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2 aprile 2009

IL PIANO DI OBAMA O IL GRANDE INGANNO?



di Jorge Altamira


Sotto il regime capitalista, i fallimenti dei negozi possono essere un grande affare, allo stesso modo che le guerre. Dal punto di vista della tassa di beneficio, superano di gran lunga quella che si ottiene in periodi normali. L'osservazione viene in base al fatto che dell'ultimo programma di riscatto bancario annunciato da Obama, che costituisce un inganno scandaloso pergiudicando le finanze pubbliche. In una conferenza stampa che ha dato martedì scorso, l'afroamericano ha dimostrato di essere perfettamente conscio di ciò che sta facendo.

Quello che è tuo è mio.
Il denominato programma-pubblico privato per comprare gli attivi invendibili delle banche e i suoi prestiti impagabili sono stati disegnati affinchè un gruppo di cinque fondi di inversioni, o di copertura di inversioni, facciano offerte per i così detti attivi tossici delle banche ad una somma superiore a quella che otterrebbe la banca in un vendita normale. Per incentivare questo sovvraprezzo, lo Stato dà o garantisce contributi per il 90% del valore dell'acquisto a tassi d'interesse vicini allo 0. L'operazione consiste nella formazione di un fondo pubblico-privato con contributi uguali da tutte e due le parti, ma che dopo potrebbero ricevere la finanziazione della Banca Centrale o del Fondo delle Assicurazioni di depositi per un importo sei volte superiore a quel capitale. Senza la minima dose di anestesia, il governo ricrea in questo modo le piramidi finanziarie che hanno provocato la crisi attuale con l'unica ma per nulla spregevole differenza che il luogo e la funzione del denaro privato viene occupato da denaro pubblico. L'aspettativa ufficiale è che il vantaggio che offre il finanziamento statale sia trasferito in parte ai prezzi degli attivi o dei prestiti che sono messi all'asta, cioè al di sopra dei suoi prezzi di bancarotta. Riassumendo: una offerta generosa per le banche, ma -soprattutto- per i detti fondi avvoltoi, il cui affare consiste, precisamente, nella speculazione con l'acquisto molto economico di valori che non valgono nulla.
La notizia che il governo annuncerà questo schema di imbroglio pubblico sembra scatenare l'entusiasmo degli speculatori della borsa, che hanno risposto con un'ascessa vicina all'8% nella borsa di New York- qualcosa di enorme per un solo giorno però normale nei periodi di bancarotta, quando il prezzo oscilla con la speculazione. Gli operatori meno scrupolosi avevano diagnosticato che la crisi aveva toccato fondo. La verità è più prosaica: quegli speculatori che avevano puntato fortemente alla discesa delle azioni delle aziende, ma in special modo delle banche- la cui situazione di default è irreversibile- si sono sbrigati a cambiare tattica e comprare questi valori anticipando il movimento di salita che avrebbe causato un tale annuncio. Nei giorni seguenti, gli analisti più importanti hanno fatto vedere che il piano era precisamente una frode finanziara e che non aveva la capacità di ricreare il sistema del credito.
La questione è molto semplice. Da una parte, gli attivi(buoni e azioni) e prestiti in potere alle banche non sono affetti nella loro quotazione non perchè non ci sono soldi per negoziarli ma semplicemente perchè la controparte (chi ha venduto il buono o ha ricevuto il prestito) non è nelle condizioni di cancellarlo. Il questionamento di Obama è di cercare di creare un prezzo che, per questi motivi, immediatamente si rivelerebbe artificiale. Le conseguenze sarebbero una bancarotta del capitale pubblico che finanzia l'operazione. L'aspettativa che una riattivazione dell'economia rinvigorizzi i capitali in bancarotta è remota, anche perchè i tempi della bancarotta e della riattivazione sono completamente sfasati. Molti osservatori hanno avvertito che le banche finiranno col ritirare gli attivi e i prestiti che mettano all'asta quando non siano soddisfacenti(per loro) il prezzo che viene offerto. In questo caso, Obama farà l'esperienza di come "si può" creare una maiuscola crisi politica durante il primo anno di mandato.

Più della stessa cosa.
L'evidenza che il governo ha chiaro i limiti del suo piano è che il finanziamento che promette continuerà ad essere tale, cioè, non effettivo, ma che nella sua maggior parte è composto da garanzie, non da soldi, che ci sarà da rendere effettive se l'operazione produce perdite all'operatore privato. Gli analisti che hanno fatto notare questa contraddizione si lamentano che lo Stato non immette denaro nella scala necessaria per fare fronte alla bancarotta. E' probabile che il fiammante programma fallisca allo stesso modo in cui lo hanno fatto tutti quelli che lo hanno preceduto.
Questo racconto dimostra che i sinistroidi che si sono grattati la testa, all'inizio della crisi, per rifiutare qualsiasi ipotesi della caduta del capitalismo e pontificare che, al massimo, "smetterà di essere quello che abbiamo conosciuto fino ad ora", semplicemente stavano mentendo. Il piano annunciato da Obama cerca, esattamente, di ricreare il mercato dei titoli privati sbandati dalla crisi, con l'appoggio delle risorse fiscali e non fiscali dello Stato, attenuato dalla promessa di una regolamentazione migliore da parte delle istituzioni pubbliche (come se potesse essere di qualche altra maniera e, peggio, come se servisse a qualcosa!) La preoccupazione maggiore e ossessiva di tutti i governi e di tutti i capitalisti, nelle circostanze attuali, è di evitare che si sfaceli il mercato internazionale di titoli privati, cioè delle banche che hanno quei titoli e dei creditori delle banche che hanno i propri. Il brutto valore derivato di questo mercato è di 500.000 milioni di dollari e la sua valutazione netta è di 60 mila milioni. Soltanto i buoni emessi per assicurare i titoli in circolazione sommano 25.000 milioni di dollari. In modo che serva da paragone, tutto il PBI mondiale è di 50.000 miliardi.
Questo che viene segnalato spiega il ripudio al piano da parte degli economisti come il premio Nobel Paul Krugman- che vuole, allo stesso modo di qualsiasi capitalista, salvare i bonds internazionali. Ma per questo- dice questa gente- non si deve sorteggiare il denaro pubblico o ricorrere all'emissione straordinaria della moneta, senza nazionalizzare contemporaneamte il sistema bancario. La funzione della nazionalizzazione sarebbe quella di negoziare con i creditori per togliere una parte del debito delle banche, allo stesso modo in cui General Motors sta negoziando, per evitare la bancarotta, una riduzione dei prezzi dei suoi fornitori, una riduzione degli stipendi e prestazioni sociali degli operai e un ribasso da parte di quelli che detengono il suo gigantesco debito.
Ma la dimensione principale del piano di Obama è stato scandalosamente ommesso dalla stampa. Il fatto è che si tratta di una specie di "golpe" internazionale alla vigilia della reunione del G-20, che è stato convocato per ellaborare una uscita "coordinata" dalla crisi. Gli europei pretendono che i fondi speculativi nordamericani, che hanno creato il regime finanziario parallelo che ha portato alla crisi, si faccia carico dei costi. Lo scontro tocca il punto più sensibile di tutto l'insieme finanziario internazionale- l'eccezionale capacità di Stati Uniti di emettere moneta(signoraggio) in virtù dello status del dollaro come principale mezzo di pagamento internazionale e principale riserva di valore. Precisamente, il piano di Obama è principalmente supportato per la capacità di emissione della FED, che ha già annunciato milionarie compere di buoni del Tesoro del suo paese e che ha già comprato su vasta scala titoli privati in mano alle banche (rilassamento quantitativo della moneta). Il resto delle banche centrali non hanno quella capacità di soccorrere i capitali sinistrati(colpiti,accidentati). La Banca Centrale Europea assicura che, se accompana la politica di emissione che sviluppano gli Usa, con l'euro, l'UE avrebbe i giorni contati. Anche gli Usa corrono un rischio simile, cioè l'emissione senza controllo del dollaro mette fine al ruolo internazionale della sua moneta. Alcuni analisti promettono che questa emissione finirà portando l'oro ai 6.000 dollari l'oncia- oggi in 950 dollari. L'Europa affronta la necessità di uscire in aiuto dell'Europa Orientale, il cui debito estero è di 1,5 miliardi di dollari e le scadenze quest'anno, di 500 miliardi. Le banche austriache sono compromesse per l' equivalente dell'80% del PBI dell'Austria; qualcosa di simile succede in Italia e Svezia.
La stabilità della moneta sarà messa in gioco nella prossima tappa della crisi. La Cina-che ha riserve per 2000 miliardi di dollari e inversioni in titoli pubblici degli stati Uniti per circa 800.000 milioni, e che per questo stesso motivo è uno dei principali "buonisti" interessati al successo del salavataggio nordamericano- teme, giustamente, per i suoi soldi. Il premier cinese ha azzardato, la settimana scorsa, di reclamare che una moneta internazionale sostituisca il dollaro, sapendo che questo è incompatibile con la rivalità che caratterizza il capitalismo.
I dolori dell'euro dovrebbero averlo avvertito di questo. In una fase estrema della crisi, l'UE si troverà di fronte all'alternativa di dissolvere la sua unione monetaria o che i suoi paesi siano rafforzati integrandosi a uno stato unico da una delle potenze del continente. Esiste una proposta affinchè la Banca Centrale Europea emetta un buono unico per riscattare le banche e le aziende dal disastro, con cui dovrebbe essere coperto ogni paese dell'Ue, in proporzioni ancora da stabilire. La maniera in cui sarà trattata la proposta metterà a nudo le tendenze centrifughe in Europa.

Un FMI nazionale e popolare.
Per ultimo, la produzione, il commercio, l'impiego continuano a cadere. La Russia ha appena informato che da novembre ha perso un milione di posti di lavoro e che rinuncia a continuare a riscattare gli oligarchi in bancarotta. Ammette, se non si tratta di una mossa strategica, che la compri il capitale estero. A questo punto, però, non viene neanche in mente; prima, i servizi di sicurezza della Russia dovrebbero dare delle garanzie più giuste in termini politici e giuridici- sulla vera via crucis di crisi politiche e internazionali. La Cina vive una caduta straordinaria del suo commercio estero e anche una marcata uscita di capitali. Infine, l'America Latina ha cominciato a risentire delle conseguenze della caduta del credito che finanzia il commercio internazionale. I K (Kirshner) credono che a Londra avranno l'opportunità di far nascere un FMI nazionale e popolare, disposto a dare soldi per non far crollare completamente l'economia. Non capiscono nulla di quello che succede: il capitalismo mondiale ha bisogno di stabilizzare la moneta nei paesi periferici e per questo non conoscono altre strade che l'"austerità". Se il Brasile ha ottenuto un prestito dalla FED di 50.000 milioni di dollari, la spiegazione non è per quanto sia amabile Lula nè il suo "accento" del nord, ma semplicemente a che ha dei buoni del Tesoro nordamericano per 150.000 milioni di dollari. A Londra, i banchieri chiederanno a Madame K (Cristina Krischner) che svaluti il peso come lo richiedono Ferrer e Curia- con una vasta traiettoria nac & pop.

Fonte: http://www.rebelion.org/noticia.php?id=83009&titular=el-plan-obama-o-la-gran-estafa-

Tradotto per Voci Dalla Strada da Vanesa

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