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20 maggio 2016

Antisemitismo: Arma di intimidazione di massa

In un mondo in cui reiterare più volte attraverso i media, serve come prova inconfutabile, alcune parole sono parole macedonia, significanti intercambiabili il cui utilizzo codificato in anticipo si presta ad ogni tipo di manipolazione. Slittamenti perpetui del senso che autorizzano il passaggio insidioso da un termine all'altro, senza che nulla si opponga alla maligna inversione per cui il carnefice diventa la vittima, e la vittima il carnefice, e l'antisionismo diventa antisemitismo, come affermato da Manuel Valls, il primo capo di governo francese ad aver pronunciato un tale insulto. Nel momento in cui alcune persone relazionano "l'intifada dei coltelli" con l'odio ancestrale per gli ebrei, vale la pena chiedersi perché questa assimilazione classica e fraudolenta svolge comunque una funzione essenziale nel discorso dominante.


Da settant'anni, è come se il rimorso invisibile per l'Olocausto garantisse all'impresa sionista un'impunità assoluta. Con la creazione dello stato ebraico, l'Europa si libererà miracolosamente dai suoi demoni secolari. Ha dato a se stessa uno sbocco ai sensi di colpa che segretamente rodeva le sue infamie antisemite. Portando sulle sue spalle la responsabilità per il massacro degli ebrei, essa cerca di sbarazzarsi a tutti i costi di questo fardello. Il culmine del progetto sionista ha offerto ad essa questa possibilità. Applaudendo la creazione dello Stato ebraico, l'Europa si ripulisce dai suoi peccati. Allo stesso tempo, ha offerto l'opportunità al sionismo di completare la conquista della Palestina.

A questa redenzione per procura della coscienza europea, Israele si presta doppiamente. In primo luogo riversa la sua violenza vendicativa su un popolo che non ha colpa della sua sofferenza, eppoi ha offerto all'Occidente i vantaggi di un'alleanza che è stata ripagata. L'uno e l'altra (Israele e Europa, NdT) legano il loro destino da un patto neo-coloniale. Il trionfo dello stato ebraico ha alleggerito la coscienza europea, fornendo allo stesso tempo lo spettacolo narcisistico di una vittoria contro i barbari. Uniti nel bene e nel male, si sono assolti l'un l'altro a spese del mondo arabo, trasferendo su di esso il peso della persecuzione antisemita. Nell'ambito di un tacito accordo, Israele ha perdonato la passività dell'Europa di fronte al genocidio e l'Europa gli ha dato mano libera in Palestina.
Il suo status eccezionale, Israele lo deve a questo trasferimento del debito da cui l'Occidente ha trasferito le proprie responsabilità a terzi. Dal momento che Israele era l'antidoto al male assoluto, che aveva le sue radici nell' inferno dei crimini nazisti, non poteva che essere l'incarnazione del bene. Questa sacralità storica è ciò che giustifica, piuttosto che una sacralità biblica di dubbi riferimenti, l'immunità di Israele nella coscienza europea. Aderendo implicitamente ad essa, le potenze occidentali la iscrivono nell'ordine internazionale. Il risultato è innegabile: avvallata dai padroni del mondo, la professione di fede sionista diventa legge ferrea planetaria.

L'invocazione del sacro sempre demonizza il suo opposto, la sacralità di Israele quindi toglie ogni legittimità all'opposizione che suscita. Sempre sospettosa, la disapprovazione di Israele confina con la profanazione. Mettere in discussione l'impresa sionista è la bestemmia per eccellenza, perché minaccia ciò che è inviolabile per la coscienza europea. Questo è il motivo per cui la negazione della legittimità morale opposta all'antisionismo si basa su una premessa estremamente semplice la cui efficacia non s'indebolisce con l'uso: l'antisionismo è antisemitismo. Lottare contro Israele, sarebbe, in sostanza, odiare gli ebrei, essere animato dal desiderio di ripetere l'Olocausto, sognare ad occhi aperti di reiterare l'Olocausto.

L'antisionismo può ben essere definito come un rifiuto motivato del sionismo, ammetterlo come tale sarebbe ancora una volta fare un compromesso con l'inaccettabile. Impregnato di una causalità diabolica, l'antisionismo è moralmente squalificato, fuori gioco sotto la maledizione che lo colpisce. Per quanto si ricordi che la Palestina non è di proprietà di un gruppo etnico o una confessione, che la resistenza palestinese non ha alcuna connotazione razziale, che il rifiuto del sionismo si basa sul diritto dei popoli all'autodeterminazione questi argomenti razionali non hanno alcuna possibilità di essere ascoltati. Da  un secolo l'antisionismo si inserisce nel campo della politica, ma è costantemente opposto ad una forma di irrazionalità che non ha assolutamente nulla di politico.

Di sicuro l'equiparazione fraudolenta dell'antisemitismo con l'antisionismo, porta due benefici simbolici. Il primo è per uso interno. Questa equiparazione limita drasticamente la libertà di espressione, paralizza ogni pensiero non conforme, inibendolo alla fonte. Esso genera un'auto-censura, che, sullo sfondo di un senso di colpa inconscio, impone con l'intimidazione, o suggerisce per prudenza, un silenzio sugli abusi israeliani. Ma questa falsa equiparazione è anche per uso esterno. Il suo obiettivo è quindi squalificare l'opposizione politica e militare all'occupazione sionista. Primo obiettivo di questo amalgama, la resistenza araba  viene rinviata al presunto odio ancestrale che i musulmani avrebbero provato per gli ebrei.

Ciò che anima i combattenti arabi sarebbe repulsione istintiva per questa razza maledetta, e non una legittima aspirazione a porre fine all'occupazione straniera. La catena di assimilazioni abusive, in ultima analisi, ha portato l'argomento trito e ritrito che è la fonte ultima dell'ortodossia: la «reductio ad hitlerum», la contaminazione morale della nazificazione simbolica, l'ultimo grado di calunnie di cui rimane qualcosa. Terrorista perché antisionista, antisionista perché antisemita, la resistenza araba quindi accumula le infamie. Gli attacchi con coltello non sarebbero l'effetto esplosivo di un'umiliazione collettiva, dicono, ma il frutto dell'odio inestinguibile per gli ebrei. L'unica forza che non cede alle richieste dell'occupante, la resistenza, subirà per il prezzo del suo coraggio, il fuoco incrociato delle accuse occidentali e della brutalità sionista. E come se non bastasse la superiorità militare degli occupanti, deve anche vantarsi di una superiorità morale della cui inanità, tuttavia, testimoniano i suoi crimini coloniali.

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