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"LA TERRA CI NUTRE LA TECNOLOGIA CI GUIDA: COLTIVIAMO INSIEME IL FUTURO"
2 marzo 2014
L’AVVENTO DEL TOTALITARISMO “DEMOCRATICO”
Il grande
saggista e scrittore inglese Aldous Huxley morì cinquant’anni fa, lo
stesso giorno dell’assassinio di John F. Kennedy a Dallas.
Malgrado il suo pessimismo di fondo sulla natura umana (si legga, a
riprova, l’opera principale “I diavoli di Loudun”, in cui i veri diavoli
sono gli esseri umani tutti), Huxley era un democratico convinto e
piuttosto tradizionalista, che considerava comunismo e capitalismo alla
stregua di ideologie totalitarie e perniciose: non a caso i protagonisti
del suo “Mondo nuovo” (1932) hanno cognomi come Marx, Bakunin,
Rothschild, e nomi come il buffissimo Lenina dell’avvenente miss Crowne.
La trovata, tanto spiritosa quanto rivelatrice delle idiosincrasie
dell’autore, è stata presa a prestito da Altieri per il suo Magdeburg,
ma il lascito di Aldous Huxley non è solamente ideologico-letterario. Il
nostro è, infatti, un attento e preoccupato osservatore dell’animo
umano che, alla maniera di uno psicostorico (figura inventata dal suo
quasi collega Isaac Asimov), anticipa le tendenze evolutive della
società, tracciando un quadro cupo ma attendibile del futuro. Nell’ultimo
capitolo – significativamente intitolato “Che fare?” - di “Ritorno al
mondo nuovo”, del ’58, Huxley scrive:
“Crescendo senza controllo
popolazione e organizzazione, è probabile che nei paesi democratici noi
assisteremo al rovescio del processo che fece dell’Inghilterra una
democrazia, serbando intatte le forme esteriori della monarchia. (…)
crescendo l’efficacia dei mezzi per la manipolazione dei cervelli, le
democrazie muteranno natura; le antiche, ormai strane, forme rimarranno:
elezioni, parlamenti, Corti Supreme eccetera. Ma la sostanza, dietro di
esse, sarà un nuovo tipo di totalitarismo non violento. Tutti i nomi
tradizionali, tutti i vecchi slogan resteranno, esattamente com’erano ai
bei tempi andati. Radio e giornali continueranno a parlare di
democrazia e libertà, ma le due parole non avranno più senso. Intanto
l’oligarchia al potere, con la sua addestratissima élite di soldati,
poliziotti, fabbricanti del pensiero e manipolatori del cervello,
manderà avanti lo spettacolo a suo piacere.”
Ebbene, a cinquantacinque anni di distanza dalla pubblicazione del
saggio la “profezia” si è integralmente realizzata, nel senso che ci
viviamo dentro. “Rimarranno elezioni, parlamenti…”: seguitiamo, infatti,
a tracciare crocette e a pagare gli “eletti dal Popolo”: ma a che pro?
L’irrilevanza delle une e degli altri è sotto gli occhi di quasi tutti,
oggi, perché l’annichilente crisi economica ha funto da lente di
ingrandimento. In certi casi l’inutilità dell’istituzione è sancita
dalle norme vigenti: si pensi al Parlamento Europeo formato, per
l’appunto, da 736 parlatori, che insieme non possono decidere nulla e
singolarmente non hanno neppure la facoltà di iniziativa legislativa.
Quanto all’approvazione delle norme, conta la volontà del Consiglio dei
Ministri, rigorosamente non elettivo. Residuerebbe, è vero, il potere di
censurare l’operato della Commissione, costringendola alle dimissioni,
ma le stesse regole di funzionamento dell’assemblea lo rendono de facto
non esercitabile. Chi comanda, allora?
Comandano i tecnocrati, che di
nascosto (=non in seduta pubblica) emanano le norme concrete destinate
ad impattare sull’esistenza dei cittadini europei. A cosa servono allora
le elezioni europee che si tengono ogni cinque anni? Almeno in Italia, a
tastare il polso dell’esecutivo in carica e a sistemare qualche decina
di “trombati” alle politiche. Il Parlatorio europeo è una finzione
scenica, le votazioni uno stanco rito.
Non che nei singoli Stati ex sovrani le cose vadano in maniera
differente. Assistiamo, in tutto il continente, al formarsi di grandi
(Germania, Austria, Olanda ecc.) o piccole coalizioni, di direttori che
prescindono dalla volontà popolare ritualmente espressa. Le assemblee
legislative sono ormai del tutto esautorate: i governi impongono la loro
visione a colpi di fiducia e decreti legge, incassando la sottomissione
dei parlamentari di maggioranza ed ostracizzando le sparute opposizioni
dal gioco normativo, quando non addirittura dalle aule. La teoria
dell’elettore mediano ha ispirato la corsa al bipolarismo/bipartitismo,
che penne asservite spacciano per garanzia di governabilità, laddove lo
scopo segretamente perseguito era ed è quello di dar vita a forze
politiche apparentemente alternative, in realtà accomunate dalla prona
accettazione dei dogmi liberalcapitalisti (rinverditi, nei ruggenti anni
’80, da Laffer&co).
Quelle fondamentali, che il banchiere JP Morgan
vorrebbe abrogate perché troppo “socialiste”, sono carte che non
cantano più: nell’era della post-democrazia formale è fisiologico che un
Presidente della Repubblica travalichi quotidianamente le sue funzioni,
senza curarsi di quella Costituzione che dovrebbe difendere.
Guai però a
chi ardisce chiedergli conto delle sue azioni: “radio e giornali (e
naturalmente la tv) continueranno a parlare di democrazia e libertà”,
rovesciando tonnellate di sterco sui pochi oppositori, additati come
fascisti, populisti, eversori ecc. “Democrazia e libertà”: ricordate
quel che scrivevo una settimana fa, a proposito delle primarie del PD?
Milioni di elettori condizionati si avvolgono nel sostantivo
“democrazia” o nell’aggettivo “democratico” come in una coperta di
Linus, esorcizzando col nuovo abracadabra il totalitarismo avanzante.
“Fabbricanti del pensiero e manipolatori del cervello” ci ammanniscono
uno spettacolo senza interruzioni; contro i refrattari (e i disperati)
l’oligarchia al potere schiera la sua “addestratissima élite di soldati e
poliziotti”, pronta a disperdere (per adesso!) a manganellate i
contestatori più coscienti e determinati.
Aldous Huxley ha dunque previsto tutto? Sì e no.
Paradossalmente il suo
affresco (anzi, i suoi due affreschi: quello del ’32 e il successivo del
’58) è meno drammatico del presente in cui annaspiamo: il pensatore
inglese riteneva che, in cambio del controllo assoluto, l’élite
oligarchica avrebbe concesso ai governati un livello sufficiente di
benessere.
Panem et circenses, ma pure case confortevoli, viaggi e
servizi. L’errore di valutazione non stupisce: Huxley scrive in pieno
keynesismo, non può prevedere l’evoluzione subita, nei decenni
successivi, dalla teoria economica, il ritorno in auge della mano
invisibile, la curva truffaldina di mr. Laffer. Il Governatore Mustafà
Mond, ne “Il mondo nuovo”, non sottopone i membri delle classi inferiori
a ritmi massacranti: bastano sette-otto ore di lavoro poco impegnativo,
poi ci sono il soma (la droga inebriante) e lo svago. Per i reggitori
in carne ed ossa del nostro mondo questo non è sufficiente: oltre al
potere vogliono la ricchezza, tutta la ricchezza.
Siccome hanno studiato
Marx (la testimonianza è di Eric Hobsbawm), sanno che per estrarre
maggior plusvalore dalle maestranze è necessario farle lavorare di più,
sempre di più – e che, d’altra parte, perché il sistema capitalista non
vada in malora occorre costringerle a spendere. Se le meraviglie
dell’i-pad non seducono l’impiegato in bolletta c’è un unico modo per
drenare i suoi residui risparmi: privatizzando i servizi essenziali –
sanità, istruzione dei figli, acqua, trasporti pubblici.
Il cittadino
fissa impietrito bollette stratosferiche, fatica a pagare i tributi (in
continua crescita); i più sfortunati perdono la casa, i “privilegiati”
faticano per quattro soldi, e intanto i media di regime continuano a
sproloquiare di “democrazia, libertà” e altre balle.
Si produce improvvisamente un cortocircuito: l’indottrinamento è
sopraffatto dal crollo repentino del tenore di vita, e al primo richiamo
l’uomo comune accorre in piazza. Dev’essere un richiamo del branco,
rozzo e primordiale, un grido di rivolta lanciato al cielo: questo
spiega il successo degli ambigui “forconi”, che sbraitano ma non
propongono alcunché di concreto, e alla prima occasione si azzuffano tra
loro. Un po’ di paura ai governanti la fanno, anche perché la
scadentissima, mal cooptata élite italiana è impreparata a tutto – e
tuttavia la repressione violenta sembra riservata agli studenti che
cantano “Bella ciao”. Per quale ragione?
Secondo me, perché i giovani – a
torto o a ragione – sono percepiti dall’oligarchia come più motivati,
combattivi, istruiti (malgrado il sacco della scuola pubblica)… e dunque
come potenziali “rivoluzionari”. Tumulti locali e jacquerie sono più
facilmente gestibili di un fermento rivoluzionario, e rappresentano il
pretesto ideale per un giro di vite repressivo, per il passaggio da un
totalitarismo morbido ad uno muscolare (sempre in nome della democrazia,
cui anche il neofranchista Rajoy formalmente si inchina ).
Questo in
teoria, poiché la realtà è prevedibile solo all’ingrosso: il sistema
potrebbe persino collassare, in un Armageddon finiano che nessuno si
augura.
In un contesto sfuggente e caotico ma indiscutibilmente “nuovo”, la
Sinistra potrebbe provare a uscire dal pantano utilizzando la prossima
campagna elettorale europea per sensibilizzare i lavoratori del
continente alle mistificazioni su cui si regge il progetto UE, agli
interessi e agli obiettivi dell’élite… per cercare non di assecondare
una rabbia disperata, ma di incanalarla in una direzione precisa e
fruttifera. Tocca spezzare il cerchio magico, o perire.
Mi rendo conto che questi sono soltanto generici buoni propositi, ma il
tramonto della democrazia formale è oramai un doloroso dato di fatto con
cui non possiamo non confrontarci.
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