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20 luglio 2009

CINQUE SECOLI DI GUERRA...CHE ANCORA CONTINUA

Intervista al senatore aymara Lino Villca (nella foto)

di Franz Chávez

LA PAZ, 22 giugno 2009. I popoli indigeni dell’America Latina vivono in una guerra continua da 517 anni, nel tentativo di ottenere il potere politico per autogovernarsi e spodestare gli stati coloniali, spiega il senatore boliviano Lino Villca parlando delle recenti proteste e violenze scoppiate nella foresta amazzonica peruviana.

In un’intervista, Villca sostiene che la lotta organizzata dagli indigeni è ripresa nel 1992, e osserva che la resistenza allo sfruttamento delle risorse naturali da parte dei nativi a Bagua, nella regione peruviana nordorientale amazzonica, rappresenta una rinascita dei popoli ispirata al pensiero del presidente della Bolivia, l’indigeno aymara Evo Morales.

Il senatore Villca è un agricoltore di coca della regione semitropicale degli Yungas, nel nord del dipartimento di La Paz, ed è stato uno degli attori del processo di formazione del Movimiento al Socialismo oggi al governo, in funzione dell’identità culturale e delle antiche organizzazioni precoloniali. Come Morales, è di etnia aymara.

“Non accetto e condanno la versione dello stato peruviano, che vuole incolpare di ingerenza politica il fratello Morales, e della morte di 50 indigeni nella foresta del paese”, ha osservato Villca riferendosi agli scontri di Bagua. Le autorità hanno dichiarato che tra le vittime vi erano 24 agenti di polizia e 10 nativi, ma i capi delle comunità parlano di decine di manifestanti uccisi.

IPS: Qual è l’origine delle lotte dei popoli indigeni in America Latina?

LINO VILLCA: Dal Venezuela, passando per Colombia, Ecuador, Bolivia, Perú, Argentina, parte di Paraguay e Cile, siamo storicamente un solo popolo, rappresentato dal grande (impero del) Tahuantinsuyo.

Nel 1533 avevamo un leader politico di nome Atahuallpa, e i nostri popoli non conoscevano frontiere fino all’arrivo degli spagnoli, che divisero il territorio americano in vicereami. Noi però eravamo organizzati come un unico popolo.

Nel 1781, è stata organizzata una grande insurrezione contro la corona (spagnola) nell’altopiano, che oggi è territorio boliviano, da Tupak Katari e Bartolina Sisa, mentre i fratelli Nicolás e Tomás Katari capeggiarono la rivolta fino a Tucumán, oggi Argentina.

La zona andina che oggi appartiene al Perù è stata lo scenario delle lotte di TupacAmaru, che si sono estese fino alle regioni che oggi comprendono l’Ecuador.
Quello fu il grande grido libertario in America. In seguito, all’inizio del XIX secolo, ci sarebbe stato lo spezzettamento dei nostri territori in repubbliche.

IPS. Da dove nasce il desiderio di unificare le lotte dei popoli indigeni americani?

LV: Oggi gli aymara e i quechua sono ancora un unico popolo all’interno degli stati coloniali divisi dalle frontiere, con una storia millenaria che va al di là dei 517 anni dall’invasione spagnola.

Per questo, oggi lavoriamo a livello internazionale per il rispetto dei popoli aborigeni, perché vengano consultato sull’uso delle risorse naturali.

Si tratta di rispettare la Dichiarazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, che riconosce la libera determinazione sulle loro risorse, la loro economia e organizzazione.

In questo quadro, dal 1992, i popoli aztechi, maya, dell’antico Tahuantinsuyo e Kollasuyo, abbiamo organizzato grandi incontri, chiedendo agli stati coloniali il diritto ad autogovernarci.
Ci chiediamo: chi siamo, dove andiamo e chi ci governa? Crediamo che hanno tagliato i nostri rami, il fusto, ma non sono mai riusciti a tagliare le nostre radici. Un popolo senza identità è un popolo senza destino.

IPS: Come si è tradotto questo pensiero nelle organizzazioni sociali in Bolivia?

LV: All’origine di questo pensiero, in Bolivia abbiamo costruito uno strumento politico con un processo di formazione di leader con identità di popoli indigeni. Da quella fase sono nati leader illustri come Felipe "Mallku" Quispe, Alejo Veliz e lo stesso Evo Morales, il primo presidente indigeno nel continente, mentre cadono i neoliberali.

I popoli indigeni riconoscono Morales come loro presidente, al di là dei presidenti dei loro stati.

I popoli indigeni di Ecuador, Perù, Colombia e Bolivia riconoscono il mandato di Morales, e speriamo che in questi stati nasceranno altri leader indigeni per governarci.
Abbiamo avuto presidenti coloniali come Gonzalo Sánchez de Lozada (1992-1997 e 2002-2003 in Bolivia), che si è sporcato con il sangue indigeno e poi è stato espulso, e un prefetto (governatore) del dipartimento di Pando, Leopoldo Fernández, che ha commesso un genocidio con la morte di 15 indigeni nel settembre 2008.
Non accetto e condanno la versione dello stato peruviano, che vuole incolpare di ingerenza politica il fratello Evo Morales, e della morte di 50 indigeni nella foresta del paese. Siamo un unico popolo in lotta per i nostri diritti, e cerchiamo l’autodeterminazione di fronte agli stati coloniali.

IPS: Un messaggio di Morales rivolto all’incontro dei leader aymara americani, anche chiamato Abya Ayala, ha prodotto una reazione nel governo di Lima.

LV: Questo incontro si tiene dal 1992, è la grande crociata intercontinentale, e poi abbiamo creato il Consejo Andino dei cocaleros di Bolivia, Perú e Colombia. Il nostro presidente Morales ha sempre partecipato a tutti questi forum.

IPS: Qual è la natura e l’origine del riconoscimento dei popoli indigeni alla leadership di Morales?
LV: Che è un leader di identità, di nazione, di fronte ad uno stato istituito e, implicitamente, diffonde un pensiero (tra i settore aborigeni), e questo non significa ingerenza politica. È un richiamo del sangue, che si esprime senza bisogno di un contatto verbale con il leader. Anche in Perù nascerà un dirigente così, perché c’è un risveglio nella coscienza dei popoli indigeni.

IPS: Dopo diversi secoli di sacrificio umano e di spargimento di sangue indigeno, quando finirà questa lotta?

LV: È una guerra che dura da 517 anni. È la lotta per una nazione, con milioni di morti, dallo sfruttamento delle miniere d’argento con lo sterminio di indigeni, passando per le rivolte del 1871 da Quito a Tucumán, e il sacrificio di vite umane nella lotta per l’indipendenza, in cui gli attori erano gli indigeni, e non creoli e meticci.
È una guerra permanente, finché non ci sarà un consolidamento. In Bolivia è già cominciato questo processo.

IPS: Il raggiungimento del potere politico in Bolivia non implica la fine della guerra?

LV: Oggi non siamo consolidati in Bolivia, abbiamo puntato sul terreno giuridico della democrazia e dobbiamo avanzare ancora molto. Il riconoscimento delle 36 nazionalità nella nuova Costituzione deve essere ribadito nel nuovo riordinamento giuridico.
La destra resiste e continua a dominare sui popoli; in Perù lo scontro che ha visto più di 50 morti ha rotto il ghiaccio e sconvolto la politica di repressione dello stato coloniale che proibiva le manifestazioni pubbliche.
Domani saranno gli aymara di Puno (dipartimento del Perù), dopodomani saranno i quechua di Cusco (antica capitale dell’impero inca) e poi si uniranno le nazionalità del Perù, seguendo i passi della rivolta degli indigeni dell’Amazzonia.

©IPS (FINE/2009)

Fonte: http://ipsnoticias.net/nota.asp?idnews=92498

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