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6 novembre 2009

LA "TUTELA DEL CONSUMATORE" NELL'ERA DELLA SPOLIAZIONE DEI DIRITTI


di Stefano D’Andrea

Consumatore è termine polisemico. Esprime, almeno, tre concetti: giuridico economico sociologico. Il meno noto dei tre è forse il concetto giuridico. Eppure esso ha una rilevanza notevole, che tuttavia sfugge ai più, i quali sono ingannati dalla propaganda e dalla mitificazione mediatica.

Muoviamo dall’interrogativo di fondo, che è il seguente: se le normative di tutela del consumatore ci difendono, nella nostra qualità di uomini, cittadini e lavoratori, come mai quelle normative sono state in gran parte introdotte nell’ordinamento italiano negli anni novanta del secolo scorso e nei primi anni del secolo nuovo, ossia proprio nel periodo in cui il legislatore – indifferentemente di centrodestra o di centrosinistra – si accaniva contro di noi, ci spogliava di diritti che avevamo acquisito come cittadini e lavoratori e ci lanciava in pasto alla televisione commerciale lasciandoci annichilire come uomini?

L’interrogativo va riformulato con maggiore analiticità. Possibile, intendo dire, che negli stessi anni in cui il legislatore eliminava la stabilità del posto di lavoro; perseguiva la moderazione salariale, abbandonava il principio del carattere personale della prestazione professionale, abrogava le norme che prevedevano l’equo canone, svendeva il patrimonio immobiliare pubblico e cessava il finanziamento della edilizia popolare e cooperativa, così incidendo sul costo del diritto alla casa; abbassava i rendimenti delle pensioni; toglieva ai creditori titolari di modesti crediti il potere di far fallire la impresa debitrice, così diminuendo l’effettivo “valore” dei crediti; prevedeva espressamente che il know-how è un bene dell’impresa (e non una conoscenza collettiva); aumentava l’ambito dei beni brevettabili e tutelabili con la proprietà intellettuale e creava i “diritti sportivi”, che sono anche essi privative, così sottraendo beni alla collettività; rendeva generale l’anatocismo bancario (ossia la produzione degli interessi sugli interessi prima della domanda); trasformava in senso classista e chiuso il sistema politico con il passaggio dal proporzionale al maggioritario e con la introduzione dello sbarramento del 4%; ammetteva definitivamente la totale diffusione della televisione commerciale; e distruggeva la scuola e le università pubbliche ponendole al servizio dell’impresa, possibile, dicevamo, che in quegli stessi anni il legislatore abbia introdotto numerose leggi di “tutela del consumatore”, le quali, a differenza delle altre alle quali abbiamo accennato e di molte altre che avremmo potuto indicare (per un elenco più completo vedi qui), avrebbero riconosciuto diritti a quell’uomo-cittadino-lavoratore che invece era colpito, in tutti i modi possibili e immaginabili, nelle tasche, nella dignità, nella stabilità di vita, nelle prospettive di crescita e di mobilità sociale, dalle altre leggi, che chiamerei di spoliazione? Come si colloca la disciplina di tutela del consumatore all’interno di un’epoca di spoliazione?

Tre sono le ipotesi che è dato formulare e ovviamente è possibile che l’esame delle diverse discipline di tutela del consumatore riveli che ciascuna di esse trovi conferma in una o altra norma di legge.

La prima è che il legislatore abbia voluto indennizzare il cittadino della spoliazione che perseguiva. Il legislatore toglieva da un lato – in realtà da molti innumerevoli lati – e dava dall’altro, quello della tutela del consumatore, per compensare l’uomo, il cittadino e il lavoratore dei mille diritti, possibilità e prospettive perduti. La tutela del consumatore come indennizzo per la spoliazione, insomma.

La seconda è che si sia trattato di valium. La tutela del consumatore è soltanto un palliativo, un narcotico, che serve a dare un certo “benessere” al singolo mentre è spogliato di diritti e isolato dagli altri singoli individui, per effetto della immersione nell’immenso presente mediatico e della sollecitazione spasmodica dell’infantile e primordiale io desiderante, e così reso dimentico che il singolo individuo è o potrebbe essere parte di un popolo, con una storia tutta da costruire dinanzi a sé.

La terza ipotesi è la più dura da digerire e potrebbe davvero farci arrabbiare se, al momento della verifica, ci rendessimo conto che essa trova anche soltanto un parziale fondamento. La formulo con una domanda. E se si fosse trattato di un lubrificante, per non utilizzare un termine più specifico il cui uso è sconsigliabile perché allude inesorabilmente ad un tabù? Se fosse stato necessario questo lubrificante per penetrare nell’anima e nella mente dei cittadini e operare la definitiva manipolazione? Se la tutela del consumatore era un passaggio necessario o comunque utile per realizzare gli obiettivi ai quali miravano le leggi di spoliazione? Se vi fosse complementarità, e non compensazione, tra “tutela del consumatore” e “leggi di spoliazione”? Se soltanto l’uomo che si vede e si pensa come consumatore, che desidera essere tale e che non sa più nemmeno vedersi e pensarsi diversamente, poteva accettare la spoliazione di diritti, individuali e collettivi, di prospettive e tradizioni, nonché di essere sradicato da un popolo e da una storia e, quindi, sprovvisto di progetto?

In altri brevi articoli che seguiranno indagheremo se e in che misura le tre ipotesi trovino conferma nella variegata “disciplina di tutela del consumatore”.

Fonte: http://www.appelloalpopolo.it/

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