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20 febbraio 2017

Bologna: Sulla polizia nell’università e i tornelli in biblioteca

Come spesso accade, i giorni che seguono una notizia di particolare rilevanza sono i giorni della polemica. È il caso degli scontri del 9 febbraio a Bologna fra gli studenti dei collettivi studenteschi e le forze dell’ordine, durante lo sgombero della Biblioteca della Facoltà di Lettere in Via Zamboni 36. Pubblicare dichiarazioni di studenti che prendono le distanze, discutibili petizioni che in poco tempo hanno raggiunto migliaia di firme, certo fa notizia e permette ai giornali di monetizzare le visualizzazioni, moltiplicando i click. Ma l’effetto finale di tutto questo è l’occultamento della questione principale dei fatti di Bologna, delle principali responsabilità di quanto avvenuto.
Nessuno più sta dicendo che l’intervento di un reparto della celere in tenuta antisommossa all’interno dei locali di un’università pubblica è oggettivamente inaccettabile e fuori dal mondo, sintomo di un’aggressività e di una gestione autoritaria dell’università a livelli impensabili fino a qualche decennio fa.
Secondo la legge in Italia le forze dell’ordine non possono intervenire all’interno di istituti scolastici o universitari, a meno che non vi sia il consenso espresso del Preside o del Rettore. Il punto è che oggi questo consenso viene prestato sempre più spesso, e non solo quando si verificano fatti di concreta rilevanza penale. Al contrario si ricorre all’intervento delle forze dell’ordine come strumento quasi ordinario di esercizio del controllo da parte del dirigente sulla “sua” università (o scuola). È il caso – ad esempio – dei tanti presidi che ormai periodicamente richiedono controlli antidroga anche in assenza di fatti gravi di spaccio (venendo meno in ogni caso al ruolo della scuola, che dovrebbe semmai educare i giovani contro il consumo delle droghe, specie nei quartieri difficili in cui questo può fare la differenza, e non risolvere tutto con la repressione). Ed è il caso dell’Università di Bologna, che si rivolge alla polizia per sgomberare una biblioteca che certo era stata riaperta con la forza, ma in cui sostanzialmente non esisteva alcun problema di ordine pubblico, perché le decine di studenti al suo interno stavano semplicemente studiando.
In questi giorni invece la discussione è stata deviata ad arte, spostandola sulle responsabilità del Collettivo Universitario Autonomo (CUA) e sulla sua “pretesa” di rappresentare gli studenti universitari. Se oggi la biblioteca è devastata e inagibile, si dice, la colpa è dei militanti dei collettivi. Diversi giornali pubblicano lettere di studenti, che arrivano ad affermare che in realtà sarebbe stata la protesta contro i tornelli ad aver negato loro il diritto allo studio. Poco ci è dato sapere dell’appartenenza politica o partitica di questi “studenti”, ma per dirne una già si è scoperto che una di loro è nientemeno che la responsabile “legalità” nella Segreteria Regionale del Partito Democratico!
Intendiamoci, il problema dell’efficacia reale di determinate azioni, e in generale di costruire consenso di massa su battaglie giuste, evitando che siano percepite come un’attività autoreferenziale e quasi “estranea”, è un problema che esiste e su cui non sarebbe superfluo aprire una riflessione. Ma la verità è che tutti quelli che oggi sui giornali parlano di una protesta inutile, di finti rivoluzionari ecc, si stanno schierando a difesa delle peggiori logiche di privatizzazione dell’università.
Gli studenti che affermano che “i tornelli servivano, quella biblioteca è universitaria, la paghiamo con le nostre tasse, giusto non far entrare altri”, stanno semplicemente sostenendo l’idea dell’università come struttura che eroga un servizio in cambio di un corrispettivo in denaro, dimenticando che i locali di un’università pubblica in Italia sono aperti al pubblico. Con grande gioia dei più grandi teorici del neoliberismo, si finisce per sposare (inconsapevolmente?) la tesi della monetizzazione dei beni pubblici. Una concezione tutta elitaria che oggi però convince una parte non minoritaria degli studenti universitari, anche per una questione di mera appartenenza di classe. Si potrà non condividere la modalità con cui i tornelli sono stati rimossi dai militanti, ma il problema resta (e anche qui, se la critica si esaurisce su una polemica tutta legalitaria, non ci siamo proprio…). Una università pubblica è legalmente un luogo pubblico, e in quanto tale è per definizione aperto al pubblico, a differenza di una università privata che limita ai soli iscritti l’accesso ai locali. Negare questa realtà significa favorire l’introduzione di logiche privatistiche che finiscono per stravolgere il senso stesso dell’università.
È noto che l’Università di Bologna, dopo la rimozione dei tornelli, ha decretato la chiusura della biblioteca per ragioni di “sicurezza”, ma la biblioteca è stata riaperta e autogestita dai militanti del collettivo. Decine di ragazzi sono entrati trovando la biblioteca aperta, e tantissimi al momento dell’intervento della celere stavano studiando, ignari di tutto. Che necessità c’era di chiedere un intervento della polizia con quelle modalità? Nessuna. C’era semmai la necessità del Magnifico Rettore di affermare la sua autorità esclusiva, la sua facoltà di disporre pienamente dei locali dell’università. Nessuna necessità di ordine pubblico; al contrario una necessità tutta politica di dare un colpo in questo senso. Un dato che, al di là di ogni “estetica del conflitto”, ci pone seriamente dinanzi alla questione dell’organizzazione e dell’arretratezza delle lotte nel nostro paese dinanzi all’attacco ai diritti che viene condotto dai padroni.

http://www.senzatregua.it/sulla-polizia-nelluniversita-e-i-tornelli-in-biblioteca-per-una-lettura-dei-fatti-di-bologna/

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