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28 marzo 2009

CRISI ECONOMICA USA: PIU' POVERI E PIU' IGNORANTI

di Marco Zoboli

La recessione economica sta per compiere un anno e non mostra nessun segno di miglioramento. Il neopresidente Obama si appresta a firmare un programma di ”stimolazione economica” per un montante di 787 miliardi di dollari, ma premette nel suo discorso alla nazione che gli effetti non saranno tangibili nell’immediato. Nel frattempo la crisi avanza, anzi corre e gli indici borsistici precipitano. La recessione colpisce diverse componenti della società statunitense e le conseguenze si avvertiranno non solo nel breve ma anche nel medio e lungo termine. La recessione ha comportato la riduzione drastica dei fondi destinati all’università di Harvard, considerata il fiore all’occhiello nella formazione dell’intellighenzia nonché la più ricca del mondo, costretta oggi a praticare politiche di prepensionamento del personale amministrativo e docente; congelare gli aumenti salariali e aumentare le rette ai rampolli dell’oligarchia a stelle e strisce.

Stando ai dati del 2008, il bilancio si è chiuso con una perdita netta di 8 miliardi di dollari e secondo il rettore dell’Università i fondi erogati per l’anno accademico 2008-2009 verranno ridotti di un 30%. L’aumento delle rette per gli studenti del 5%. Questo significa che uno studente può accedere a questa struttura educativa alla modica spesa di 49.000 dollari annui; con un riflesso automatico di un’ulteriore selezione che non sarà né qualitativa né meritocratica.

L’orientamento “fondamentalista di mercato” nello sviluppo del paese durante la fase di direzione neocon, ha significato non solo il ridimensionamento del ruolo dello stato negli affari economici ma anche nell’insieme delle strutture sociali a partire da sanità e istruzione, fagocitate dalle imprese private. Da uno studio del Centro Nazionale di Politica Pubblica e Educazione Superiore, che valuta i finanziamenti pubblici e relativi benefici sull’accesso all’istruzione, emerge che in tutti gli stati – eccezion fatta per la California, che dispone di “università comunitarie” relativamente a basso costo – è praticamente proibitivo. Nelle università dell’Illinois, il costo medio per assistere ai corsi dell’università pubblica rappresentava nel 2000 il 19% delle entrate di una famiglia media, oggi è arrivato al 35%, in Pennsylvania, l’incremento è stato da 29 al 41%. Secondo il presidente del centro che ha effettuato questa ricerca, Patrick Callan, i singoli stati stanno riducendo enormemente i contributi alle università e agli istituti superiori in cambio della possibilità per queste ultime di aumentare il costo delle rette, la situazione quindi a suo giudizio è destinata a peggiorare drammaticamente. Si profila quindi nel futuro prossimo generazioni di statunitensi a cui verrà negato l’accesso allo studio, ulteriore condizione sociale che peserà sul decadentismo di questa potenza entrata nella fase di “fine impero”. E’ naturale che l’ulteriore impoverimento culturale delle future generazioni faciliterà la mobilitazione reazionaria che il protezionismo come contrazione politico-culturale-economico richiede.

Quando alla fine degli anni novanta, Cuba si trovò a fronteggiare il “periodo speciale” per affrontare la crisi generata dalla scomparsa dell’Unione Sovietica e del campo dei paesi socialisti, non chiuse una sola scuola e non lasciò senza istruzione un solo studente in tutta l’isola; al contrario investì ogni risorsa disponibile sul suo patrimonio più grande: il popolo. L’accesso gratuito allo studio e l’alta professionalità dell’apparato docente conduce oggi il 68% dei cubani a frequentare con successo le università dell’isola. L’emancipazione passa per la cultura. E il divario culturale tra il popolo cubano e quello degli Stati Uniti cresce inesorabilmente a favore del socialismo, che ha seminato e continua a seminare germogli che stanno fiorendo in tutta l’America Latina.

Fonte: http://www.resistenze.org/

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