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22 maggio 2009

PERCHE' ESISTE UNA FAME GALOPPANTE NEL XXI SECOLO E COME SRADICARLA

di Éric Toussaint e Damien Millet

Mentre i paesi ricchi si preoccupano delle conseguenze della crisi finanziaria, nei paesi poveri la fame continua ad uccidere. Il programma del millennio predisposto dall’ONU doveva sconfiggerla ma, in realtà, la carestia progredisce. Le cause di questo dramma sono da cercarsi nelle politiche pubbliche dettate dal FMI e dalla Banca Mondiale, nella speculazione e nel fenomeno del debito, osservano Damien Millet e Éric Toussaint del CADTM (Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo).

Come spiegare che ci troviamo di fronte alla fame nel XXI secolo? Un abitante del pianeta su sette soffre di fame cronica.

Le cause sono conosciute: una profonda ingiustizia nella distribuzione delle ricchezze e una minoranza ristretta di grandi proprietari che possiede la maggior parte delle terre. Secondo la FAO (1) nel 2008 circa 963 milioni di persone soffrivano la fame. Queste persone appartengono paradossalmente alla popolazione rurale: sono per la maggior parte produttori agricoli che non possiedono proprietà o non hanno abbastanza terra, né i mezzi per valorizzarla.

Cosa ha provocato la crisi alimentare del 2007-2008?

È necessario sottolineare che nel 2007-2008, il numero di persone che soffrivano la fame è aumentato di 140 milioni. Questo drammatico aumento è dovuto all’esplosione del prezzo dei prodotti alimentari (2). In molti paesi i prezzi al dettaglio sono cresciuti all'incirca del 50%, in alcuni casi anche di più.

Perché questo aumento? È importante capire cosa è successo negli ultimi tre anni per rispondere a questa domanda e quindi formulare politiche alternative adeguate.

Da un lato, le istituzioni del Nord del mondo hanno aumentato i loro aiuti e le sovvenzioni per gli agro-carburanti (chiamati a torto «biocarburanti», dal momento che non hanno niente di bio). Improvvisamente è diventato redditizio sostituire le colture alimentari con le colture foraggiere e di semi oleosi, o deviare una parte della produzione di cereali (tra cui mais e grano) verso la produzione di agro-carburanti.

Dall’altro lato, dopo lo scoppio della bolla immobiliare negli Stati Uniti e di conseguenza nel resto del mondo, la speculazione dei grandi investitori (fondi pensione, banche di investimento, hedge fund) si è rivolta verso i mercati delle borse merci dove si negoziano i contratti sulle derrate alimentari (principalmente le tre borse degli Usa specializzate nei contratti a termine dei cereali: Chicago, Kansas City e Minneapolis). È perciò urgente per i cittadini mobilitarsi per impedire per via legale la speculazione sugli alimenti. Benché la speculazione al rialzo sia finita a metà 2008 e che i prezzi sul mercato a termine siano tornati ai livelli precedenti, i prezzi al dettaglio non hanno avuto la stessa tendenza. La stragrande maggioranza della popolazione mondiale dispone di redditi molto bassi e subisce ancora oggi le drammatiche conseguenze dell’aumento dei prezzi degli alimenti del 2007-2008. Le decine di milioni di perdite di posti di lavoro annunciate per il 2009-2010 su scala mondiale aggravano la situazione. E' quindi necessario che le autorità pubbliche esercitino un controllo sui prezzi alimentari per farli abbassare.

L’aumento della fame nel mondo non è dovuta per il momento al cambiamento climatico. Ma questo aspetto avrà conseguenze molto negative sulla produzione soprattutto in certe regioni del mondo, in particolare nelle zone tropicali e subtropicali, mentre la produzione agricola nelle zone temperate dovrebbe risentirne in misura inferiore.

È possibile eliminare la fame?

Sradicare la fame è di fatto possibile. Le misure fondamentali per raggiungere questo obiettivo vitale, passano da una politica di sovranità alimentare e dall’attuazione di una riforma agraria. Questo significa nutrire la popolazione grazie alla sforzo dei produttori locali, limitando le importazioni e le esportazioni.

È necessario che la sovranità alimentare sia al centro delle decisioni politiche dei governi. È necessario basarsi sulle aziende agricole familiari utilizzando tecniche destinate a produrre alimenti denominati «bio» (o «organici»). Ciò consentirà anche di disporre di un’alimentazione di qualità: senza OGM, senza pesticidi, senza erbicidi, senza fertilizzanti. Ma per raggiungere questo obiettivo è necessario che più di 3 miliardi di contadini possano accedere alla terra in quantità sufficiente e lavorarla essi stessi invece di arricchire i grandi proprietari, le multinazionali del settore agroalimentare e i commercianti. Bisogna inoltre che essi dispongano, grazie all’aiuto pubblico, dei mezzi per coltivare la terra (senza impoverirla).

Per fare questo, è necessario realizzare una riforma agraria, purtroppo non ancora attuata per esempio in Brasile, in Bolivia, in Paraguay come in Perù, in Asia o in alcuni paesi dell’Africa. Tale riforma agraria deve prevedere la redistribuzione delle terre, estromettendo le grandi proprietà terriere private, e fornire un appoggio pubblico al lavoro degli agricoltori.

È importante sottolineare che il FMI e soprattutto la Banca Mondiale hanno enormi responsabilità nella crisi alimentare poiché essi hanno consigliato ai governi del Sud del mondo di eliminare i silos di cereali che servivano ad alimentare il mercato interno in caso di carenza di offerta e/o di forte aumento dei prezzi. La Banca Mondiale e il FMI hanno spinto i governi del Sud a sopprimere gli istituti di credito pubblico per i contadini e hanno spinto questi ultimi nelle grinfie di creditori privati (spesso grandi commercianti) o di banche private che praticano tassi da usura. Questo ha provocato l’indebitamento massiccio dei piccoli contadini in India, in Nicaragua, in Messico come in Egitto o in numerosi paesi dell’Africa sub-sahariana. Secondo le indagini ufficiali, il sovraindebitamento che colpisce i contadini indiani è la causa principale di suicidio dei 150.000 contadini nel corso degli ultimi anni. È l’India, appunto, un paese dove la Banca Mondiale si è adoperata con successo per convincere le autorità a eliminare le agenzie di credito pubbliche per gli agricoltori. E non è tutto: durante gli ultimi quarant’anni, la Banca Mondiale e il FMI hanno anche spinto i paesi tropicali a ridurre la loro produzione di grano, riso o mais per rimpiazzarli con colture da esportazione (cacao, caffè, tè, arachidi, fiori). Infine, per accresce l'appoggio alle grandi società dell’agrobusiness e dei grandi paesi esportatori di cereali (cominciando dagli Stati Uniti, Canada e Europa occidentale), hanno spinto i governi del Sud ad aprire le loro frontiere alle importazioni di cibo che beneficiano di sovvenzioni massicce da parte dei governi del Nord, fenomeno che ha provocato il fallimento di numerosi produttori del Sud e una forte riduzione della produzione alimentare locale.

In sintesi, è indispensabile realizzare la sovranità alimentare e la riforma agraria. È necessario abbandonare la produzione di agro-carburanti industriali e bandire le sovvenzioni pubbliche a coloro che li producono. Bisogna ricreare nel Sud degli stock di riserve alimentari pubbliche (in particolare di cereali: riso, grano, mais), (ri)creare degli organismi pubblici di credito agli agricoltori e ristabilire una regolazione dei prezzi degli alimenti. È importante garantire che le popolazioni con un basso reddito possano beneficiare di prezzi bassi per alimenti di qualità. Lo Stato deve garantire ai piccoli produttori agricoli prezzi di vendita sufficientemente elevati per permettere loro di migliorare nettamente le condizioni di vita. Lo Stato deve anche sviluppare i servizi pubblici nelle zone rurali (salute, istruzione, comunicazioni, cultura, «banche» di sementi). I poteri pubblici sono perfettamente in grado di garantire allo stesso tempo prezzi sovvenzionati ai consumatori e prezzi di vendita sufficientemente alti per i piccoli produttori agricoli per far sì che essi dispongano di redditi adeguati.

La lotta contro la fame non è parte di una lotta ben più vasta?

Non si può pretendere seriamente di lottare contro la fame senza indagare le cause fondamentali che hanno portato alla situazione attuale. Il debito è una tra queste, e le parole spese su questo tema, anche nel corso dei G8 e G20 degli ultimi anni, nascondono male il fatto che il problema rimane intatto. La crisi globale che colpisce oggi il mondo aggrava la situazione dei paesi in via di sviluppo di fronte all’indebitamento e nuove crisi del debito nel Sud stanno preparandosi. Il debito ha portato i popoli del Sud, spesso dotati di risorse umane e ricchezze naturali considerevoli, a un generale impoverimento. Il debito è un saccheggio organizzato al quale è urgente porre fine.
Infatti, il meccanismo infernale del debito pubblico è un ostacolo fondamentale alla soddisfazione dei bisogni umani primari, che comprendono l’accesso ad una nutrizione sufficiente. Senza alcun dubbio, la soddisfazione dei bisogni primari deve prevalere su qualsiasi altra considerazione, geopolitica o finanziaria. Sul piano morale, i diritti dei creditori, rentier o speculatori non possono competere con i diritti fondamentali di sei miliardi di cittadini, calpestati dal meccanismo implacabile che rappresenta il debito.

È immorale chiedere ai paesi impoveriti da una crisi globale, di cui essi non sono per niente responsabili, di destinare una grande parte delle loro risorse per rimborsare creditori agiati (che essi siano del Nord o del Sud) piuttosto che per soddisfare i loro bisogni fondamentali. L’immoralità del debito deriva anche dal fatto che è spesso contrattato da regimi non democratici che non hanno utilizzato le somme ricevute nell’interesse delle loro popolazioni e hanno organizzato appropriazione indebita di denaro, con il tacito o attivo accordo degli Stati del Nord, della Banca Mondiale e del FMI. I creditori dei paesi più industrializzati hanno prestato con cognizione di causa a dei regimi spesso corrotti. Essi non hanno il diritto di esigere che i popoli rimborsino questi debiti immorali e illegittimi.

In breve, il debito è uno dei principali meccanismi per i quali nasce una nuova forma di colonizzazione a scapito dei popoli. Si aggiunge ai danni storici procurati dai paesi ricchi: schiavitù; sterminio delle popolazioni indigene; dominazione coloniale; saccheggio di materie prime, della biodiversità, del know-how dei contadini (per creare brevetti in favore del profitto delle multinazionali del Nord di prodotti agricoli del Sud, come per il riso basmati indiano) e dei beni culturali; fuga di cervelli. È arrivato il momento di sostituire la logica di dominazione con una logica di redistribuzione delle ricchezze secondo un criterio di giustizia.

Il G8, il FMI, la Banca Mondiale e il Club di Parigi impongono la loro verità, la loro giustizia di cui essi sono allo stesso tempo giudici e parte in causa. Di fronte alla crisi, il G20 ora cerca di porre nuovamente il FMI, oramai screditato e delegittimato, al centro del gioco politico e economico. È necessario porre fine a questa ingiustizia che avvantaggia gli oppressori del Nord e del Sud del mondo.

Éric Toussaint è presidente del CADTM Belgio (Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo). La sua ultima pubblicazione è: Banque du Sud et nouvelle crise internationale, CADTM/Syllepse, 2008.

Damien Millet è segretario generale del CADTM Francia. La sua ultima pubblicazione è: Dette odieuse (con Frédédric Chauvreau), CADTM/Syllepse, 2006. .

Note:
(1)- Organismo dell'ONU per l'alimentazione e l'agricoltura.
(2)- «Retour sur le causes de la crise alimentarie mondiale» di Damien Millet e Eric Touissant 07.09.2008

Fonte: www.voltairenet.org/article159911.html

Tradotto per Voci Dalla Strada da Vittorio Balducci

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