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23 maggio 2015

Dedicato alle donne disabili persone offese da reati

Chissà dove e se esista un osservatorio sociologico dei mass media, competente dell’analisi qualitativa e quantitativa dell’informazione socio-giudiziaria, i cui esiti di studio sarebbero utili, perché consentirebbero agli addetti della stampa un ulteriore perfezionamento dei propri strumenti importanti applicabili alla loro professione, mentre al pubblico delle lettrici e dei lettori consentirebbero alcuni seri motivi di riflessione tanto della gestione generale dei mass media che della periodicità, sia essa costante oppure fluttuante, degli argomenti trattati, se dipendenti  dalla dinamica suddita dell’evento/notizia oppure invece se dettata dal serio interesse costante verso certe tematiche.
Di Patrizia Cordone
Voci Dalla Strada
In assenza di ciò ed in presenza di un archivio personale ricco di documentazione le deduzioni sono tutt’altro che rassicuranti. Purtroppo abbonda l’informazione di cronaca nera e giudiziaria pertinente ai reati subìti dalle donne in generale, sovente trattasi di (ex) mogli oppure di (ex) fidanzate. Infatti raramente dalla stampa giungono notizie degli stessi reati a danno delle donne nubili oppure addirittura disabili, tanto da chiedersi se il discrimine  sortisca dall’obsoleta nonché vetusta importanza attribuita alle dinamiche di coppia, ancora oggi considerata status di cittadinanza soverchiante a svantaggio  delle vicende patite dalle donne singole, che, in realtà, costituiscono la maggioranza anagrafica del nostro paese. Forse, sovviene un altro quesito, se da parte delle stesse interessate, ancor di più se disabili oppure da altre/i su di loro, gravi il mancato (auto)riconoscimento di cittadinanza necessario alla rivendicazione dei diritti spettanti, oltre che comuni e condivisi, con buona pace della Costituzione e delle pari opportunità aliene da ogni pregiudizio e da ogni discrimine.

Ebbene, questo articolo è dedicato proprio alle singole, soprattutto alle donne disabili, persone offese di reati, sia ristorati dalla giustizia che in attesa di riparazione, affinché attingendo tanto dalla propria coscienza quanto dalla propria consapevolezza di persone e quindi di cittadine, trovino forza ed autodeterminazione per l’affermazione di sé.

E' grave il comportamento di chi avvalendosi di una posizione di presunta autorità ordisca una trama delittuosa a danno di una cittadina perbene, il cui difetto è il reclamo dell'applicazione della tutela dei propri diritti offesi e che di contro, per ritorsione,  subisce il ribaltamento netto a suo danno, attraverso il compimento di eventi nocivi ad ampissimo spettro ed invasivi ogni aspetto della vita altrui, con un'efficienza da organizzazione paramilitare applicata impropriamente alla più vile criminalità, per effetto teoricamente non escludibile da scambi di favori da crediti millantati. E che inoltre, in funzione del suo ruolo ed anche talvolta  dei suoi eventuali spropositati mezzi, coinvolga ed assicuri l'impunità a corresponsabili ed esecutori, interni ed esterni, i quali, va detto, se colti da sensi di colpa, non inveiscono contro il tale ideatore, bensì si rivoltano contro la vittima: di lui temono la reazione. 

  In taluni contesti privi di alcun freno inibitorio,   che la persona singola, possa essere considerata "l'elemento variabile" ridotta a puro oggetto della pornografia altrui con il ricorso a sistemi annichilenti l'arbitrio e l'autodeterminazione individuale, è un dato di fatto non escludibile assolutamente a priori, tant'è che ciò può avvenire tanto da parte maschile che da parte femminile, all'insegna della bulimia, dell'orda di crimini singolarmente e/o collettivamente compiuti, sotto la protezione di facciata della famiglia. 

Retrive e becere mentalità da presunti impuniti, pur tuttavia, persistono prostituendo credibilità con maschere da subdoli devoti di moralità e religiosità d'accatto: questa è l'ampiezza (?) degli orizzonti esistenziali, culturali, oltre che spirituali di pacchiana marca. Del resto le stesse Sacre Scritture ne menzionano: "Il cuore dei saggi è in una casa di lutto e il cuore degli stolti in una casa di festa" (cit. Qoelet, Ecclesiaste, La Sacra Bibbia, ed. Cei, 1982) oppure più esplicita è la traduzione edita da Adelphi nel 2001: "Il cuore degli stolti abita in un bordello", cap. 7, 4.

Troppi sono gli atti ritorsivi ed intimidatori scatenati a danno della vittima, nel vano tentativo di condizionarla mentalmente e manipolarle il comportamento, il cui evidente intento è la riduzione al silenzio ed all'isolamento sociale, oltre che criminalizzarla, ribaltando i ruoli. A tale ambito annichilente pertengono proprio le ingiurie, le calunnie, le diffamazioni e tutto l’armamentario disponibile allo screditamento fino all’isolamento, meglio se silenzioso, come se la prova della propria verità ed innocenza fosse la delegittimazione altrui, semmai è vero il contrario, occorrerebbe sempre porsi il quesito: "qual è l'interesse del calunniatore", "che la tale o il tale stia forse tentando di tutelare se stessa/o". 

La/il criminale confida nell'efficacia manipolatoria della sua diffamazione in ordine a un presunto ed errato parterre a suo favore per proprio calcolo opportunistico a sua discolpa. Del resto detestabile è l’uso improprio della televisione, l'immondezzaio esibizionistico lo si releghi ad altri, a chi meno è e più si mostra: ugualmente chi non ha niente da dire, non è capace di fare silenzio o forse ...si: diffamare ulteriormente. Una diceria, calunniosa o meno o anche peggio si diffonde con tanto maggiore rapidità quanto più incontra bestiali istinti diffusi come un'aspettativa bulimica, senza identità morale né sessuale. Uomini contro donne, ma anche donne contro donne, in una perversissima spirale antagonista, senza esito per la persecutrice e il persecutore. 

La diffamazione è come il potere mediatico, perché esige la spettacolarizzazione e il suo eccesso, occulta i crimini di alcuni e crea l'artefizio dell'immondo mostro qual non è la vittima, persona integerrima moralmente. Anche questo è pornografia, ad uso di coloro le quali e i quali in assenza di vita propria ricorrono a distruggere l'indiscussa probità altrui. D’altronde ben si sa, che gli scandali sessuali sono montati da chi è privo di ogni ambizione di esemplarità morale forse anche istituzionale. A tale attività mistificatoria screditante la persona-bersaglio, si tenta talvolta la carta della pazzia, supportata da motivazioni fallaci e facilmente smontabili, attivando il solito canale preferenziale del "mi manda Picone", talvolta con l'uso di personaggi corruttibili e compiacenti. 

Per meccanismi oscuri e perversi tale ulteriore offesa è a volte recepita dai vari supporters, compreso qualche Centro psicosociale territoriale, salvo poi ad un tentativo di psichiatrizzazione conseguire una propria  denuncia per diffamazione da parte della persona offesa: di quanti casi gronda la cronaca giornalistica? Ma soprattutto, di quante vicende se ne ignora oppure peggio se ne censura l’esistenza? E perché mai?

Tali soggetti vivono soltanto in contrapposizione al prossimo considerato estraneo, usano la prevaricazione e la sopraffazione secondo un criterio sistematico, aduso tipico dei sadici. 

Ma questo non basta loro, vogliono privarlo della sua identità e della sua rettitudine, riversando il fango che a loro stessi esubera; vogliono privarlo del valore migliore della vita, che loro stessi ignorano riversi come sono alle piccinerie, agli infantilismi, alle meschinità e ai crimini turpi; il loro obiettivo è l’annientamento altrui come prova della loro esistenza, se tale può definirsi una vita sprecata all'insegna del sadismo e della persecuzione. Vivono come animali da branco, che continuamente devono braccare chiunque capiti loro sotto tiro, meglio se con determinati requisiti atti a garantire l'impunità, secondo la loro mentalità ristretta, ammesso che comunque ne abbiano una.

   Da troppi anni si rileva il deterioramento di ogni etica, l'erosione del concetto di rispetto e del riconoscimento del prossimo come proprio pari: il chiaro riferimento è rivolto alla crescente misoginia, che riguarda anche le donne medesime l'una contro l'altra, secondo criteri dettati da pregiudizi, che parevano morti e sepolti alla fine degli anni settanta. Invece .... invece rieccoli ridestati come l'idra di Lerna, più feroci che mai. 

L'analisi del tal fenomeno spaventoso richiederebbe una dissertazione a parte, nondimeno alcune convinzioni pertinenti urgono di essere dette e scritte, la cui principale è relativa alla dicotomia tra femminilità e spettacolarizzazione, ancor di più se la femminilità è quella di un soggetto comunemente definito handicappato.
  Se molto è il vissuto della donna handicappata, scarsa oppure nulla è la considerazione usata riguardo la sua fisicità, esperita a senso unico purtroppo proprio dalle malattie, dagli esami medici di routine, ect. 

Detto meglio e con altre parole si tratta di una fisicità vissuta spesso soltanto con la sintassi della sofferenza, attraverso cui di pari passo si costruisce e si evolve il senso di sé ed anche, forse soprattutto, della sacralità inviolabile del proprio organismo, la cui base principale è costituita proprio dall'indispensabile pudore. 
La presenza di una malattia viene compensata dalla valorizzazione di altri pregi morali, culturali e spirituali, non costituenti né merce di scambio, né baratto corrente. Raramente si conosce l’altra dimensione, cioè quella della maternità e  della possibilità di una famiglia propria, che potenzialmente potrebbero risanare gli altri limiti esistenti. 

Se ciò non avviene, non è conseguenza di una aprioristica scelta, al contrario è l'esito della discriminazione sociale, machista, persino condivisa dalle concittadine di genere, che se maritate anche ad una nullità, a torto intendono assurgere ad un elevato rango sociale, con buona pace dei contenuti morali, ma vanno persino oltre, al ribasso. Ritengono la fisicità della donna handicappata al pari della terra di nessuno, insomma una vera e propria zona franca da regole, dove tutto può essere ordito per variegare il ménage coniugale, parentale, amicale e via di seguito, anche di gruppo, scambiando, diffondendo anche via web ed inoltre persino lucrando dai proventi di filmati pornografici, spacciando la coercizione per consenso. 

Tutto questo a danno ed a discapito della persona-bersaglio predestinato, il cui vissuto non di rado è improntato all'anonimato ed alla riservatezza, come assunti comportamentali di un'intera vita nient’ affatto riversato né all'esibizionismo, né al chiacchiericcio vacuo e fatuo, men che mai al vittimismo. Ad altro e meglio si può improntare la propria esistenza cioè a coltivare le capacità volte all'affermazione tanto professionale che sociale. Del resto a difesa del proprio pudore non è dignitoso imporre e strumentalizzare deficit, fossero specialmente quelli fisici. 

  Ma se altri strumentalizzano lo stato di portatrice di handicap fisici, ritenendo a torto che tale condizione sia sinonimo di handicap mentale e/o anche di un essere inferiore privo di moralità e status sociale oppure di altro, ed in funzione di tale convinzione usare il discrimine mirato al compimento di reati in uno stato di presunta impunibilità, sono in errore. 
  E c'è di più: loro stessi dimostrano di non essere degni del diritto di cittadinanza di un consorzio civile, sono proprio loro gli inferiori da perseguire a causa dei reati compiuti.

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