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12 giugno 2016

La povertà mondiale

L'Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL-ILO) sforna ogni anno una pubblicazione dal titolo L'occupazione nel mondo e le prospettive sociali. Il rapporto per l'anno in corso, pubblicato il 18 maggio, e sottotitolato "Trasformare il lavoro per sconfiggere la povertà". Fornisce stime sulla soglia di povertà nel mondo e del quantitativo di reddito che sarebbe necessario trasferire ai poveri per metter fine alla povertà mondiale. Prima di buttarci su queste stime, val la pena di riflettere su come l'OIL definisce la povertà. Vengono utilizzati i parametri della Banca Mondiale per l'anno 2011, per i quali vivere con meno di 1,90 dollari al giorno significa rientrare nella "povertà estrema", mentre vivere con una somma compresa tra 1,90 e 3,10 dollari al giorno significa trovarsi in una "povertà moderata" nei "paesi emergenti ed in via di sviluppo". Queste soglie di povertà sono convertite nelle monete locali di questi paesi usando i tassi di cambio del sistema detto della "parità dei poteri di acquisto" (purchasing power parity, PPP) del 2011, e non i tassi di cambio nominali correnti.

La differenza tra i due tassi di cambio può essere compresa nel modo che segue. Il tasso di cambio nominale tra la rupia (moneta dell'India, n.d.t.) ed il dollaro USA è oggi intorno alle 67 rupie per dollaro; ma se noi prendiamo un determinato paniere di beni e servizi, vale a dire il paniere dei beni e servizi consumati dai redditi più bassi, allora il costo di tale paniere non è 67 volte in rupie quello che costerebbe in dollari, in questo caso il tasso di cambio è 20 rupie per dollaro e non 67. Il tasso della parità dei poteri di acquisto (PPP) utilizzato per convertire le soglie di povertà dalle rupie ai dollari è - come già detto - quello che ha prevalso nel 2011.

Cifre come 1 dollaro e 90 e 3 dollari e 10 sono esse stesse raggiunte prendendo le varie soglie di povertà del 2011, convertendole in dollari al tasso PPP del 2011, e poi facendo la media di questi differenti soglie di povertà. Questa è poi riconvertita nelle valute nazionali con i tassi PPP 2011 per scoprire quante persone vivono al di sotto di queste cifre. Il totale della popolazione che vive al di sotto della povertà viene così stimata sull'anno-base del 2011. Ci si può così esercitare sulle cifre per gli anni successivi, per esempio per gli anni dopo il 2011, aggiornando le soglie di povertà del 2011 con un indice dei prezzi.

L'OIL ha scoperto che, per l'anno 2012, due miliardi di persone, o il 36,2% della popolazione totale dei "paesi emergenti od in via di sviluppo" è afflitta da estrema o moderata povertà. Di questi, un 15% sono afflitti da estrema povertà, il resto da quella moderata. Prendendo la popolazione mondiale intera, che era intorno ai sette miliardi a quel tempo, quelli afflitti da estrema e moderata povertà nei soli paesi emergenti ed in via di sviluppo (la povertà viene definita e stimata per i paesi in via di sviluppo in una maniera del tutto diversa ed è ultimamente in aumento, ma dovremmo per il presente ignorare questa povertà), costituiscono circa il 30 per cento della popolazione mondiale.

L'OIL naturalmente annuncia che questa povertà sta diminuendo, ma finché la soglia di povertà utilizzata dall'OIL (e proveniente dalla Banca Mondiale) è alla fine derivata dalle soglie di povertà nazionali, e finché, sulla base di queste soglie nazionali di povertà, paesi, come l'India, hanno annunciato una diminuzione significativa della povertà, non desta stupore che anche l'OIL faccia da eco a questi annunci. In altre parole nessun maggiore affidamento può esser dato agli annunci dell'OIL sulla diminuzione della povertà nel complesso dei "paesi emergenti ed in via di sviluppo" di quello che uno può dare agli annunci del governo indiano sulla diminuzione della povertà. Finchè gli annunci di quest'ultimo sono completamente insostenibili, e la verità sta dalla parte opposta, esattamente lo stesso può esser detto per gli annunci dell'OIL.

Lasciamo comunque tale questione da parte per il momento. L'OIL stima quello che viene chiamato "gap reddituale" che è la somma, considerando tutti i poveri insieme, della differenza tra la capacità di spesa per il consumo pro capite (o il reddito, se i dati sono disponibili come reddito) e la soglia di povertà. In altre parole è la quantità di moneta che, se trasferita ai poveri, in relazione alla misura in cui il reddito di ogni povero è inferiore alla soglia di povertà, eliminerebbe interamente la povertà. La cifra che è necessaria per eliminare sia la povertà estrema che quella moderata arriva a 600 miliardi di dollari nel 2012, la quale altro non è che lo 0,8 % del PIL mondiale di quell'anno.

Se noi dividiamo 600 miliardi di dollari per il numero dei poveri, che è di due miliardi, allora avremmo 300 dollari all'anno, che risulta 0,82 dollari al giorno. La persona povera media dei paesi emergenti ed in via di sviluppo del mondo aveva in altre parole una capacità di spesa che ogni giorno era inferiore di 82 centesimi alla soglia di povertà dei 3 dollari e 10, o di circa un quarto della soglia di povertà. Se questa quantità di moneta fosse resa disponibile alla persona povera media ogni giorno, sia come reddito immediato o attraverso misure di protezione sociale, allora il povero del mondo verrebbe tolto via dalla povertà.

Per la precisione, un mero trasferimento di reddito può non essere la via migliore per eliminare la povertà; è sempre preferibile che impieghi di maggiore qualità siano assicurati ai poveri. Ma il punto non è tanto cosa sia meglio per eliminare la povertà; il punto è quanto poco sia richiesto per eliminare la povertà sulla faccia della Terra. Un mero 0,8% del reddito mondiale è tutto ciò che è necessario sia trasferito al povero del mondo per toglierlo via dalla povertà. Ed ancora, la cosa da notare è che nessuno leva una sola voce perché sia effettuato un tale trasferimento. Anche il rapporto dell'OIL, pur dopo aver menzionato la minuscola cifra del gap reddituale in rapporto al PIL mondiale, prontamente si allontana dalla questione per comparare questo gap con il PIL non del mondo inteso in modo complessivo, ma con quello dei paesi emergenti ed in via di sviluppo, come se solo questi ultimi dovessero essere lasciati con la responsabilità di eliminare la povertà che ristagna nelle loro economie.

Non ci sarebbe alcun dubbio per sostenere che ci fosse un certo fondamento per cui paesi afflitti dalla povertà siano gli unici sulle cui spalle debba ricadere il fardello di rimuoverla, ciò se però i differenti paesi del mondo fossero disconnessi l'uno dall'altro, se ciascuno fosse un'isola separata. Cosa che ovviamente non è. I "paesi emergenti ed in via di sviluppo" sono precisamente quelli che sono stati soggiogati come colonie e semi-colonie, quelli dalle cui economie è stato drenato profitto per secoli, le cui manifatture locali sono state distrutte con l'importazione dei beni metropolitani, i cui artigiani sono stati spossessati e trasformati in popolazione eccedentaria e conseguentemente in povertà di massa. Anche al giorno d'oggi si trovano incatenati attraverso la "globalizzazione" e le loro economie sono inermi di fronte alla predazione della finanza speculativa, le loro risorse naturali sono gettate in pasto alle multinazionali e i loro contadini ed allevatori soggetti ad un processo di accumulazione primitiva di capitale da parte delle imprese metropolitane e da parte della locale oligarchia finanziaria ed industriale integrata con esse. Anche il più debole sforzo messo in campo da questi paesi per assicurare risorse ai poveri incontrerebbe resistenza ed innescherebbe una fuga di capitali; ed il controllo dei capitali per impedire una tale fuga stimolerebbe sanzioni ed intimidazioni da parte dei poteri metropolitani.

In breve, finchè viviamo in un mondo "globalizzato" e ci riteniamo soddisfatti di ciò, la povertà stessa deve essere vista altrettanto come un problema globale e la sua rimozione altresì una responsabilità globale. Ciò che suggerisce il rapporto OIL è che questa responsabilità rappresenta al massimo un "peso" minuscolo.

In realtà non costituisce affatto un onere. Finchè l'economia mondiale è in crisi, lo 0,8 % del PIL mondiale che deve essere reso disponibile per riempire il divario reddituale non deve provenire dalla restrizione del reddito di altri. Può essere messo a disposizione solamente producendo in più tale quantità, reintegrando in produzione la forza lavoro attualmente priva di occupazione e gli impianti inutilizzati. E inoltre, se lo 0,8 % del prodotto attuale fosse trasferita ai poveri come un fido, allora non solo questo ammontare potrebbe provenire da quella capacità che oggi rimane inutilizzata, ma un multiplo di essa sarà prodotto dall'utilizzazione della capacità inutilizzata.

Un esempio renderà chiaro il punto. Assumiamo che il prodotto mondiale sia 100. Ora se 0,8 unità di beni sono prodotte, esse potrebbero generare un'equivalente quantità di reddito, una parte del quale sarà speso, generando ulteriore produzione e reddito, ed una parte del quale verrà risparmiato. Questa produzione in breve produrrà una catena di spesa e quindi di prodotto, attraverso ciò che viene chiamato "processo del moltiplicatore". Se, diciamo, un quarto del reddito generato è abitualmente messo da parte, allora, per renderne disponibili alla povertà mondiale 0,8 unità, il prodotto mondiale deve crescere del 3,2, i risparmi del quale corrispondono allo 0,8 (che i governi possono prendere in prestito per finanziare i trasferimenti ai poveri del mondo) e 2,4 il consumo addizionale dai non poveri del mondo. In altre parole, l'eliminazione della povertà mondiale, lontano dal richiedere una restrizione di consumi da parte dei non poveri del mondo, può attualmente suscitare un aumento dei consumi del mondo non povero.

Naturalmente, finché il mondo non avrà un solo governo ma molti, come questo 0,8 % del prodotto mondiale debba essere apportato dai differenti governi va ancora studiato. In breve, la logistica di come la povertà debba essere sconfitta va ancora elaborata. Ma, in via di principio, nessun sacrificio è richiesto ad alcuno per sconfiggere la povertà mondiale. Al contrario, agendo in questo modo, si migliorerà lo stato di altri.

Ciò che impedisce di debellare la povertà nel mondo non è né la riluttanza dei non poveri a fare sacrifici (dal momento che non sono necessari sacrifici), e neppure i problemi logistici emergenti dal fatto che ci sono molti governi (anche questi potrebbero essere sbrogliati); ciò è di ostacolo è lo stesso capitalismo, la cui "etica", come ha detto Kalecky (1), "richiede che tu debba guadagnare il tuo pane col sudore - a meno che tu non goda di ricchezze private". Riequilibrare i divari di reddito è un anatema per il capitalismo. Ed è un sintomo dell'egemonia di questa etica il fatto che, a differenza di qualche decennio fa, quando la Commissione Brandt aveva chiesto ai paesi sviluppati di contribuire coll'uno per cento del loro PIL all' "aiuto" dei paesi sottosviluppati, anche ad una tale richiesta socialdemocratica radicata nel "keynesismo globale" oggi non viene data alcuna voce.

Note:

1) Michał Kalecki (Łódź, 22 giugno 1899 – Varsavia, 18 aprile 1970) è stato un economista polacco. E' considerato un precursore della Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta di John Maynard Keynes. (n.d.t.) 





Per concessione di Resistenze
Fonte: http://peoplesdemocracy.in/2016/0529_pd/world-poverty
Data dell'articolo originale: 12/06/2016
URL dell'articolo: http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=18113 

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