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9 novembre 2017

"Non si tratta solo della Catalogna: ma della democrazia stessa"

Di Carles Puigdemont
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Carles Puigdemont con un manifestante
La Catalogna è oggi il solo territorio dell’Unione Europea cui è stata negata la legge suprema a favore della quale hanno votato i suoi cittadini, il parlamento che i suoi cittadini hanno eletto, il presidente che tale parlamento ha eletto e il governo che tale presidente ha nominato nell’esercizio dei suoi poteri. Agendo in modo arbitrario, antidemocratico e, secondo me, illegale, lo stato spagnolo ha deciso di sciogliere il parlamento catalano nel mezzo del mandato elettorale, di rimuovere il presidente e il governo catalano, di intervenire nel nostro autogoverno e nelle istituzioni che i catalani sono andati costruendo nella nostra nazione per secoli. Ha attuato una brutale offensiva giudiziaria per determinare l’incarcerazione di massa e la criminalizzazione di candidati promotori di idee politiche che, solo due anni fa, hanno ottenuto livelli storicamente elevati di sostegno pubblico.
Oggi i leader di questo progetto democratico sono accusati di ribellione e rischiano una grave punizione, possibile in base al codice penale spagnolo: la stessa dei casi di terrorismo o omicidio, cioè trent’anni di carcere.
Il vicepresidente e sette ministri del governo catalano sono in carcere da giovedì scorso, così come due leader civici, mentre sono stati impartiti ordini che sia incarcerato il resto del governo catalano.  Questa è un’offesa che avrà conseguenze gravi.
Ricordiamoci un singolo fatto chiave: alle elezioni del 27 settembre 2015 Junts per Sì (Insieme per il Sì), l’indiscusso vincitore, si è basato su un manifesto in cui esplicitamente si impegnava a dichiarare l’indipendenza e a convocare elezioni costituenti. Gli elettori che ci hanno sostenuto hanno sempre saputo quale era il nostro proposito. Tuttavia due anni dopo tali elezioni siamo accusati di sedizione, cospirazione e ribellione per aver rispettato un programma elettorale che non è mai stato celato.
E’ una strana cospirazione quella che riceve il voto popolare. Le elezioni del 2015 hanno dimostrato una chiara maggioranza a favore dell’indipendenza catalana: 72 seggi su 135. Sono 52 dei 135 seggi sono andati a candidati che rifiutavano esplicitamente l’idea del referendum sull’indipendenza. Tuttavia il legittimo governo catalano è stato oggi messo fuorilegge, il parlamento catalano è stato sciolto ed è stato imposto un programma politico che non ha nulla a che vedere con la volontà della maggioranza.
E’ per questo che continueremo a denunciare al mondo intero le gravi manchevolezze democratiche oggi evidenti in Spagna.
Certamente quella che deve prevalere è la volontà della maggioranza dei cittadini e il rispetto dei diritti fondamentali inclusi in trattati internazionali firmati dal regno di Spagna, così come recepiti nella sua costituzione. Quelli che invece abbiamo sono due livelli di democrazia in Spagna: si può essere un partito filo-indipendentista, ma solo se non si governa. Si sarà accusati di ribellione se si mantengono i propri impegni elettorali. E se si è contro l’indipendenza, ma si è privi di una forza parlamentare per governare, lo stato onnipotente interverrà a propria difesa.
Il sistema giudiziario spagnolo ha manchevolezze proprie, particolarmente gravi. C’è una chiara mancanza di indipendenza e di neutralità, con i collegamenti tra la magistratura e il governo visibili a tutti. Anche a livello procedurale le cause legali contro i leader catalani contengono così tante irregolarità che è difficile credere che gli accusati possano contare su qualsiasi garanzia formale.
Lo stato ha mostrato la sua determinazione a spogliare pubblici dirigenti dei loro diritti e la giustizia spagnola è stata posta al servizio del programma politico del governo. Nessun crimine commesso nel nome dell’unità del paese sarà mai perseguito; né le violazioni della segretezza della corrispondenza postale, né le ripetute restrizioni al diritto alla libertà di espressione, il blocco di siti web senza autorizzazione giudiziaria, gli arresti compiuti senza decisioni della magistratura, né le attestazioni di una brigata di polizia fuorilegge per perseguire illegalmente leader politici indipendentisti e la sinistra spagnola.
In dimostrazioni convocate dal partito al governo in Spagna hanno marciato gruppi radicali di ultradestra (eredi diretti del regime di Franco, come la Falange Spagnola), alcuni brandendo striscioni fascisti e facendo saluti nazisti mentre sono state cantati inni che chiedevano la mia incarcerazione ed esecuzione. Il clima di ostilità è sintetizzato dal grido “Andate a prenderli!” di molti cittadini spagnoli mentre salutavano le pattuglie di polizia dell’interno stato dispiegate per impedire il referendum del 1° ottobre, uno sforzo per mare, terra e aria che assomigliava a una campagna militare per occupare un territorio ribelle.
C’è qualcuno che pensa che il governo catalano sfrattato possa aspettarsi un’udienza indipendente, non influenzata da pressioni politiche e mediatiche? Io no. Continueremo a ricercare l’indipendenza della Catalogna e a difendere un modello di società nella quale nessuno tema il potere dello stato. Io ho il dovere di pretendere giustizia per tutti noi. Una vera giustizia. Per portare alla luce tutte le aree oscure nelle quali allo stato è consentito di commettere abusi inaccettabili. E per fare questo abbiamo bisogno di consentire l’esame dall’estero. Questa attenzione deve soprattutto servire a pretendere una soluzione politica, piuttosto che giudiziaria, al problema.
Lo stato spagnolo deve onorare ciò che ha detto tante volte negli anni del terrorismo: finisca la violenza e potremo parlare di qualsiasi cosa. Noi, i sostenitori dell’indipendenza catalana, non abbiamo mai scelto la violenza, al contrario. Ma oggi scopriamo che è stata tutta una bugia quando ci è stato detto che tutto era suscettibile di dibattito.
Può essere sgradevole per quelli che hanno offerto il loro sostegno acritico e incondizionato al governo di Mariano Rajoy, ma noi difenderemo i nostri diritti fino alla fine. Perché è in gioco molto più del nostro futuro personale; è in gioco la stessa democrazia.

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