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11 novembre 2016

Elezioni USA: Scegli il tuo demonio

Ho preso a prestito il titolo di questo articolo da una riflessione che Mumia Abu-Jamal (il giornalista nero ingiustamente incarcerato da più di 35 anni, di cui 30 passati nel braccio della morte) ha rivolto qualche giorno fa ai votanti afroamericani. Mi sembra sia il modo migliore di definire le elezioni appena avvenute negli USA (ma non solo), che hanno visto quale vincitore il miliardario Donald Trump e quale sconfitta la “regina del caos” Hillary Clinton.
Qualcuno che se ne intendeva parecchio - il generale Dwight Eisenhower, 34° presidente USA, nel suo discorso d’addio alla scadenza del mandato nel 1961 – definiva il vero potere dietro le istituzioni nord-americane come  “il complesso militare-industriale”. Qualcun altro lo chiama “il governo invisibile”, chiunque sieda sulla poltrona dello Studio Ovale.
Ma da chi è fatto questo “governo invisibile”? Paul Craig Roberts, economista, sottosegretario al Tesoro sotto l’amministrazione Reagan (curioso che quando cessano di avere un ruolo ufficiale, e anche ufficioso, persone come lui si vogliano togliere dei sassolini dalle scarpe…) ne fa un breve elenco:
  • Wall Street e le banche “troppo grandi per fallire” che - negli 8 anni della crisi, che hanno corrisposto ai due mandati di Obama - la Federal Reserve ha salvato a spese di milioni di statunitensi;
  • il comparto militare-industriale che ha speso trilioni  di denaro pubblico per sostenere 15 anni di guerre, basate tra l’altro su menzogne;
  • le aziende statunitensi che hanno spostato le proprie produzioni all’estero, in paesi come Cina, Messico, India, realizzando altissimi profitti grazie al bassissimo costo della mano d’opera;
  • le società del comparto agricolo, come Monsanto, Novartis e simili;
  • l’industria estrattiva (energia, leggi petrolio; mineraria, leggi materie prime e strategiche, tra cui l’acqua)
  • In altre parole – nostre adesso – le multinazionali e il capitale finanziario/industriale più aggressivo.
La storia USA, con l’alternanza formale tra Democratici e Conservatori, dimostra che è proprio questo governo-ombra il motore della macchina. In forme diverse, ma non poi così tanto. Questo duopolio è l’elemento essenziale per spartirsi le quote di potere tra i settori dominanti e negoziare le contraddizioni tra gli interessi diversi dei vari gruppi.
La politica, infatti, ne è la dimostrazione. Solo un esempio: se il conservatore Bush poteva vantare interventi militari in 60 paesi, il democratico Obama ha allargato la platea a 130.

Parliamo allora di questo. Sono in molti ormai a riconoscere che la crisi di questi ultimi 8 anni è probabilmente più grave della “Crisi” del 1929. Da lì si uscì con l’avvento del nazismo (a cui i capitalisti nord-americani come Henry Ford, Prescott Bush e Joseph Kennedy vendettero armi ed equipaggiamenti, oltre a consistenti appoggi finanziari) e con la 2° Guerra Mondiale, con la distruzione di gran parte dell’Europa e una “ricostruzione” del continente che rimise in moto il meccanismo di accumulazione dei profitti.
E la guerra, se ci pensiamo bene, è la strategia scelta, da Hiroshima alla Siria – e ancor più applicata oggi, nella crisi.

L’economia finanziaria, che sembra essere la forma dominante oggi, è strettamente legata a quella industriale. Ma, alla fine dei conti – e i capitalisti lo sanno benissimo - la finanza pura e semplice è fatta di carta, che può diventare in brevissimo tempo straccia. Ad essa è sempre associata, guarda caso, la rapina delle materie prime, la distruzione dei concorrenti ‘stranieri’ anche a costo di distruggere intesi paesi in quanto tali. La Yugoslavia, l’Iraq, la Libia, il Medio Oriente, la Siria sono gli ultimi esempi in ordine di tempo. L’intera Africa è una polveriera e gli USA stanno accerchiando Cina e Russia che, dal canto loro, vi si stanno preparando attivamente (non è un caso che, con la visione millenaria che ha sempre avuto, la Cina abbia comprato enormi estensioni di terra coltivabile proprio in Africa).

La guerra si fa in tanti modi - l’intervento umanitario, la lotta al terrorismo, la difesa delle “innocenti” popolazioni civili (che ne diventano in primis le vittime) – senza chiamarla “guerra”, parola che potrebbe spaventare la gente.
Si fa anche attraverso eserciti interposti, com’è il caso del DAESH, dell’ISIS e della miriade di gruppi terroristici, creati ad hoc, finanziati, addestrati e armati dalle forze economico-finanziarie che ci stanno dietro.

Oppure si fa direttamente, ma sempre con una maschera.
“Errore”: la parola in questi anni è stata talmente abusata fino a  perdere il suo significato.
La Yugoslavia fu bombardata perché Milosevic stava attuando una pulizia etnica. Peccato che proprio pochi mesi fa lo stesso Tribunale Penale Internazionale (quello di Carla Del Ponte, per intenderci) abbia riconosciuto, assolvendolo – e ben pochi giornali lo hanno  riportato – che non era vero. Errore.

L’Iraq fu invaso e distrutto (un milione e mezzo di morti, centinaia di migliaia di feriti) perché Saddam Hussein possedeva armi di distruzione di massa. Colin Powell e Blair riconobbero anni dopo che non era vero. Errore.
Afganistan, Sudan, Libia, Siria … una lunga lista di errori.
Non ci sono errori,  tutti i paesi che hanno messo in discussione l’economia unipolare guidata dagli Stati Uniti sono stati castigati. La guerra imperialista usa un vestito nuovo ogni giorno, per nascondere quello che chiama “necessità del sistema”. Ma si tratta sempre del medesimo vestito intriso di sangue.
Una strategia di camuffamento che permette di violare la legalità internazionale, di agire nella barbarie più completa, che punta all’amnesia e alla distruzione programmata di qualsiasi resistenza ideologica nei paesi coinvolti nella guerra.

Così si evita che, ad esempio, i cittadini europei si rendano conto che in guerra ci sono già perché non solo i principali stati europei, Italia compresa, partecipano all’avventura bellica guidata dagli USA, ma perché la pagano, ormai da anni,  con l’aumento vorticoso delle spese militari, con la distruzione dello stato sociale e di tutti i diritti dei lavoratori.
Già, anche questo è un tratto tipico degli Stati in guerra: niente diritti sindacali, nessuna protesta, giù la testa e a lavorare con salari sempre più miserabili. Non la chiamano ancora “economia di guerra”, la chiamano “mercato”, ma è la stessa cosa.

Come ci insegnano tutte le guerre del passato, gli ingredienti fondamentali perché i governati non protestino sono due: un nemico, vero o presunto tale, e la paura.
Il nemico che va di moda oggi è il terrorismo, e non ci spenderemo altre parole.
La paura: l’Europa, e altri paesi “liberi e democratici”, si stanno riempiendo di muri e di campi di concentramento, perché a quanto pare rischiamo di essere invasi … dai rifugiati, prodotto delle guerre e delle rapine imperialiste. Noi europei, perché gli USA decidono di fare le guerre ma sono lontani, le zattere non riescono ancora ad attraversare l’Atlantico.
Ma i muri hanno due facce, un esterna e una interna.
Se noi lavoratori europei, ormai supersfruttati anche se pensiamo di non esserlo, non ci sveglieremo, i muri che si stanno costruendo  alle nostre frontiere grazie anche al silenzio di noi che ci viviamo dentro,ci cadranno addosso.

E’ già successo, 70 anni fa, e 40 milioni di morti lo testimoniano. Gli ingredienti ci sono tutti: crisi, repressione, razzismo, militarizzazione.

Se proprio non riusciamo a pensare ad altro che a noi stessi , senza voler riconoscere all’altro – l’immigrato, il rifugiato – la stessa qualità di umano che riconosciamo a noi stessi, dovremmo renderci conto che il controllo non è diretto solo contro di “loro” ma contro di noi prima di tutto, per impedire in ogni modo che il riconoscimento delle cause e degli effetti ci permetta di unirci agli altri sfruttati e oppressi contro una guerra che è di classe, di spoliazione totale, unità che è l’unica alternativa ad un sistema di sfruttamento e di controllo di cui l’imperialismo ha disperatamente bisogno per sopravvivere. 

Per concessione di Centro di Iniziativa Proletaria "G. Tagarelli"
Fonte: http://ciptagarelli.jimdo.com/2016/11/11/elezioni-usa/
Data dell'articolo originale: 11/11/2016
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=19264 

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