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4 luglio 2016

Si affrettano a dire che ora tutto cambierà e che l'Europa unita sarà diversa

Vediamo: 25 marzo 1957, nasce la CEE (Comunità Economica Europea). L'Inghilterra, meglio dire la Gran Bretagna, non c'era. In prospettiva non ci sarà più. Ma vista la china cui sta scivolando la UE (Unione Europea) di adesso, arriveremo ancora a qualcosa di simile alla forma del 1957? Non ci possiamo giurare ma potrebbe essere ancora così.

È chiaro che in questi primi giorni dal delirio annunciato è difficile mettere ordine definitivo in quello che sta accadendo e in quello che le parti in causa, a favore o contro la disgregazione dell'Europa Unita, in un tempo più o meno ravvicinato, vorrebbero fosse.

I segnali della disgregazione si sono fatti però inquietanti, per chi vorrebbe tenere assieme questo nonsense di 28, ora 27, Paesi saldamente uniti. Ebbene è proprio questa saldezza politica che non è mai esistita. Forse in altri tempi, quando erano pochi gli Stati appartenenti all'Unione. Ma forse a guardare bene le cose, neppure allora. Insomma il capitalismo europeo dei centri forti e trainanti si è inventato molte forme amministrative, allargando in continuazione i membri partecipanti, pur di funzionare al meglio, per loro. Basti dire che nell'UE c'è pure Cipro!?!

Qualche esempio della disgregazione, da destra, che sta avvenendo. Dopo il voto inglese vi è stata una valanga di critiche al risultato finale da parte di chi non ha accettato la risoluzione. Un passaggio da ricordare. Il nostro ex presidente del Repubblica, Giorgio Napolitano, in un passaggio radiofonico, ad una domanda sul rispetto da osservare per il risultato del referendum, strumento democratico per eccellenza, che viene sempre esaltato quando la Svizzera chiama i cittadini a decidere per un qualsiasi problema sociale e/o politico, dice testualmente che "la democrazia rappresentativa è quella vera, che demanda al Parlamento le decisioni da prendere". È veramente sorprendente misurare la débâcle ideologica del soggetto che arriva ad esaltare uno strumento di delega come il massimo pensabile della democrazia. La delega, non l'espressione diretta di una posizione politica. Pier Ferdinando Casini (Il Sole 24 ore, domenica 26 giugno), ci dice, parlando di un altro referendum alle porte in Italia, che se tale momento risultasse negativo per le riforme renziane "daremmo all'Europa l'idea che non siamo in grado di fare riforme passate al vaglio di quattro votazioni in Parlamento". Anche se l'uomo può apparire fuori dalle contese politiche che contano, ricordo che egli ora è il Presidente della Commissione esteri per il Senato.

In rete si possono visionare spezzoni di filmati che vedono il Presidente della Commissione europea, il lussemburghese Jean Claude Juncker, cercare di prendere in giro Nigel Farage, parlamentare inglese, alfiere della Brexit, alla seduta del Parlamento europeo dicendogli che "è l'ultima volta che applaude qui…anzi sono sorpreso di vederla in questa assemblea dato che lei era per la Brexit…". Farage nel suo intervento poi mette a posto tutti ricordando che lui era arrivato lì 17 anni prima dicendo che vi entrava per portare la Gran Bretagna fuori dall'Europa ed allora "il Parlamento si mise a ridere…ora chi può ancora ridere?" Naturalmente ha azzeccato la stoccata.

I salvatori della UE e del suo capitalismo si affrettano a dire che ora tutto cambierà e che l'Europa Unita sarà diversa. Domanda? Dovevano proprio aspettare che la stessa cominciasse a sciogliersi per accorgersi che le cose non andavano e che non bastavano parole su parole e carezze sul viso - ricordo sempre quelle di Juncker a Tsipras, carezze velenose che lo stesso ridendo gradiva (basti visionare i filmati in rete) ma occorreva, come ancora occorre, se i signori del rammendo vogliono proprio cucirlo tagliando le unghie al capitalismo vampiresco, operare realmente. Almeno con unghie tagliate al profitto abnorme di banche e banchieri/finanzieri forse tutto poteva rimanere in piedi. Ma fino ad ora è apparso impossibile sia tagliare le unghie al vampiro capitalistico/finanziario, sia rimanere in piedi.

Ed ecco allora il core business europeo, franco-tedesco si è allargato all'Italia, chiamata tanto per fare numero, vista la pochezza del nostro Paese, ad un incontro a Berlino lunedì 27 giugno. Frasi preoccupate da parte del duo centro europeo e le solite sparate di Renzi, ben due, sui campionati europei. L'uscita dalla Spagna dagli stessi, battuta dall'Italia e la preoccupazione della Merkel, così dice lui, per la prossima partita Italia-Germania. Dall'inutilità che è, Renzi fa da rappresentante del nulla, la solita figura di una presenza aggiunta a chi cerca di decidere le sorti di quei 27 paesi che rimangono ora. Già ma quanti ne rimarranno tra un po'? L'Europa dell'est vuole rimettere mano a tutte le cariche del Parlamento e dell'amministrazione europea. Un'Europa, quella orientale, che esprime oramai critiche alle cariche europee. La Frankfurter Allgemeine Zeitung, un importante quotidiano tedesco, scrive che Juncker "dovrebbe dimettersi proprio perché non ha capito nulla di quello che stava accedendo in Inghilterra".  Il gruppo di Visegrad, nome della città ungherese nella quale si è costituito nel febbraio del 1991, allargatosi nel tempo a quattro Paesi dell'est - Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria - reclama che lo stesso Juncker non sia più l'uomo giusto nel posto giusto. La Polonia poi ha aggiunto che anche il Presidente del Consiglio europeo, polacco, non gode del favore del suo governo. Polonia che vuole controbilanciare il triunvirato forte, diciamo così, che si è espresso a Berlino tra Germania, Francia ed Italia.

Insomma ce n'è d'avanzo per prefigurare uno sfaldamento prossimo venturo che ora non si palesa nella sua chiarezza ma che potrebbe portare appunto a un ritorno ad un'Europa più piccola, e a litigi furiosi, tutti contro tutti, parti coese verso altre parti più o meno coese, con chi volesse staccarsi dall'Unione individualmente o a pezzi.

Ed anche se Bill Gates, da Roma, all'Istituto superiore della Sanità, martedì 28 giugno, getta acqua sul fuoco, ricordando che non c'è motivo per vedere nell'uscita europea della Gran Bretagna un pericolo serio, in fondo basta negoziare, il futuro non è certo incoraggiante per questo mostro finanziario, che altro non è stato. E lì si è fermato.

Citiamo uno spezzone di puro humor inglese in perfetto stile British. La regina Elisabetta II, in visita in Irlanda del nord, ha detto, ai suoi ospiti, I'm still alive (sono ancora viva). La regina ha 90 anni, poche parole per chi voglia intendere. Ma l'uscita della Gran Bretagna è comunque da destra. Assente la sinistra europea da questi frangenti come attore politico importante. Non sto certo parlando di Renzi o Hollande, che di sinistra hanno solo l'appartenenza a partiti che dovrebbero esserlo, ma che non lo sono più da tempo. Sto parlando della sinistra che dovrebbe avere a cuore un riequilibrio proletario di tanta sconcezza finanziaria. Quanto poco riesce ad incidere ora, tanto si dovrebbe preoccupare per cercare di incidere di più in futuro. Le condizioni oggettive - come si dice spesso - vi sono da tempo, evidentemente mancano le soggettive. Insomma un'Europa dei lavoratori e dei soggetti che producono e non solo di quelli, come ora è, che speculano e sfruttano per un arricchimento che al massimo porta a nuovi dissesti. Un'uscita da questa Europa da sinistra.

Parlando di Nietzsche, Henri Lefebvre dice "…tra le civiltà non solo esistono differenze, ma anche gerarchie. Alcune sono superiori ad altre perché creatrici. Di cosa? Di nuove differenze." (Sugarco, Milano, 1972) Le differenze rendono ricche le civiltà. Questo pensiero incivile, unico e ripetitivo che ci governa, non ci appartiene, non appartiene all'uomo, che così voglia chiamarsi ed essere.


Tiziano Tussi
Resistenze.org

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