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2 febbraio 2010

SCHIAVITU' E MAFIA IN ITALIA


Di Matteo Dean

Lo scorso 7 gennaio, nella località di Rosarno, nell’estremo sud della penisola italiana, vicino a Reggio Calabria, la punta dello stivale italico, milgliaia di lavoratori immigrati, raccoglitori temporali di frutta -da qui i pregiati agrumi italiani- sono scesi per le strade del paese poco più di 15 mila abitanti per manifestare contro il razzismo del quale sono vittime. Il pretesto: poche ore prima qualcuno aveva sparato dalla sua macchina, contro un gruppo di cittadini immigrati che si incontravano fuori la struttura- un’ex fabbrica- che li ospitava. L’episodio, di per se riprovevole, in realtà ha completato una lunga lista di attacchi più o meno diretti verso la comunità di immigrati della zona.

La protesta ha preso velocemente le caratteristiche di una ribellione generalizzata nel seno della comunità multietnica di immigrati di qui, come in tante altre zone del sud italiano, dove vivono e lavorano. La stanchezza e la rabbia li colse, perché non solo non sono più disposti a sopportare l'intolleranza e il razzismo, ma neanche le condizioni materiali che queste attività producono: precarietà delle case, bassissimi stipendi, abusi lavorativi e nel loro caso, invisibilità e estorsioni a causa della mancanza di documenti per regolarizzare la loro situazione. Il giorno dopo la vendetta è arrivata. La popolazione locale, organizzata in comitati di vicinato improvvisati, invase le strade di Rosarno e scatenò la caccia al migrante. Con pali, catene e, in alcuni casi, armi da fuoco, i “cittadini italiani” si sono lanciati contro qualsiasi straniero che trovavano sul loro cammino. Il risultato: percosse, persecuzioni e aggressioni di ogni tipo, specialmente contro gli immigrati di pelle oscura, cioè i “negri”. Dopo poche ore, l’intervento della polizia italiana riportò una calma apparente: 37 feriti in totale (16 immigrati ed il resto poliziotti), i buoni italiani calmati e gli immigrati- la maggior parte- allontanati dal paese; cioè, letteralmente messi nei camion e portati nei malfamati Centri di Identificazione e Espulsione.
La notte dell’8 gennaio, il ministro degli Interni, il riconosciuto razzista Roberto Maroni, dichiarava alle telecamere che i fatti erano il risultato di anni di eccessiva tolleranza verso l’immigrazione illegale, la stessa che, in base alla litania di sempre, sarebbe alla base della criminalità e delle situazioni di degrado sociale. Così, il governo italiano non solo faceva (e fa) omissione delle degradanti ed indegne condizioni sotto le quali gli immigrati sono costretti a lavorare per padroni italianissimi; non solo giustifica a posteriori le aggressioni della popolazione civile, premiando indirettamente coloro che sono diventati intolleranti, ma condanna gli stessi immigrati, colpevoli di non voler vivere come animali e di non avere le carte che la stessa legge italiana non permette loro di ottenere.

Ma vi è un'altra storia all'interno di questa storia. Ed è che il governo italiano- e la società che lo appoggia dall’altra parte degli schermi televisivi- sta in realtà legittimando lo storico e molto attuale sistema del governo del territorio e della produzione agricola del paese. La popolazione di Rosarno, così come in tutta la regione della Calabria e altre aree confinanti, sono zone della mafia. Cambiano i nomi e le famiglie al potere, ma il modello è quello: il controllo ristretto del territorio attraverso la minaccia, l’imposizione, la violenza, la corruzione, i favori e le estorsioni. Buona parte dei governi comunali della zona sono attualmente sospesi per infiltrazioni della malavita. La mafia- che a Rosarno si chiama ‘ndrangheta; cioè, la stessa che ha buoni rapporti con il cartello del Golfo Messico (NDT: rapporti tra la ‘ndrangheta e il narcotraffico messicano confermati dall’operazione SOLARE che portò a decine di arresti in Italia e USA http://www.eluniversal.com.mx/notas/578281.html)  controlla tutto là: è la gestione di tutte le attività illecite, ma anche di tutta la produttività. E’ così che la mafia arriva a controllare il mercato dei lavoratori a basso costo, immigrati e indifesi. In questa visione, gli immigrati sono gli unici che oggi si ribellano chiaramente e apertamente contro questo potere.

Dall’altra parte, non può sorprendere che questo tipo di episodi succedano precisamente nel periodo del “pacchetto sicurezza”, strumento legislativo approvato in mezzo a polemiche la scorsa estate e che ha ristretto, ancor di più, diritti e opportunità ai cittadini migranti. Aldilà dell’inesistente relazione tra la “clandestinità” e il tasso di criminalità, che continua ad essere la scusa per qualsiasi dichiarazione e azione del governo italiano, è evidente che l’aumentata precarizzazione della vita degli immigrati in Italia a causa del nuovo quadro legale ha portato alla creazione di un esercito di essere umani disposti a qualsiasi tipo di estorsione, condizione lavorativa e di vita. La via moderna della schiavitù.

In questo contesto, nonostante le conseguenze materiali di ciò che è accaduto, la ribellione degli immigrati a Rosarno deve essere anche letta come un segnale positivo della stanchezza e del desiderio di vivere. La rabbia dignitosa dei migranti nata nel sud Italia parla un linguaggio chiaro e di speranza di chi non si vuole arrendere di fronte alla crescente, diffusa e appiccicosa volontà di rassegnazione che poco a poco sta contagiando la società italiana.

Fonte: http://www.jornada.unam.mx/2010/01/30/index.php?section=opinion&article=014a2pol 

Traduzione per Voci Dalla Strada a cura di VANESA

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