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18 ottobre 2017

“L’Europa a due velocità” passa per il sacco di Roma

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L’eurocrisi sta entrato nell’ultima fase e, guardando indietro, si può finalmente afferrare il grande disegno nel suo complesso: tutte le tappe salienti dell’Unione Europea, dal Trattato di Maastricht all’imposizione dell’austerità, passando per la demolizione della Prima Repubblica ed il sostegno alle forze secessionistiche, sono riconducibili ad un solo, coerente, obiettivo. La fondazione degli Stati Uniti d’Europa, allargati all’intero continente, è stata scartata da anni, sempre che sia stata mai presa seriamente in considerazione. Dal 2011 in avanti, si persegue la nascita di un nocciolo federale circoscritto a Germania, Francia e realtà minori. Il destino dell’Europa meridionale è il default e lo smembramento, così da annettere alcuni territori agli USE: l’uscita dall’Unione Europea è l’unica salvezza per Italia e Spagna.
Tutto è finalmente chiaro: Macron, Monti e Bossi giocano nella stessa squadra
Comprendere lo sviluppo dell’eurocrisi è come osservare la costruzione di un grattacielo di cui non si conosce il progetto: ogni volta si crede di aver afferrato il disegno nel suo insieme, per poi scoprire che c’è un altro piano, poi un altro ancora , ed un altro ancora. L’edificio continua a crescere e, solo quando la costruzione ha raggiunto l’altezza delle gru, si può finalmente esclamare: è chiaro! È finalmente chiaro ciò che gli architetti (ma meglio sarebbe dire “il Grande Architetto dell’Universo”) avevano in mente!
L’ottobre del 2017 corrisponde, per chi scrive, con questa presa di coscienza. Dopo anni di austerità che hanno esacerbato le tensioni nell’europeriferia e deteriorato le finanze pubbliche, dopo le palesi forzature per insediare l’ex- Rothschild Emmanuel Macron all’Eliseo, dopo i proclami per “un’Europa a due velocità”, dopo il palese sostegno di Bruxelles alle spinte secessionistiche in Spagna ed Italia, è finalmente tutto chiaro. Un disegno logico, pulito e coerente. E, bisogna aggiungere, diabolico, perché prevede l’annichilimento dei più deboli: i Paesi dell’Europa Meridionale.
Nei nostri articoli abbiamo sempre evidenziato come la crisi dell’euro fosse stata deliberatamente progettata dall’oligarchia di Bruxelles: calando un regime a cambi fissi su un’area monetaria non ottimale era solo questione di tempo prima che, al primo choc esterno (bancarotta di Lehman Brothers), si innescasse il ciclo di Frenkel. I capitali, confluiti dal centro verso la periferia, defluiscono improvvisamente verso il centro, facendo tremare i titoli di Stato dei Paesi più deboli. A questo punto i membri dell’unione monetaria hanno dinnanzi a sé due strade: la prima, procedere con l’istituzione di un Tesoro unico e la fondazione di un super-Stato, la seconda, procrastinare l’inevitabile fine del regime a cambi fissi, imponendo una massiccia e letale dose di austerità alla periferia, così da riequilibrare le bilance commerciali. Con la prima strada, sarebbero nati i massonici Stati Uniti d’Europa allargati all’intero continente, con la seconda, presto o tardi l’euro sarebbe imploso, a causa del continuo deteriorarsi delle finanze pubbliche in Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Francia, etc.
Non conoscendo il disegno nel suo complesso, ci dicevamo, fino a poco tempo fa, piuttosto ottimisti: la moneta unica sarebbe inevitabilmente collassata e le nazioni europee si sarebbero finalmente liberate dal giogo di Bruxelles.
Solo ora capiamo che l’eurocrisi si è finora sviluppata grossomodo secondo i piani dell’establishment liberal: gli Stati Uniti d’Europa, estesi all’intero continente, sono stati scartati da anni, sempre che qualcuno li abbia mai presi davvero in considerazione. Dal 2011 in avanti, dallo scoppio cioè dell’eurocrisi in tutta la sua virulenza, l’obiettivo segretamente perseguito non è stato il salvataggio dell’eurozona nel suo complesso e la nascita di uno Stato federale esteso dal Portogallo alla Finlandia, ma la fondazione di un’Europa federale ristretta al nocciolo franco-tedesco, allargato ad alcune realtà minori.
Le prime avvisaglie a proposito risalgono infatti al dicembre 2011: “Sarkozy and Merkel unveil two-speed EU plan to shore up euro”1 scriveva allora The Guardian. Oggi l’obiettivo diventa finalmente esplicito, con il rilancio da parte di Emmanuel Macron, rocambolescamente paracadutato dalla banca Rothschildall’Eliseo, di un’Europa a due velocità, alias “Europa à la carte”. Un nocciolo di Paesi (Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Austria, Slovenia, Finlandia) prosegue con la fondazione degli USE, mentre gli altri sono abbandonati ad un tristissimo destino. Non perché esclusi dal “club franco-tedesco”, ma perché spinti al default e cannibalizzati, a livello territoriale, dal blocco federale.
La nascita degli Stati Uniti d’Europa, circoscritti alla coppia Macron-Merkel, contempla il default di Italia e Spagna e la loro scomparsa come Stati nei termini sinora conosciuti: il loro fallimento servirà da innesco al processo federativo di Francia e Germania ed il loro smembramento territoriale alimenterà il nucleo federale con l’apporto di alcuni territori ritenuti “pregiati”: Catalogna, forse i Paesi Baschi, il Veneto, la Lombardia, in prospettiva il Piemonte. La fondazione degli USE è quindi un progetto altamente eversivo, che prevede il saccheggio e l’annichilimento dell’europeriferia, spinta alla bancarotta e fatta a brandelli. Né Spagna, né Italia, i due alleati naturali della Russia in Europa, dovrebbero sopravvivere alla riconfingurazione geopolitica del Vecchio Continente.
In quest’ottica, come detto, tutto diventa chiaro, coerente, lineare. Nel biennio 1992-1993 si gettano le basi del processo: Tangentopoli, eliminazione degli storici partiti garanti dell’interesse nazionale, inoculazione delle prime forze secessionistiche. Nel 2001 si procede con la destrutturazione dello Stato con la riforma del Titolo V della Costituzione, che rafforza le regioni a discapito del governo centrale. Nel 2002 è introdotta la moneta unica che, come una talpa, inizia a scavare sotto le fondamenta economiche dell’Europa Meridionale. Nel 2011 è scatenata la crisi dell’euro, cui segue l’imposizione della letale austerità: con la scusa di “risanare i conti”, si procede in realtà con l’ulteriore indebolimento degli Stati periferici.
Merkel e Catalogna, Monti e Padania, apparentemente agli antipodi, sono in realtà alleati: entrambi lavorano per lo smembramento di Spagna ed Italia. Chi espone chiaramente il concetto è il Senatur Umberto Bossi, personaggio colorito e buffonesco, dalla cui bocca, proprio a causa della bassa autorevolezza, esce spesso la verità. Nell’articolo de La Stampa, “Bossi scommette sul default dell’Italia”2, scritto quando il governo tecnico di Mario Monti si è appena insediato, si può leggere:
“Ovviamente ciascuno è autorizzato a pensare che ci sia della follia, in questa logica: ma di certo Bossi mostra un disegno preciso: «Miglio aveva capito che sarebbe stata l’Europa a fare la Padania. In Europa c’è stata una guerra, una guerra economica. Adesso è finita e l’Italia ha perso. Alla fine di ogni guerra si riscrivono i trattati e si ridisegnano i confini». E i nuovi confini sono appunto quelli della cartina colorata dal Trota: un nuovo Stato che annette la Padania al Nord e abbandona l’Italia centro-meridionale a un destino nordafricano. «Al tavolo della pace», spiega, «noi padani ci presenteremo come popolo vincitore perché queste cose le diciamo da anni, lo sapevamo che l’Europa che stavano costruendo sarebbe fallita. L’Italia invece sarà lì come popolo sconfitto».”
Il governo Monti assesta deliberatamente un primo, durissimo, colpo alle finanze pubblica: grazie all’austerità, il debito pubblico cresce a ritmi mai sperimentati prima e inanella sempre nuovi record3. Dopo la parentesi di Enrico Letta, è la volta di Matteo Renzi, definito nel 2015 dal Financial Times the last hope for the Italian elite”4dopo l’esperienza dell’ex-sindaco di Firenze, installato a Palazzo Chigi per fallire, la dissoluzione dell’Italia subirà infatti un’accelerazione. Renzi è spinto all’inutile referendum costituzionale da quegli stessi poteri che poi consiglieranno di votare “no” (si ricordi la presa di posizione de The Economist): la prevedibile bocciatura della riforma aumenta ulteriormente la disgregazione politica del Paese. I partiti si sfaldano, la barca Italia è alla deriva, si fatica persino a scrivere una legge elettorale, l’anti-politica raggiunge nuove vette.
Mentre la decomposizione della politica, avviata nel 1992-1993, raggiunge l’acme, in parallelo si riaccendo le spinte secessionistiche in seno all’europeriferiail referendum per l’indipendenza della Catalogna e quelli per l’autonomia di Veneto e Lombardia procedono di pari passo. Tutte e tre le consultazioni sono concepite nel 2014, tutte e tre colpiscono all’unisono nell’ottobre del 2017, tutte e tre sono appoggiate dagli stessi poteri: Bruxelles, l’alta finanza à la Soros, l’oligarchia che progetta la fondazione dell’Europa a due velocità attorno al nucleo franco-tedesco. I secessionisti catalani e, in un futuro prossimo, quelli lombardo-veneti, lavorano di comune accordo con Parigi e Berlino per smembrare gli Stati periferici affinché gli Stati Uniti d’Europa possano inghiottirne alcune parti. Il milieu di George Soros e di Carlo De Benedetti sostiene apertamente i secessionisti catalani, come esistono testimonianze che Berlino li finanzi5 (non era un fervente filo-tedesco anche Gianfranco Miglio e non vuole, Luca Zaia, che il suo referendum sia “una riposta” al plebiscito del 18666, che staccò il Veneto dall’orbita germanica?).
Oggi, Spagna ed Italia sono due Paesi fragilissimi, sebbene Madrid sia leggermente più avanti nel processo involutivo: debito pubblico record, milioni di disoccupati, uno schieramento politico in frantumi, spinte centrifughe in aumento. Per l’Italia del 2018 si prospetta uno scenario identico a quello attuale spagnolo: un effimero governo di minoranza, costretto ad affrontare sfide sempre più drammatiche. Basta un niente perché la situazione precipiti: una crisi di governo, uno choc finanziario, l’avvitamento della situazione interna. Il default di Spagna ed Italia innescherà la nascita dell’Europa federale franco-tedesca e, al contempo, sancirà la fine della loro integrità territoriale.
Che fare? Come evitare che “le menti raffinatissime” di cui parlava Giovanni Falcone vincano la partita iniziata proprio nel 1992?
L’uscita dall’Unione Europea è ormai una necessità non più procrastinabile.
La Russia di Vladimir Putin, che tutto avrebbe da perdere dalla scomparsa di Italia e Spagna e dalla nascita di un blocco atlantico monolitico in Europa, la Cina, interessata ad avvalersi dell’Italia come testa di ponte in Europa, e Donald Trump, nemico dichiarato di George Soros e dell’establishment liberal, sono i nostri unici amici. Qualcuno salga su un aereo e stipuli subito alleanze, prima che i lanzichenecchi stranieri (Macron, Merkel, Soros) e quelli indigeni (Prodi, Monti, Draghi, Maroni e Zaia)mettano l’Italia al sacco e la facciano a pezzi.
Non ci serve un Alberto da Giussano, ma un Giovanni delle Bande Nere. E se Bergoglio non è con l’Italia, bé, può sempre trasferirsi ad Avignone.
1https://www.theguardian.com/world/2011/dec/07/sarkozy-merkel-two-speed-eu-plan
2http://www.lastampa.it/2011/12/05/italia/politica/bossi-scommette-sul-default-dell-italia-tS4VSdZQyd5LDtCELWFFlO/pagina.html
3http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/03/18/sotto-governo-monti-debito-pubblico-record-ogni-italiano-32mila-euro-neonati-compresi/198473/
4https://www.ft.com/content/21f3bf46-86cd-11e4-9c2d-00144feabdc0
5http://www.jpost.com/International/Catalan-Independence-advocate-looks-to-Israel-Germany-for-funding-382680
6https://www.regione.veneto.it/web/guest/comunicati-stampa/dettaglio-comunicati?_spp_detailId=3110642

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