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24 dicembre 2014

Gaza anno zero

Nonostante le promesse, il blocco continua
L'offensiva israeliana a Gaza nell'estate del 2014 passerà alla storia per essere stata la più distruttiva e criminale delle operazioni militari subite fino ad allora dagli abitanti della stretta enclave palestinese. Il piano di ricostruzione dell'ONU negoziato con Israele si trova ad affrontare la realtà del blocco, che subordina ogni azione alla volontà del potere occupante. E mentre il mondo si concentra sulla realizzazione della strategia diplomatica adottata dall'Autorità Palestinese, la popolazione di Gaza accampata tra le rovine è in procinto di subire i rigori dell'inverno.
"Niente avrebbe potuto prepararmi a quello che ho visto oggi. E' indescrivibile!"
E' in questi termini che il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha espresso la sua reazione alla portata della devastazione di Gaza, durante la sua visita il 14 ottobre 2014. Era venuto a garantire il sostegno, un po' tardivo, della "comunità internazionale" agli abitanti di Gaza, e ad annunciare che la Conferenza internazionale dei donatori svoltasi il 4 e il 5 ottobre a Il Cairo prometteva 5,4 miliardi di dollari in aiuti per ricostruire il loro paese devastato.

E così continua da anni il ciclo di distruzione massiva e di ricostruzioni parziali sulla stretta striscia di terra di circa 360 chilometri quadrati, dove sopravvivono in condizioni sempre più difficili, 1,7 milioni di persone sotto il blocco imposto da Israele - e a cui l'Egitto di fatto contribuisce. Un blocco notevolmente rafforzato dalla presa di controllo di Gaza da parte di Hamas nel 2007.
Dopo la seconda Intifada nel 2001 1, infatti, oltre ai significativi danni successivi, migliaia di abitanti di Gaza - la maggior parte civili - sono morti o sono stati feriti a causa delle successive operazioni militari israeliane: "Scudo Difensivo" nel mese di marzo-aprile 2002, "Piogge estive" nel giugno 2006, "Piombo fuso" (dicembre 2008-gennaio 2009), che ha fatto più di 1.400 vittime 2, o "Pilastro della difesa" (novembre 2012). Ma anche, mese dopo mese, gli innumerevoli attacchi aerei, raids, incursioni terrestri o "danni collaterali " di uccisioni mirate. 

18.000 case distrutte, più di 100.000 senza tetto 



Di queste operazioni, "Bordo di protezione" era la più distruttiva e mortale. Tra l'8 luglio e il 26 agosto 2014, ha fatto 2.192 vittime palestinesi, di cui 1.523 civili e 519 bambini, secondo i dati dell'Ufficio di coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite (OCHA) 3 , che ha contato anche 11.293 feriti. Ricordiamo che è stata innescata quando gli Stati Uniti hanno messo in evidenza la responsabilità dei leader israeliani nell'impasse dei negoziati, e quando la riunificazione nazionale palestinese era acclamata a livello internazionale, nonostante le pressioni di Israele.

Al momento del cessate il fuoco il 26 agosto, circa 110.000 persone " sfollate" all'interno dell'enclave erano rifugiate in centri d'accoglienza o in case di altre famiglie. Molte persone hanno perso tutto. Più di 18.000 case sono state distrutte o rese inagibili, lasciando circa 108.000 senzatetto, che vivono (per quanto tempo ancora ?) tra le macerie.

Più di 200 scuole ed edifici pubblici, un terzo degli ospedali, 14 cliniche sono stati distrutti o danneggiati. I terreni agricoli sono stati devastati e 350 siti industriali distrutti, così come le infrastrutture stradali. Danni alle tubature dell'acqua e fognature erano enormi a ottobre, più della metà degli abitanti di Gaza non aveva più accesso all'acqua. L'unica centrale elettrica è stata bombardata, la maggior parte del territorio è stato immerso nel buio, mentre negli ospedali sovraccaricati mancava l'elettricità e il carburante per alimentare le loro attrezzature.
Il costo di ricostruzione è stato stimato in 6 miliardi di euro dall'Autorità palestinese. Ma secondo la dichiarazione ufficiale della conferenza internazionale dei donatori, gli aiuti4  sono in realtà destinati al " Popolo palestinese", cioè solo la metà per la ricostruzione di Gaza. Il mistero più grande riguarda la ripartizione delle somme promesse: una parte potrebbe essere dedicata a vari progetti non direttamente connessi alla ricostruzione o assegnati come aiuti finanziari all'Autorità palestinese - e potrebbe andare alla Cisgiordania 5.

Stato di assedio perpetuo

Nel frattempo, è l'instradamento stesso dei materiali, prima di tutto l'indispensabile cemento, che è soggetto a forti restrizioni. Tutto deve infatti passare attraverso il territorio israeliano, e la recente creazione da parte del governo di Abdel Fattah Al-Sissi, di una zona cuscinetto tra le due parti della città di Rafah ribadisce il rifiuto egiziano di consentire l'utilizzo del suo territorio sostenendo che Rafah "non è adatto per la circolazione di un grande flusso di merci" 6. Il nuovo governo egiziano ha distrutto 1.600 tunnel, tagliando tutte le rotte di approvvigionamento. La magnitudine della devastazione e delle esigenze e la scarsità di beni fanno già temere il popolo di Gaza un'impennata dei prezzi; l'indurimento del blocco dal lato egiziano fa aumentare le bollette. Oggi sugli scaffali non sono più esposti i prodotti israeliani, con un prezzo iniziale più elevato rispetto ai prodotti egiziani, e ai quali sono state aggiunte elevate tasse.
Israele ha di fatto un enome margine di manovra per decidere in merito alla possibilità di rifiutare l'ingresso di merci per i suoi terminali, in particolare il Kerem Shalom, con il pretesto di garantire che lo sforzo di ricostruzione non è utilizzato per "riarmare Hamas". Per Tel Aviv, armi o munizioni possono essere nascoste in ogni sacco di cemento; più in generale, qualsiasi materiale da costruzione a "doppio" uso, utilizzabile sia per costruire case che nascondere armi, è sospettato a priori.

Il fallimento del piano Serry


Secondo il meccanismo provvisorio negoziato con Israele e proposto da Robert Serry, coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il processo di pace in Medio Oriente (UNSCO), le agenzie delle Nazioni Unite devono supervisionare l'utilizzo dei materiali in entrata al fine di garantire che essi non saranno deviati per scopi militari. Si presume che tali agenzie dovrebbero raccogliere e rendere disponibili ad Israele le informazioni sulle famiglie palestinesi decidendo le priorità, Israele può esercitare in proposito un veto (compresa l'accusa di appartenenza a Hamas). Questa "disposizione" ha fatto si che solo due consegne di materiale hanno avuto luogo alla fine di novembre. A questo ritmo, ci vorranno anni prima che la ricostruzione di Gaza sia finita, sempre che non ci sia nessuna nuova offensiva israeliana.
 
Il fallimento del meccanismo è evidente, Serry stesso lo ha riconosciuto indirettamente in un comunicato del 21 novembre. I palestinesi, scioccati, credono che in realtà questo serve in ultima analisi, a dare legittimità internazionale al blocco e permettere ad Israele di accumularere ulteriori profitti. Volendo rispondere alla loro rabbia, il coordinatore ha promesso che l'ONU vigilerà per evitare "l'uso improprio di dati personali di coloro che desiderano accedere al meccanismo" e ha ribadito la sua fiducia nella possibilità rimuovere gli ostacoli, per essere implementato "in buona fede".
 
Mercoledì 17 dicembre, la Giordania ha presentato al Consiglio di Sicurezza dell'ONU la risoluzione per il riconoscimento di uno Stato palestinese. Ma il veto degli Stati Uniti è probabile. La "nuova fase" dell'offensiva diplomatica evocata da Riyad Mansour, l'ambasciatore palestinese alle Nazioni Unite, sarà la domanda di adesione alla Corte penale internazionale (CPI) per mettere Israele sotto accusa per i crimini di guerra a Gaza. Ci sarà un giorno la fine dell'impunità di cui gode la politica israeliana? La domanda posta dopo l'offensiva israeliana nell'inverno 2008-2009, dal rapporto Goldstone su richiesta delle Nazioni Unite è rimasta finora senza risposta.
 
C'è tempo diplomatico e l'urgenza della situazione, nella prigione "a cielo aperto " dove la gente è accampata tra le rovine, la disperazione cresce mentre le temperature invernali scendono.
 
Di Françoise Feugas


4 Qatar ha promesso 1 miliardo di dollari, gli Stati Uniti un "aiuto immediato" di 212 milioni su un totale di 400 milioni di dollari inun anno, e l'Unione europea 550 milioni dollari. Gli altri cinquanta paesi e organizzazioni internazionali hanno promesso circa 5,4 miliardi dollari.
5 Ricard Gonzalez,  «  The lie behind the Gaza Reconstruction Conference  », Daily News Egypt, 15 ottobre 2014.
6 Kevin Connolly,  «  Gaza reconstruction facing obstacles despite aid  », BBC News Medio Oriente, 16 ottobre 2014.

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