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2 gennaio 2016

I "muri della vergogna" in America Latina

Nonostante un calo significativo della povertà nel corso dell'ultimo decennio, l'America Latina resta la regione più diseguale del mondo, dopo l'Africa sub-sahariana. Interessati a proteggere sé stessi ed emergere, i ricchi non esitano a mettere mano ai portafogli per costruire fortezze, come in Perù e Brasile.

Più di un quarto di secolo dopo il crollo del muro di Berlino e mentre gli apologeti del neoliberismo si sgolano sui presunti benefici della globalizzazione, il mondo non ha mai avuto così tanti muri. Sempre più presenti in Europa, costruiti per proteggersi dai migranti e dai rifugiati in fuga da guerre e miseria, sono diventati nuovi marcatori geografici atti a respingere gli indesiderabili. Ciò che non si sa e che ancor meno si vede, è che queste enormi fortezze sono utilizzate anche per separare i ricchi dai poveri creando tremende segregazioni sociali, territoriali e razziali. In America latina, dove il fenomeno delle diseguaglianze è sempre stato particolarmente palese, la costruzione di muri negli ultimi anni ha accelerato, espandendo il divario tra coloro che hanno tutto da chi non ha nulla.

"Costruito per quelli in alto che non si mescolano con quelli in basso"

Da quattro anni i residenti di Vista Hermosa, baraccopoli situata sulle alture di Lima, sono privati della vista sulla capitale. La causa? Un muro di più di dieci chilometri di lunghezza e tre metri di altezza che separa uno dei quartieri più esclusivi della capitale peruviana, Las Casuarinas.

"La vista da qui era molto bella, si poteva vedere tutta la città fino a quando i "casuarinas" hanno saputo che stavamo arrivando e allora hanno costruito il muro. Ci hanno chiuso la visuale in modo che non si possa guardare la loro parte, per noi molto lontana perché non siamo al loro livello", spiega Amadeo Alarcon, un abitante di Vista Hermosa.

Da un lato quindi case fatte con mezzi di fortuna. Non c'è gas, senza elettricità, senza acqua corrente. Da questo lato del muro, una casa costa meno di trecento dollari.

Dall'altra parte invece è un altro mondo. Le case possono costare fino a cinque milioni di dollari. Qui vive una parte della grande borghesia del paese.

Mentre i primi pagano l'acqua una fortuna per soddisfare i propri bisogni elementari, i secondi approfittano di un'acqua abbondante e a buon mercato per riempire le loro enormi piscine.

La costruzione del "muro della vergogna", come lo chiamano gli abitanti della baraccopoli, è iniziata nel 1980, "all'epoca del terrorismo e del progredire delle invasioni in Perù", spiega Elke McDonald, che vive a Las Casuarinas.

Gli anni 1980 sono stati segnati dalla terribile guerra civile tra sostenitori dei guerriglieri marxisti di Sendero Luminoso e quelli dello Stato peruviano. Costretti a fuggire dai combattimenti, molti contadini sono emigrati verso la capitale dove hanno trovato rifugio su queste colline ripide e in cui le condizioni di vita si rivelarono da subito molto difficili.

Più di venti anni dopo la fine del conflitto che ha causato più di settantamila morti, numerosi contadini continuano ad affluire nella capitale in cerca di un futuro migliore per le loro famiglie.

Ma perché se ne vanno? La risposta è da ricercarsi nelle politiche economiche attuate da decenni in Perù, di cui i popoli indigeni sono le prime vittime.

Molto dipendente dalle esportazioni infatti, l'economia peruviana si basa quasi esclusivamente sull'estrazione di minerali (oro, rame, zinco...). Di conseguenza i governi che si sono succeduti non hanno lesinato sui modi per attirare gli investitori stranieri, che in gran parte hanno risposto all'appello. Il paese è un paradiso per le multinazionali che accumulano profitti strabilianti.

Nella regione di Cajamarca, per esempio, le attività criminali della potente multinazionale statunitense Newmont hanno causato l'esodo di migliaia di contadini poveri, cacciati dalle loro terre dalle autorità per far posto al saccheggio delle risorse minerarie.

Vittime molto spesso della repressione della polizia, recluse quando non semplicemente assassinati, le comunità indigene trovano rifugio nelle grandi città del paese e soprattutto nella capitale, dove vanno a gonfiare le fila dei poveri e degli esclusi della società.

È per proteggersi da questi naufraghi del sistema, considerati dall'alta società peruviana come soggetti pericolosi, etichettati come delinquenti, che i ricchi che vivono a Las Casuarinas, con il sostegno delle autorità, hanno costruito questo muro.

Per loro, si tratta semplicemente di una misura di sicurezza: "Ognuno ha il diritto di chiudere la sua proprietà privata per proteggerla", si difende il signor McDonald prima di aggiungere: "Questo è il posto migliore del Perù, perché si può passeggiare e dormire sonni tranquilli. Noi tutti paghiamo un contributo mensile alla sicurezza di 100 dollari".

Tuttavia per Alicia Yupanqui, che risiede nella baraccopoli, quel muro è un modo per "discriminarli".

"Credo che il muro sia stato costruito per far si che non si mescolino quelli in alto con quelli in basso", ha continuato Sara Torres, un'altra abitante.

Un'altra città del continente sta vivendo un fenomeno simile, San Paolo. Megalopoli di oltre undici milioni di abitanti, è la potenza economica del Brasile.

Ancora una volta, la disuguaglianza e la discriminazione sono enormi e sono simboleggiate dal lungo blocco di cemento che separa la favela di Paraisopolis, dove vivono settantamila persone, dal quartiere benestante di Morumbi.

Da un lato, quattordici mila case di legno e plastica; dall'altro, appartamenti che raggiungono i 700.000 euro.

Mentre gli uni non hanno servizi pubblici, gli altri si fanno curare all'Albert Einstein Hospital, uno dei più famosi e costosi del paese.

Gli abitanti delle due zone non si parlano, non si sfiorano, non si conoscono.

"Non ci mescoliamo. Loro sono lì, noi qui", dice un abitante della favela.

La città e più in generale lo stato di San Paolo, attira migliaia di persone, soprattutto dalle regioni povere del nord, in cerca di lavoro e condizioni di vita migliori.

Una violenza simbolica

Nel suo capolavoro Le vene aperte dell'America Latina, pubblicato nel 1971, lo scrittore Eduardo Galeano lanciava l'allarme sullo spettacolo scioccante di miseria e disuguaglianza che aveva colpito il suo continente. Più di quarant'anni dopo e anche se molti progressi sono stati fatti in termini di riduzione della povertà, di lotta all'analfabetismo e di lotta contro la fame, l'America Latina sta ancora penando per le sue ferite.

Dopo essere stato un laboratorio delle politiche neoliberiste, politiche che hanno fatto crescere il numero dei poveri da 136 milioni nel 1980 a 225 milioni nei primi anni 2000, il subcontinente americano ha sperimentato negli ultimi dieci anni conquiste sociali senza precedenti. Nuovi paesi, la Bolivia e il Venezuela, sono stati dichiarati dall'UNESCO "territorio libero dall'analfabetismo".

Queste politiche sociali sono state attuate grazie al boom dei prezzi delle materie prime, da cui sono in gran parte dipendenti le economie latinoamericane.

Ma la crisi economica e finanziaria del 2008, insieme al calo dei prezzi delle materie prime negli ultimi anni, ha inciso duramente sulle nazioni sudamericane.

Il Brasile, dove la politica economica del presidente Dilma Rousseff si è giorno dopo giorno orientata a destra, ha abbandonato i movimenti sociali e le disuguaglianze sono particolarmente scioccanti.

Il Brasile è, dopo l'Honduras, il paese più diseguale del continente americano.

In Perù, anche se la povertà è stata dimezzata negli ultimi anni grazie a una crescita del 6,5% circa, le disparità rimangono marcate. Sono disparità sociali, di natura territoriale o razziale. Infatti, nel 2004 la probabilità per un abitante della campagna di cadere in povertà era doppia rispetto a quella di un abitante della città. Nel 2014, questa probabilità è triplicata.

Peruviani che posseggono una lingua madre indigena (aymara, quechua) sono a rischio di povertà due volte in più rispetto a quelli di lingua madre spagnola.

I muri costruiti a Lima e San Paolo sono il simbolo di questa terra di contrasti che è l'America Latina. Un continente e dei popoli che lottano da cinquecento anni per la loro liberazione e per la loro definitiva indipendenza.

Queste immense fortezze evidenziano il carattere sprezzante e razzista delle élite dell'America Latina, che spesso provano una vera e propria repulsione per i poveri e gli indigeni.

Questi "muri della vergogna" sono chiaramente vicini alla violenza simbolica. Una violenza che non colpisce il corpo, ma la mente. Una violenza assolutamente sottile, che non uccide, ma che crea frustrazioni e contribuisce alla disperazione di coloro che non hanno la possibilità di essere dalla parte migliore del muro.

L'indebolimento dei governi di sinistra e l'offensiva neo-conservatrice della destra latinoamericana potrebbero minare le numerose conquiste sociali ottenute nel corso degli ultimi quindici anni, come in Argentina, per esempio.

Alla guida delle proteste contro le politiche neoliberiste, i movimenti sociali potrebbero anche tornare in scena per abbattere questi muri ignobili e porre fine una volta per tutte a questa società profondamente disuguale.


Tarik Bouafia - Le Journal de Notre Amérique n°9
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

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