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4 maggio 2014

UCRAINA: ODESSA E IL SUO TESTAMENTO DI SANGUE

A Odessa è andato in scena il 2 maggio, qualcosa per cui sarebbe inutile cercare aggettivi. Dall’eccidio di Odessa non si torna indietro, la crisi ucraina ha superato il suo punto di non ritorno. Tra le fiamme del palazzo del sindacato è bruciata viva quel poco di civiltà che restava. Gli opposti estremismi si sono guadagnati ormai identico attestato di barbarie. E la ferocia dei due schieramenti porterà il paese alla guerra civile. Quando tutto sarà finito gli studiosi potranno almanaccare le responsabilità del disastro che si avvicina: che sia colpa degli estremisti nazionalisti di piazza Indipendenza e delle loro pistolettate, oppure dei cecchini ancora senza nome che li uccisero; dei russi che hanno acceso la miccia del separatismo o del cosiddetto occidente che è andato a mettere le mani nella marmellata altrui, adesso non conta. Contano i 43 morti di Odessa e il loro testamento di sangue.
fatti sono noti anche se già, da una parte e dall’altra, le opposte propagande giocano al rimpiattino della revisione. La moviola dei video, il processo alle intenzioni, e molto fumo ad avvolgere i crudi fatti: un corteo di sostenitori del governo ad interim di Kiev, composto da teppaglia comune, elementi vicini all’estrema destra e hooligans, si è scontrato con un corteo di filorussi. 
Tra questi ultimi, altrettanta teppaglia e molta gente comune. La polizia, dopo un blando tentativo di separare i due cortei, si è fatta da parte lavandosene le mani. I filorussi hanno avuto la peggio e si sono dispersi.
Al momento degli scontri quelli che non erano andati lì per menare le mani si sono allontanati. Tra i filorussi in molte decine (principalmente gente comune) hanno cercato rifugio nel palazzo del sindacatodove a quell’ora non mancavano i dipendenti regolarmente al lavoro. Il palazzo è stato circondato e dato alle fiamme dalle molotov lanciate dai nazionalisti. Il fuoco, divampato nei piani bassi dell’edificio, si è propagato rapidamente. Dentro, assediati e imprigionati tra le fiamme, donne, anziani, giovani, qualche teppista di sicuro. Ne sono morti 43, ma la cifra è destinata a essere corretta al rialzo. La polizia, di nuovo, ha lasciato fare e i soccorsi delle ambulanze sono arrivati quando ormai era troppo tardi.
I dettagli della vicenda sono e saranno oggetto di processo: il mancato intervento della polizia che significa? a chi obbedisce? chi si gioverà politicamente di queste morti? Una cosa è certa, sono morte persone disarmate, braccate, e poco importa se fossero facinorosi o persone comuni: conta che le bestie stavano fuori a esultare mentre dentro si moriva arsi vivi. C’è un limite in qualsiasi scontro ed è quello dell’umanità. Quando viene meno, quando la violenza cessa di essere finalizzata a uno scopo (quale che sia) e diventa orgasmo, piacere fine a se stesso, l’abisso è spalancato.
I due cortei erano pronti allo scontro e consapevoli di quanto sarebbe accaduto: bastoni e manganelli, scudi di metallo, persino pietre e mattoni fino alle immancabili bombe incendiarie, si contavano in entrambi gli schieramenti. Non era una passeggiata di salute, questo era chiaro per tutti. La voglia di sangue era evidente. Ma ci sono delle vittime e gli unici ad avere ragione, adesso, sono i morti.
Cos’altro dire?  Tutto e niente. Quella Kiev che protestava pacificamente contro il despota, e che ci ha emozionato tutti, è un ricordo che sembra oggi lontanissimo. Poi è venuto il tempo dell’estremismo nazionalista e del suo tentativo, in parte riuscito e tutt’ora in corso, di influenzare tanto il governo ad interim quanto la città. Oggi sono ancora lì, sulle barricate, con i loro “comitati d’ordine” a minacciare la tenuta del fragile governo uscito da una piazza che non rappresenta: la gente voleva lavoro, diritti, non una guerra civile. Ma l’estrema destra ha fatto il gioco del Cremlino, radicalizzando lo scontro offrendo a Mosca una legittimazione per l’intervento in Crimea e in Ucraina orientale. La Russia, per coprire gli interessi economici che la muovono, ha anch’essa giocato con la bestia del nazionalismo: ma è una bestia che non obbedisce al padrone.
Oggi che la Russia ammette “non controlliamo più i separatisti” dopo avere per mesi affermato che non erano eterodiretti, viene da piangere. Oggi che il dado della guerra civile è tratto i burattinai si rendono conto di avere giocato troppo forte? E non solo i burattinai di Mosca ma anche di quelli di Washington, parimenti responsabili del disastro. E’ improbabile che un paese messo così possa andare alle urne il 25 maggio prossimo, ed è proprio questo lo scopo tanto degli estremisti di destra quanto dei separatisti russi. Senza elezioni sarà forse la guerra, quella risolutiva per i destini del paese nel secolo in corso. E i morti di Odessa saranno allora solo i primi della lista.
Di Matteo Zola

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