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22 novembre 2009

IL NUOVO COLONIALISMO: RUBARE TERRE AI PAESI POVERI


Neo-colonialismi crescono...


di Andrea Intonti

Si scrive Global Land Grab, si legge colonialismo. È questo, oggi, il nuovo modo con cui i paesi del c.d. Primo Mondo si assicurano la definizione di paesi ricchi.

Rubando milioni di ettari di terre coltivabili a paesi come Etiopia, Sudan, Cambogia, Filippine per continuare a far parte dell'esclusivo club dei “grandi”. In realtà non si può parlare di un vero e proprio ladrocionio, in quanto le terre vengono spostate da un paese all'altro con atto di vendita. Esattamente come si usava fare per gli schiavi nell''800.

Funziona così: un paese considerato ricco, con terre limitate (ad esempio la Cina) in cerca di sicurezza alimentare si rivolge a qualche paese con grandi possibilità terriere – e scarso grado di ricchezza – come molti paesi africani, in cambio di investimenti del paese acquirente in forza lavoro e tecnologie in loco. O almeno così dovrebbe essere. Perché il trucco c'è. Ed è molto evidente. Hedge funds, private equity groups ed altri tipi di speculazione sono le modalità con cui queste terre vengono pagate. Con questo procedimento già 40 milioni di ettari – di cui la metà in Africa – hanno cambiato proprietario o sono lì lì per farlo. In tutto ciò, però, un miliardo e 400 milioni di persone sono tagliate fuori: sono i piccoli produttori, i contadini e coloro che a quelle terre sono legati. Ma si sa che i grandi speculatori – come le banche, i governi dei paesi ricchi, le multinazionali – di questo se ne fregano.

È più o meno questo ciò che organizzazioni come La Via Campesiña e Grain hanno denunciato davanti alla Fao riunita per decidere le prossime mosse per l'abbattimento dell'insicurezza alimentare.

Già, la Fao. Uno dei tanti carrozzoni internazionali utili solo a dare da mangiare a politici collusi con grandi potentati e lobbies varie. Insomma: il solito organismo sovranazionale completamente inutile, se non addirittura nocivo. Basta guardare al vertice tenutosi nei giorni scorsi a Roma in cui mancavano praticamente tutti i “grandi” (Stati Uniti del “salvatore della patria” Obama e Gran Bretagna su tutti...). C'erano, invece, molti leaders di paesi in via di sviluppo. Il presidente del Brasile Inácio Lula e quello libico Gheddafi sembrano averla fatta da padroni. Più che un vertice Fao somigliava più ad un contro-vertice altermondista insomma, almeno stando ai partecipanti.

44 miliardi di dollari e 2025. Erano questi i due punti fondamentali del vertice. 44 miliardi di dollari sono gli stanziamenti chiesti per l'eliminazione della fame nel mondo, 2025 la data in cui il mondo dovrà considerarla solo un problema del passato. O forse sarebbe meglio parlare di stanziamenti che il mondo “avrebbe dovuto” dare considerando il 2025 come la data in cui il mondo “avrebbe dovuto” considerare la fame solo un flebile ricordo. Perché come è consuetudine delle grandi convention sovranazionali si tratta solo di fiumi di parole e nulla più. Per usare le parole di Giorgio Gaber, in questi contesti “tutto resta come prima, e chi se ne frega!”

È evidente l'incapacità – vera o indotta – di questi grandi eventi, che altro non sono che specchietti per le allodole per chi crede ancora che le sorti del mondo si decidano nelle grandi convention sovranazionali. Anche perché oggi il risiko mondiale non si gioca più in questi grandi meeting ma nei consigli d'amministrazione delle grandi multinazionali (come la Monsa nto e la Cargill, tanto per rimanere in ambito alimentare) o in quei grandi e controversi carrozzoni sovranazionali il cui scopo è esclusivamente quello di proteggere gli interessi dei paesi ricchi come la Banca Mondiale o il WTO, che negli ultimi anni hanno permesso questa nuova forma di schiavismo terriero.

Se Gheddafi e Lula sono stati i protagonisti del vertice non risparmiando parole feroci verso gli assenti – in particolare il leader libico, che come un novello Giano mostra la faccia cattiva verso i potenti in questi casi e quella buona quando quegli stessi potenti firmano assegni pluri-miliardiari con il suo paese – le parole più infuocate, e forse disperate, sono venute dal presidente del Mali Amadou Toumani Touré, il quale ha chiesto che il Nord del mondo non faccia più promesse per poi far tornare i leader del Sud a casa con un pugno di mosche in mano.

C'è stato anche il tempo per un siparietto alquanto comico, sviluppatosi nel momento in cui a parlare era il Premier dello Stato Vaticano Joseph Ratzinger, per cui “non è più possibile accettare opulenza e spreco, quando il dramma della fame assume dimensioni sempre maggiori”, che detto da uno che va in giro con scarpe “made in Prada” e tutto tempestato d'oro e gioielli non so se faccia venir più voglia di mettersi a ridere o di tirargli una scarpa come Muntazer al-Zaidi fece con Bush.

Se il Sud del mondo non vive una situazione felice, il Nord non può certo permettersi di ridere, visto che la crisi alimentare – e quindi la malnutrizione e la denutrizione – colpiscono anche il 15% della popolazione dei paesi del Primo mondo, ma ovviamente in noi “ricchi” una crisi simile ha un'impronta psicologica sicuramente inferiore rispetto ai nostri fratelli del Sud del mondo.

In una situazione del genere però non ci siamo arrivati dalla sera alla mattina e tantomeno la colpa è da attribuirsi a “crisi congiunturali” o chissà quali altre diavolerie. Perché come tutte le crisi mondiali, non ultima quella economica nata dai sub-prime americani, si possono individuare i colpevoli facendone nomi e cognomi: ci sono le grandi multinazionali agricole – come Cargill e Monsanto che dal momento dello scoppio della crisi hanno visto aumentare i loro profitti rispettivamente del 45% e del 60% - ci sono i grandi potentati sovranazionali come la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale e il WTO, nati con il solo scopo di portare avanti quel liberismo sfrenato di tatcheriana memoria utile solo ai paesi ricchi per continuare a fagocitare il resto del pianeta (e non solo in senso metaforico...); ci sono i governi nazionali che non hanno alcun interesse, almeno quelli dei paesi ricchi, a favorire l'operato dei contadini.

E poi c'è l'opinione pubblica. La cosiddetta società civile, che molto spesso ha parlato con voce debole quando è stata interpellata in materia (cosa che già viene fatta molto di rado). Perché la società civile si è fatta diseducare dall'opulenza consumistica dell'avere sempre tutto, purché fosse inutile. Così c'è stata la corsa agli alimenti “esotici”, che per arrivare dal Sud America all'Europa, ad esempio, impiegano petrolio che quindi vede il proprio prezzo incrementare, ma se aumenta il prezzo del petrolio allora aumenta il prezzo dei carburanti con cui permettiamo alle nostre automobili di circolare. Ecco: le automobili. Eccolo un altro dei colpevoli della crisi alimentare!

Più che “le automobili” in senso generico sarebbe meglio dire che il colpevole è tutto quell'indotto che sta nascendo intorno ai biocarburanti, che vengono prodotti – almeno nella fase iniziale – in quegli stessi campi dove crescono gli alimenti che troviamo sul banco del supermercato. Continuando così avremo la possibilità di fare il pieno (di etanolo, ovviamente) alle nostre auto ma non sapremo come andarci perché staremo tutti morendo di fame, visto che non ci saranno più terre coltivate per l'alimentazione!

Ed è qui che entra in gioco – di nuovo – la società civile. Che ha il compito di indignarsi, ha il dovere di fermare lo strapotere dei potentati multi- e sovranazionali dell'agricoltura. Come? Innanzitutto “educandosi”. Iniziando a prendere coscienza che ci sono delle accortezze che ogni persona può fare per dare il suo contributo all'eliminazione (o, quanto meno, alla diminuzione) della crisi alimentare. Innanzitutto iniziando a mutare le abitudini di acquisto – una delle azioni politiche più “devastanti” che possano esserci – tramite un consumo più critico e sostenibile, e questo non solo in ambito alimentare. La prossima volta che andate al supermercato e mettete qualcosa nel carrello, dopo esservi posti la domanda se quel che state acquistando è veramente utile, chiedetevi quanti passaggi quell'alimento – o comunque quel che state comprando - ha fatto dal produttore al supermercato. Se il numero che vi viene fuori è maggiore di uno rimettete tutto al proprio posto ed andatelo a comprare direttamente da chi l'ha prodotto. Si chiama filiera corta, ed oltre a costarvi sicuramente di meno, avrete la possibilità di controllare come quel che vi arriva in tavola viene prodotto, che in un tempo in cui la maggior parte delle epidemie – come l'influenza suina, la sars o il virus della mucca pazza – derivano dalla poca attenzione che la grande distribuzione (cioè i grandi nomi del settore alimentare che fanno capo più o meno tutti alle grandi multinazionali) pone nella produzione alimentare, credo sia un aspetto da non prendere poi così sotto gamba, no? In questo modo, inoltre, farete guadagnare anche qualcosina in più al contadino, che la reinvestirà per darvi un prodotto migliore quando tornerete da lui (invece le imprese della grande distribuzione ripartiscono l'extra-gettito – cioè quel che guadagano in più di quel che avevano preventivato di guadagnare – in pubblicità o in aumenti di stipendio per gli amministratori).

Tanto per non andare troppo lontano, pensate che nel nostro paese un contadino vende il grano che produce a 13 centesimi alla rete della grande distribuzione, che poi ci fa pagare circa 3 euro al chilo il pane che acquistiamo. Però al contadino vanno sempre i soliti 13 centesimi! Oppure le olive con cui viene prodotto l'olio extravergine: al contadino vengono pagate intorno ai 20 centesimi al chilo, ma l'olio al supermercato può arrivare a costare anche sui 5 euro (e il contadino sempre 20 centesimi si prende)! Vi sembra normale una cosa simile?

Se iniziassimo tutti a chiederci come viene redistribuito il prezzo che paghiamo quando facciamo la spesa, ci accorgeremmo che la maggior parte si perde nei vari passaggi dalla produzione alla distribuzione. Se invece eliminassimo tutti quei passaggi inutili avremmo sicuramente un maggior guadagno sia in meri termini monetari, perché spenderemmo di meno, sia in termini “psicologici” perché sapremmo esattamente da dove viene quel che mettiamo in bocca, come viene fatto ecc. E questo, oltre alla filiera corta, è quel che sta alla base del commercio equo-solidale, che permette ai produttori dei paesi poveri o in via di sviluppo di poter migliorare la propria condizione vendendo i loro prodotti ai paesi ricchi e guadagnando quasi dalla totalità del venduto (cosa che dovrebbe far felici anche i leghisti, visto che è un modo per aiutare “gli extracomunitari che invadono, violentano e rubano” a casa loro...).

Per battere la fame non c'è bisogno di grandi operazioni: basta affamare gli affamatori togliendogli il potere che questo modello socio-economico gli sta dando. Per farlo non servono “rivoluzioni” o grandi operazioni di massa. Basta fare la spesa. In maniera critica e consapevole.

Fonte: http://www.reportonline.it/

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