16 aprile 2026

L’abuso guardato in faccia ➤ Colloquio con Pietro Masturzo

L'Espresso risponde alla campagna negazionista contro la sua copertina

Discussa, contestata e messa in dubbio, la foto di Pietro Masturzo, copertina dello scorso numero de L’Espresso, è invece il frutto di un lavoro decennale nei territori occupati della Cisgiordania

Se la scorsa copertina de L’Espresso ha fatto il giro del mondo è perché in quello scatto la violenza non è un dettaglio. È il centro. E finisce per diventare il suo volto. Un volto che qualcuno preferisce non guardare, o insinuare che sia falso, artefatto, manipolato. Quello scatto, invece, è il frutto del percorso di Pietro Masturzo. Dal 2010 il fotografo italiano ha attraversato Gaza e la Cisgiordania con uno sguardo che rifiuta la superficie degli eventi per addentrarsi, con ostinazione, nella complessità di una realtà spesso raccontata in modo parziale, semplificato, se non distorto.

«In tanti mi hanno chiesto se si tratti di un’immagine generata con l’intelligenza artificiale; altri segnalano post in cui questa ipotesi viene data addirittura per certa», racconta il fotografo. «A colpirmi è il paradosso: c’è chi affida proprio all’intelligenza artificiale il compito di stabilire se un’immagine sia stata creata da un’intelligenza artificiale. Un cortocircuito che dovrebbe farci riflettere su come cerchiamo oggi la verità delle immagini. La risposta, però, è semplice: no, questa fotografia non è generata artificialmente. L’ho scattata io, il 12 ottobre scorso, a Idhna, a Ovest di Hebron, durante il primo giorno della raccolta delle olive. Doveva essere un momento di festa. Come purtroppo accade spesso, proprio all’inizio della raccolta è arrivato un gruppo di coloni israeliani armati accompagnati da soldati regolari con il volto coperto. Hanno impedito ai palestinesi di raccogliere le proprie olive. L’aspetto più duro di questa immagine non sta tanto nella capacità di cogliere un istante, quanto in ciò che è realmente accaduto: il colono protagonista dello scatto ha continuato a lungo a mimare il verso del pastore che raduna il gregge, rivolgendosi ai palestinesi come fossero animali».

Masturzo ha costruito nel tempo una conoscenza stratificata dei territori e delle persone che li abitano, e li occupano, evitando scorciatoie narrative. Le sue immagini insistono sulla continuità di una condizione: quella a cui il popolo palestinese è sottoposto da decenni, fatta di restrizioni, tensioni quotidiane e trasformazioni progressive del paesaggio umano e geografico. Questa profondità nasce dalla frequentazione costante, da un ascolto e un’osservazione che precedono lo scatto. Eppure, ridurre lo sguardo di Masturzo a una posizione univoca sarebbe un errore.

Per anni ha lavorato a stretto contatto anche con i coloni israeliani, entrando nelle loro comunità, osservandone la quotidianità, i codici interni, le tensioni e le convinzioni politiche. Un lavoro complesso, che ha richiesto accesso, fiducia e una rara disponibilità a confrontarsi con tutte le parti in gioco. Nel reportage più recente, questa impostazione si traduce in un racconto ancora più importante. Le immagini costruiscono un archivio continuo dell’espansione israeliana in Cisgiordania, mostrando come il territorio cambi sotto gli occhi del mondo.

«Il progetto», spiega il fotografo, «nasce da una distanza forzata e da una frustrazione concreta: quella di assistere a ciò che accade in Palestina senza poter essere lì, in un territorio che ho raccontato per anni. Oggi l’accesso è sempre più limitato, soprattutto per la stampa internazionale, e questa assenza lascia spazio a narrazioni parziali e facilmente contestabili. Da qui l’urgenza di sostenere chi continua a documentare sul campo: le fotografe e i fotografi palestinesi, oggi non solo testimoni ma veri e propri bersagli». Il servizio realizzato da Pietro Masturzo è parte del Prospekt Palestine Project, un tentativo di dare visibilità e supporto a chi nonostante tutto continua a raccontare. A portarlo avanti è Activestills, collettivo che da oltre vent’anni documenta la realtà palestinese, costruendo un archivio indipendente. Oggi più che mai, non si tratta solo di raccontare la realtà, ma di difendere la possibilità stessa di mostrarla. E di proteggerla da chi, in malafede, vuole metterla in dubbio.

Non è la prima volta che immagini realizzate in Cisgiordania o a Gaza vengono liquidate come falsi e il lavoro dei fotografi palestinesi bollato come propaganda, fino a coniare espressioni come “Pallywood”, una contrazione sprezzante tra Palestina e Hollywood, usata per insinuare un complotto. Ma questa narrazione si regge su un presupposto preciso: l’assenza. Il fatto che l’accesso alla Striscia di Gaza sia vietato alla stampa internazionale crea un vuoto che può essere facilmente riempito dal dubbio. «Fotografi di Hamas», si dice, riducendo la complessità del loro lavoro a un’etichetta che ne annulla la credibilità. Eppure, quando a documentare gli stessi eventi sono fotografi internazionali, con percorsi e reputazioni consolidate, la narrazione si incrina. Questa copertina lo dimostra chiaramente.

Anche chi ha una storia, un metodo, una credibilità viene accusato di manipolare o inventare. Ed è qui il punto più pericoloso. Perché accusare un giornalista di dire il falso senza prove non è solo un attacco personale: è un modo per svuotare il giornalismo stesso. Se tutto può essere definito fake, allora niente è più verificabile. E a quel punto non si sta più discutendo della realtà. Si sta cercando di negarla.

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