantica, il nostro uso delle parole del potere, anche se non si tratta di una guerra, dato che in molti ci siamo arresi- è che ci isola dai nostri telespettatori e lettori. Non sono stupidi. Capiscono le parole in molti casi- ho paura- meglio di noi. Anche la storia. Sanno che il nostro vocabolario è il linguaggio di generali e presidenti, delle cosiddette élites, dell’arroganza degli esperti del Brooking Institute o dei Rand Corporation. Così siamo diventati parte di questo linguaggio.

Durante gli ultimi 15 giorni (l’articolo è del 21 giugno, N.d.T),  mentre stranieri, umanitari o “attivisti terroristi”, cercavano di portare alimenti e medicine via mare agli affamati palestinesi a Gaza, noi, giornalisti, avremmo dovuto ricordare ai nostri telespettatori e agli ascoltatori di un giorno di tanto tempo fa, quando gli USA e la Gran Bretagna sono andati in aiuto al popolo assediato portando alimenti e combustibile- i nostri soldati sono morti per farlo- per aiutare una popolazione affamata. Questa popolazione era circondata da un recinto innalzato da un esercito brutale che voleva sottomettere la gente con la fame. L’esercito era russo. La città era Berlino. Il muro doveva venire più tardi. La Germania era stata la nostra nemica solo 3 anni fprima. Eppure abbiamo volato il ponte aereo di Berlino per salvarli. Adesso guardate la Gaza attuale: che giornalista occidentale- dato che ci piacciono i paralleli storici- ha menzionato una volta la Berlino del 1948 nel contesto di Gaza?

Cosa ci hanno offerto al loro posto? “Attivisti” che si sono trasformati in “attivisti armati nel momento in cui si sono opposti alle squadre dell’esercito israeliano. Come osa quella gente sovvertire il lessico? Il loro castigo è ovvio. Sono diventati “terroristi”. E gli attacchi israeliani- durante i quali hanno ucciso “attivisti” (un’altra prova del loro terrorismo)- sono diventati attacchi “mortali”. In questo caso, “mortali” era più scusabile di quello detto dalla CTV- nove uomini morti di origine turca era qualcosa in meno che un milione e mezzo di armeni uccisi nel 1925- Ma è stato interessante vedere che gli israeliani- coloro che per i loro motivi politici fino adesso avevano accettato vergognosamente la negazione turca- hanno voluto repentinamente informare al mondo del genocidio armeno del 1915.

Questo ha causato un brivido comprensibile tra molti dei nostri colleghi.  I giornalisti che regolarmente evitato ogni menzione del primo olocausto del XX secolo, a meno che non si possa fare riferimento anche a come i turchi "fortemente respingono" l'etichetta del genocidio (ergo il Globe & Mail di Toronto) - improvvisamente hanno potuto parlare della questione. Il repentino interesse storico d’Israele ha reso l’argomento legittimo, anche se sono riusciti ad evitare qualsiasi spiegazione di ciò che accade nel 1915.

E cosa è accaduto al primo attacco marittimo israeliano? Si è trasformato in un attacco “fallito”- Fallito è una parola adorabile. E’ iniziato con una parola inglese di origine tedesca del Medioevo, “bocchen” che significava “riparare male”. E noi, più o meno ci siamo adeguati a questa definizione fino a che i nostri assessori giornalisti di lessicologia hanno cambiato il suo significato. Gli scolari hanno “fallito" (botch) un esame. Possiamo “fallire” un lavoro di cucito, un intento di riparare un materiale. Possiamo anche “fallire” nell' intento di persuadere il nostro capo perché ci dia un aumento. Ma adesso “falliamo” un’operazione militare. Non è stato un disastro. Non è stata una cartastrofe. E' stato ucciso solo qualche turco.

Quindi, in vista della cattiva pubblicità, gli israeliani hanno dato per “fallito” l’attacco. Stranamente, l’ultima volta che giornalisti e governi hanno usato questa parola in particolare è stato dopo l’intento israeliano di uccidere il dirigente di Hamas, Khaled Messhaal, nelle strade di Amman. In questo caso, i killer professionistii d’Israele furono catturati dopo l’intento di avvelenare Meshaal e il re Hussein obbligò il Primo Ministro israeliano di allora (un certo B. Natanyahu) di fornire l’antidoto (e a liberare numerosi “terroristi” di Hamas). Meshaal si è salvato la vita.

Ma per Israele ed i suoi obbedienti giornalisti occidentali questo si è trasformato in un “tentativo fallito” contro la vita di Meshaal. Non perché non si volesse la sua morte, ma perché Israele non ha potuto ucciderlo. Quindi si può “fallire” un’operazione per uccidere turchi o si può “fallire” un’operazione per per non aver ucciso un palestinese. 

Come possiamo rompere con il linguaggio del potere? Certamente ci sta uccidendo. Questo, temo, è uno dei motivi per cui i lettori si sono allontanati dalla stampa “dominante” per passare ad internet. Non perché la rete sia gratuita, ma perché i lettori sanno che si mente loro; sanno che quello vedono e che quello che leggono sui giornali è un’estensione di quello che ascoltano al Pentagono o dal governo israeliano, che le nostre parole si sono trasformate in sinonimi del linguaggio di un attento giusto mezzo, approvato dal Governo, che occulta la verità con la stessa sicurezza con la quale ci trasforma in alleati politici- e militari- di tutti i principali governi occidentali. 

Molti dei miei colleghi in diversi giornali occidentali finiranno per rischiare i loro posti di lavoro se mettessero in discussione costantemente la falsa realtà del giornalismo, il nesso del potere mediatico con il Governo. Quante organizzazioni informative hanno pensato di presentare sequenze del ponte aereo per rompere il blocco di Berlino quando è successo il disastro a Gaza? Lo ha fatto la BBC?

Certamente che non lo hanno fatto! Noi preferiamo “narrative opposte”. I politici non volevano- ho detto nella riunione a Doha dell’11 maggio- che il viaggio a Gaza arrivasse la sua destinazione, “sia il suo fine di successo, grottesco o tragico”. Crediamo nel “processo di pace” nella "mappa stradale". Mantenere “il recinto” intorno ai palestinesi. Lasciare “i giocatori chiave” risolvano il problema. E ricordate che si tratta di: “Terrore, terrore, terrore, terrore, terrore, terrore”.


Tradotto e segnalato per Voci Dalla Strada da VANESA

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