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31 marzo 2009

USA-NEOCON: NUOVA STRATEGIA PER LA POLITICA ESTERA





di Daniel Luban e Jim Lobe

WASHINGTON, 27 marzo 2009 (IPS) - Una nuova organizzazione neocon per la politica estera, da poco formata negli Usa e con obiettivi ancora poco chiari, riporta alle mente gli anni ’90, quando i precursori formulavano la nuova strategia di politica estera aggressiva e unilaterale che fu poi messa in atto dall’amministrazione di George W. Bush.


Chiamata banalmente “Iniziativa per la politica estera” (Foreign Policy Initiative, FPI) - da un’idea dell’editor del Weekly Standard William Kristol, del guru della politica estera neoconservatrice Robert Kagan e dell’ex funzionario del governo Bush Dan Senor - il gruppo finora ha mantenuto un profilo basso: la sua unica attività ad oggi, la promozione di un convegno sulla strategia della “surge”, un’escalation della presenza militare degli Stati Uniti in Afghanistan.

Ma qualcuno vede nella FPI l’erede del gruppo di Kristol e Kagan, l’ormai defunto “Progetto per un nuovo secolo americano” (Project for the New American Century, PNAC), lanciato nel 1997 e divenuto noto soprattutto per aver guidato la campagna nazionale per spodestare l’ex presidente iracheno Saddam Hussein, sia prima che dopo gli attacchi dell’11 settembre.

Tra i soci fondatori del PNAC vi erano diverse figure poi salite ai piani alti nell’amministrazione Bush, come il vicepresidente Dick Cheney, il segretario della difesa Donald Rumsfeld, e il suo vice, Paul Wolfowitz.

La FPI è stata fondata all’inizio di quest’anno, ma mancano informazioni sul gruppo, che finora è stato per lo più ignorato dai media. Sul sito web dell’organizzazione, nella lista dei tre membri del consiglio di amministrazione figurano Kagan, Kristol e Senor, salito alla ribalta come portavoce delle autorità d’occupazione in Iraq.

Due dei tre membri dello staff della FPI, i direttori politici Jamie Fly e Christian Whiton, vengono direttamente dalle poltrone della politica estera dell’amministrazione Bush, mentre il terzo, Rachel Hoff, arriva dalla Commissione nazionale repubblicana del Congresso. Contattato per un’intervista presso la sede del gruppo, Fly ha riferito tutte le domande a Senor, che non ha voluto rispondere.

Quanto alla missione dell’organizzazione, si dichiara che “gli Stati Uniti sono ancora una nazione indispensabile per il mondo”, e si avverte che “il problema non è puntare in alto, e trincerarsi non è la soluzione” alle attuali disgrazie finanziarie e strategiche di Washington. Si chiede poi un “continuo impegno - diplomatico, economico e militare - nel mondo, e il rifiuto di politiche che ci porterebbero a cadere sulla via dell’isolazionismo”.

La dichiarazione di missione si apre con una litania di minacce assai familiare per gli Usa, come “stati canaglia”, “stati falliti”, “autocrazie” e “terrorismo”, ma mette in primo piano le “sfide” poste dai “poteri emergenti e rinascenti”, tra cui vengono citate solo Cina e Russia.

La centralità attribuita a questi due paesi sembra riflettere l’influenza di Kagan, che negli ultimi anni ha sempre sostenuto che il XXI secolo sarà dominato da una lotta tra le forze della democrazia (guidata dagli Usa) e l’autocrazia (guidata da Cina e Russia). Kagan ha proposto la creazione di una “Lega delle democrazie” come meccanismo per combattere il potere russo e cinese, e la dichiarazione della FPI sottolinea la necessità di un “forte sostegno agli alleati democratici dell’America”.

Questa enfasi sembra suggerire che la FPI intende fare del confronto con Cina e Russia la colonna portante della propria posizione in politica estera. In questo caso, sarebbe segnato il ritorno ai primi tempi dell’amministrazione Bush, prima dell’11 settembre, quando il Weekly Standard di Kristol cominciava a lanciare una serie di attacchi contro Washington per la sua presunta “pacificazione” con Pechino.

Per il suo debutto ufficiale, però, la FPI ha scelto di promuovere un’escalation dell’impegno militare americano in Afghanistan. Il primo evento dell’organizzazione, previsto per il 31 marzo a Washington, sarà infatti un convegno intitolato “Afghanistan: pianificare il successo”.

Principale relatore alla conferenza, il senatore John McCain, candidato repubblicano alle presidenziali del 2008 e da tempo favorito sia di Kagan che di Kristol. A febbraio, McCain aveva pronunciato un discorso, ben propagandato, sostenendo che gli Usa non si sarebbero potuti permettere di ridimensionare il loro impegno militare in Afghanistan, e chiedendo invece di raddoppiare gli sforzi per vincere la guerra.

Tra gli altri partecipanti, l’analista dell’American Enterprise Institute (AEI), fratello di Robert e tra i principali fautori della strategia di aumento delle truppe in Iraq, “surge”; l’esperto di controinsorgenza tenente colonnello John Nagl; e la nuova direttrice del Centre for a New American Security e rappresentante democratica dei falchi Jane Harman.

La FPI ha inevitabilmente suscitato paragoni con il PNAC, una “organizzazione sulla carta” fondata da Kristol e Kagan poco dopo la loro pubblicazione su “Foreign Affairs”dell’articolo “Verso una nuova politica estera neo-reaganiana”, che chiedeva a Washington di praticare una “egemonia globale benevola” e avvertiva contro ciò che vedevano come la deriva post-guerra fredda del Partito repubblicano verso un “neoisolazionismo” dopo il passaggio di consegne a Bill Clinton alla Casa Bianca. ”Mi ricorda il Progetto per un nuovo secolo americano”, ha osservato Steven Clemons, direttore dell’American Strategy Programme alla New American Foundation. “Come il PNAC, diventerà un luogo d’incontro per chi desidera vedere rafforzata la macchina militare Usa e chi divide il mondo tra chi rappresenta il male e chi dovrà sconfiggerlo.

La dichiarazione di principi del giugno 1997 chiedeva una “politica reaganiana di forza militare e chiarezza morale”, che comportasse un “aumento significativo della spesa per la difesa” ed una “sfida ai regimi ostili ai nostri interessi e valori”.

Nel gennaio 1998, il PNAC pubblicò una lettera aperta al presidente Clinton chiedendo di “rimuovere dal potere il regime di Saddam Hussein”, con la forza militare se necessario. La lettera era firmata da molti di coloro che sarebbero diventati gli architetti e i sostenitori dell’invasione dell’Iraq del 2003, da Rumsfeld, a Wolfowitz e Abrams, dal futuro vicesegretario di stato Richard Armitage, al futuro ambasciatore Usa John Bolton.

Nel settembre 2001, appena pochi giorni dopo gli attacchi dell’11 settembre, un’altra lettera del PNAC chiedeva al presidente Bush di estendere la portata della “guerra al terrore”, al di là delle persone immediatamente responsabili degli attacchi, per includere l’Iraq e gli Hezbollah libanesi.

E nell’aprile 2002, il gruppo definitva Yasser Arafat e l’Autorità palestinese (AP) “una rotella nell’ingranaggio del terrorismo in Medio Oriente”, paragonava Arafat al leader di Al Qaeda Osama bin Ladem, e chiedeva agli Usa di mettere fine al sostegno sia all’AP che ai negoziati di pace israelo-palestinesi.

”La lotta di Israele contro il terrorismo è la nostra lotta”, diceva, sollecitando Bush ad “accelerare i piani per spodestare Saddam Hussein”.

Che il debutto pubblico dell’FPI sia incentrato proprio sul perché Washington dovrebbe aumentare il proprio impegno in Afghanistan è un fatto curioso, visto il ruolo avuto dal PNAC e da altri falchi dentro e fuori l’amministrazione nel premere per l’invasione dell’Iraq, subito dopo la campagna Usa per fermare i talebani e Al Qaeda in Afghanistan alla fine del 2001. Molti esperti ritengono che il trasferimento delle risorse militari e di intelligence verso l’Iraq abbia permesso sia ai talebani che alla leadership di Al Qaeda di sopravvivere e di riorganizzarsi.

L’assoluta priorità data dall’amministrazione Bush all’Iraq - ancora una volta, con il forte incoraggiamento del PNAC e dei suoi sostenitori - in quanto “fronte centrale nella guerra al terrore”, ha anche comportato la mancata disponibilità di risorse per sostenere il governo filo-occidentale del presidente Hamid Karzai.

Il PNAC ha di fatto cessato le sue attività all’inizio del secondo mandato di Bush. Questo può essere in parte dovuto alla pessima pubblicità che il gruppo si è guadagnato per il ruolo determinante avuto nel provocare la guerra in Iraq. Ma la formazione della FPI potrebbe essere sintomatico del fatto che i suoi fondatori sperano ancora una volta di coltivare una politica estera più aggressiva durante il loro esilio dalla Casa Bianca, preparandosi alla loro futura riconquista del potere politico. (FINE/2009)


Fonte: http://www.ipsnotizie.it/nota.php?idnews=1412

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