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18 marzo 2015

L'Islanda non entrerà nell'Unione Europea

Brutto colpo per Bruxelles, d'immagine e non solo, che vede calare inesorabilmente il proprio potere d'attrazione. Giovedì scorso il ministro degli Esteri di Reykjavik ha infatti ufficializzato con una lettera indirizzata alla Commissione Europea e alla Lettonia, presidente di turno dell'Ue, la decisione dell'Islanda di non entrare a far parte dell'Unione. Nella fattispecie, l'esponente del governo nordico Gunnar Bragi Sveinsson ha reso noto che l'Islanda ha deciso di ritirare la sua candidatura per l'adesione all'Ue. "Gli interessi dell'Islanda sono serviti meglio fuori dall'Unione europea" ha detto il Ministro degli Esteri di Reykjavik.
L'intenzione di rinunciare all'adesione era già stata annunciata, a gennaio, nel corso di un'intervista del Primo Ministro di un governo di centrodestra, Sigmundur Gunnlaugsson, che prometteva il ritiro formale della domanda di adesione all'inizio di quest'anno, avendo già bloccato i negoziati subito dopo la sua elezione.


L'Islanda aveva chiesto di entrare a far parte dell'Ue nel 2010, quando a governare erano i socialdemocratici, suscitando le proteste di un settore consistente dell'opinione pubblica. Il processo di avvicinamento all'Ue era stato avviato nel 2009, dopo la tremenda crisi finanziaria del 2008 che aveva visto il fallimento delle tre principali banche del paese e il dimezzamento del valore della Corona. All'epoca all'Islanda era stata concessa una corsia preferenziale rispetto ad altri paesi in fila in quanto membro dell'Area Economia Europea. Ma le elezioni del 27 aprile del 2013 videro l'affermazione del Partito Progressista, sostenuto da pescatori e agricoltori, in coalizione con il Partito Indipendentista. I due partiti di centrodestra hanno vinto ponendo al centro della propria campagna elettorale una forte critica nei confronti delle condizioni poste da Bruxelles all'Islanda per l'ingresso nell'Unione e dopo anni di tira e molla è apparso evidente che l'ingresso nel polo europeo avrebbe imposto agli islandesi duri sacrifici in campi come l'agricoltura e la pesca che sono il settore economico fondamentale per il paese.

Se generalmente i partiti di centrosinistra sono 'euroentusiasti' - i socialdemocratici ma anche gran parte della Sinistra-Movimento Verde - esistono nello schieramento progressista alcune forze che si sono opposte fin dall'inizio all'ingresso del paese nell'Ue, avvertendo che lo stato sociale e i diritti dei lavoratori avrebbero rischiato un consistente taglio.
L'isola abitata da neanche 350 mila persone continuerà comunque a rimanere all'interno dell'Area Schengen e dell'Area economica europea (oltre che all'interno della Nato) garantendo così la libera circolazione di persone e merci da e con l'Unione Europea. Ma si registrano in queste ore le proteste dei partiti di centrosinistra che rivendicano le scelte del precedente governo e comunque propongono che a prendere la decisione definitiva siano i cittadini attraverso la convocazione di un referendum popolare.


Contropiano.org

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