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16 gennaio 2016

COP21: la responsabilità degli eserciti nel cambiamento climatico, il segreto di Pulcinella

L'ultimo documento presentato a fine novembre a Parigi per i negoziati delle Nazioni Unite sul clima è molto loquace: esattamente 32.731 parole. Eppure, un termine non compare: quello di "Spese militari". Ed è inquietante se si considera che l'esercito degli Stati Uniti da solo è il più grande consumatore di petrolio al mondo ed esercita da decenni un controllo primario sull'economia globale di petrolio.
Come sono scomparse le spese militari dal calcolo dalle emissioni di CO2 ? E 'una storia che risale al COP11 di Kyoto (1997). Sotto la pressione dei generali e dei falchi dell'amministrazione statunitense che si opponevano ad un'eventuale riduzione della potenza militare degli Stati Uniti, il team di negoziazione degli Stati Uniti ha ottenuto di esentare gli eserciti dall'obbligo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra nocivo per il clima.

Poi, naturalmente, gli Stati Uniti non hanno ratificato il Protocollo di Kyoto, ma le esenzioni di cui godono le forze armate restarono in vigore per gli Stati firmatari. Ancora oggi, le quantità di combustibile acquistato ed utilizzato all'estero dagli eserciti non sono inclusi nei dati relativi alle emissioni che ciascun paese deve presentare alle Nazioni Unite.

Questo è il motivo per cui è sempre difficile calcolare la quota degli eserciti nelle emissioni di gas serra. Secondo un rapporto del Congresso degli Stati Uniti che risale al 2012, il Ministero della Difesa ha consumato 117 milioni di barili nel 2011 - quasi quanto tutte le auto a benzina e diesel della Gran Bretagna in quell'anno.

La distribuzione di questo petrolio tra Hummer militari affamati di benzina, jet e droni rappresentano un problema crescente per gli strateghi della NATO.
Ma la responsabilità degli eserciti nella crisi climatica supera di gran lunga il proprio consumo di combustibili fossili. Come abbiamo visto in Iraq, le imprese di armamenti e i loro potenti protettori del mondo politico stanno usando sempre di più (e in modo aggressivo) le forze armate per proteggere le fonti di energia. Gli eserciti non sono solo enormi consumatori di petrolio, ma anche uno dei principali pilastri dell'economia globale di combustibili fossili.

Sia in Medio Oriente, che nella regione del Golfo o nel Pacifico, gli interventi militari, attualmente ruotano costantemente attorno al controllo delle aree petrolifere e delle principali rotte di navigazione attraverso le quali transita la metà dei prodotti petroliferi nel mondo, che consentono il funzionamento della nostra società dei consumi.

L'aumento di conflitti a livello globale porta al crescente aumento dei  bilanci militari. Nel 2014 la spesa militare mondiale ha raggiunto 1,8 miliardi di dollari. Questo importo rappresenta un enorme spreco di denaro pubblico che potrebbe essere investito in energie rinnovabili e al sostegno delle popolazioni più colpite dai cambiamenti climatici. Dedicando nel 2014 25 miliardi di sterline all'anno al Ministero della Difesa e solo 1,5 miliardi al Dipartimento dell' Energia e dei cambiamenti climatici, il governo britannico ha chiaramente mostrato quali erano le sue priorità.

Nonostante il loro ruolo nel cambiamento climatico, i militari non hanno paura di reclamare ad alta voce un'azione contro di esso. Samuel Locklear III, ex comandante del Comando statunitense nel Pacifico (fino al 21 Maggio, 2015, Nota di Tlaxcala), è tipico di un crescente coro di generali che identificano il cambiamento climatico come la prima minaccia alla sicurezza in questo secolo.

Queste voci sono ampiamente riportate nel mondo politico. Il primo ministro David Cameron ha dichiarato che "il cambiamento climatico costituisce una delle prime minacce alla sicurezza del nostro mondo. Perché minaccia non solo l'ambiente, ma anche la nostra sicurezza nazionale e la sicurezza globale..."

Questo potrebbe essere visto come uno sviluppo positivo. Dopo tutto, chi non vorrebbe una delle forze più potenti al proprio fianco per combattere il problema principale dell'umanità? Ma ci sono buone ragioni per diffidare di coloro che improvvisamente ci sostengono.

Se guardiamo più da vicino le strategie militari contro i cambiamenti climatici, vediamo che esse includono solo la protezione dei confini, proteggere le rotte di approvvigionamento delle aziende, controllare i conflitti per l'accesso alle risorse, l'instabilità che comportato le catastrofi climatiche e reprimere disordini sociali.

Le vittime dei cambiamenti climatici sono ben travestiti da "minacce" da controllare e combattere. Ci chiediamo quindi qual è il vero ruolo delle forze armate nell'imposizione di un capitalismo multinazionale e un'energia basata sui combustibili fossili.

In effetti ci sono prove che molti giocatori nel settore della sicurezza e degli armamenti non considerano il cambiamento climatico solo come una minaccia, ma come un'opportunità. Conflitti e insicurezza fanno prosperare queste due industrie, e il cambiamento climatico, aggiunto alla guerra permanente contro il terrorismo, promette un nuovo boom finanziario.

Il colosso britannico degli armamenti BAE Systems, l'ha scritto con sorprendente franchezza in una delle sue relazioni annuali: "Nuove minacce e zone di conflitto rappresentano requisiti senza precedenti per le forze armate e costituiscono per BAE Systems nuove sfide e opportunità". Energy Environmental Defence and Security (E2DS) ha annunciato trionfalmente che "settori dell'aviazione, difesa e sicurezza si stanno preparando per più importanti nuovi mercati visto che gli affari in materia di protezione delle persone e degli Stati aumentano (in America, NdT) da quasi un decennio".

Una delle principali lezioni che il movimento per il clima ha imparato negli ultimi anni è che accontentarsi semplicemente di fare pressione sui politici affinché prendano le giuste misure, non porta alcun cambiamento reale. Piuttosto, dobbiamo bersagliare le imprese che si oppongono a qualsiasi cambiamento, delegittimarle e indebolirle.

Di fronte alle conseguenze sempre più gravi del cambiamento climatico, dobbiamo intensificare le nostre campagne proprio per evitare che queste forze godano dei loro profitti. E' giunto il momento per i media internazionali incentrati sui negoziati della COP a Parigi, di mettere sul tavolo la questione delle forze armate e di chiedere che l'adattamento ai cambiamenti climatici sia guidato dai principi dei diritti umani della solidarietà, e non da quello militare e dal profitto aziendale.

Traduzione per TLAXCALA di Alba Canelli

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