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6 febbraio 2014

Debito Perpetuo: La Vita in Vendita

Nel suo recente saggio “Democrazia vendesi”, Loretta Napoleoni raccontava di un popolo himalayano che era stato reso, da secolare consuetudine, schiavo del debito. Un debito che cresceva, si accumulava, matematicamente inestinguibile: come al giorno d’oggi in Italia, in Europa, ovunque. E quando non ebbero più nulla per poter far fronte a questo indebitamento, erano costretti a pagare il “signore” con gli unici beni che avevano ancora a disposizione: i corpi delle proprie figlie, immolati al mercimonio.
Senza scomodare le meste vicissitudini di remote popolazioni asiatiche, pensiamo a più prosaici e grotteschi casi nostri. A migliaia di connazionali sarà capitato di sottoscrivere un contratto di locazione. Quanti non hanno un lavoro, o hanno uno dei mille contratti a tempo determinato, o sottopagato, o comunque precario, si saranno visti imporre una clausola umiliante: quella della firma di garanzia di un genitore, magari novantenne, di un nonno, di un parente che ancora può contare sulla certezza di un assegno pensionistico. Sarà lui, in caso di insolvenza, a dover onorare l’impegno, il debito sottoscritto col proprietario dell’immobile.


Questa umiliazione oggi riguarda gli Stati. Riguarda l’Italia. La Corte dei Conti, oramai divenuta il cane da guardia del debito pubblico, ha ultimamente redarguito le agenzie di rating che hanno declassato il “Belpaese” in virtù della scarsa affidabilità nei confronti dei creditori internazionali, ricordando che a garanzia della propria solvibilità l’Italia è in grado di offrire in garanzia un patrimonio artistico e culturale unico al mondo. Impegneremo le nostre opere d’arte. Le metteremo all’attivo di un bilancio, e quando le voci passive si faranno – necessariamente – predominanti, le offriremo ai creditori, agli usurai.

E’ stato detto e ripetuto: non potremo mai saldare un debito con una moneta-debito. Il “circolante” finirà. E saremo costretti a pagare coi nostri beni, col lavoro non retribuito. Per essere poi costretti a chiedere altri prestiti e a riattivare il circolo vizioso. E un giorno pagheremo con la Cappella Sistina, coi Fori Imperiali, con l’Abbazia di Montecassino, col Castello di Miramare? O arriveremo, come gli himalayani, a pagare col corpo dei nostri figli? Incubo o realtà?
Chi può dirlo. Di certo, rebus sic stantibus, la strada imboccata è quella. Salvo uno scatto di orgoglio, salvo un auspicato risveglio delle coscienze.


Di Fabrizio Fiorini
Fonte: Rinascita.info
Nel suo recente saggio “Democrazia vendesi”, Loretta Napoleoni raccontava di un popolo himalayano che era stato reso, da secolare consuetudine, schiavo del debito. Un debito che cresceva, si accumulava, matematicamente inestinguibile: come al giorno d’oggi in Italia, in Europa, ovunque. E quando non ebbero più nulla per poter far fronte a questo indebitamento, erano costretti a pagare il “signore” con gli unici beni che avevano ancora a disposizione: i corpi delle proprie figlie, immolati al mercimonio.
Senza scomodare le meste vicissitudini di remote popolazioni asiatiche, pensiamo a più prosaici e grotteschi casi nostri. A migliaia di connazionali sarà capitato di sottoscrivere un contratto di locazione. Quanti non hanno un lavoro, o hanno uno dei mille contratti a tempo determinato, o sottopagato, o comunque precario, si saranno visti imporre una clausola umiliante: quella della firma di garanzia di un genitore, magari novantenne, di un nonno, di un parente che ancora può contare sulla certezza di un assegno pensionistico. Sarà lui, in caso di insolvenza, a dover onorare l’impegno, il debito sottoscritto col proprietario dell’immobile.
Questa umiliazione oggi riguarda gli Stati. Riguarda l’Italia. La Corte dei Conti, oramai divenuta il cane da guardia del debito pubblico, ha ultimamente redarguito le agenzie di rating che hanno declassato il “Belpaese” in virtù della scarsa affidabilità nei confronti dei creditori internazionali, ricordando che a garanzia della propria solvibilità l’Italia è in grado di offrire in garanzia un patrimonio artistico e culturale unico al mondo. Impegneremo le nostre opere d’arte. Le metteremo all’attivo di un bilancio, e quando le voci passive si faranno – necessariamente – predominanti, le offriremo ai creditori, agli usurai.
E’ stato detto e ripetuto: non potremo mai saldare un debito con una moneta-debito. Il “circolante” finirà. E saremo costretti a pagare coi nostri beni, col lavoro non retribuito. Per essere poi costretti a chiedere altri prestiti e a riattivare il circolo vizioso. E un giorno pagheremo con la Cappella Sistina, coi Fori Imperiali, con l’Abbazia di Montecassino, col Castello di Miramare? O arriveremo, come gli himalayani, a pagare col corpo dei nostri figli? Incubo o realtà?
Chi può dirlo. Di certo, rebus sic stantibus, la strada imboccata è quella. Salvo uno scatto di orgoglio, salvo un auspicato risveglio delle coscienze. - See more at: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=22967#sthash.vqZnTowr.dpuf

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