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8 aprile 2013

CRESCITA E DECRESCITA...PERCHE' UN CONCETTO NON ESCLUDE L'ALTRO

Premetto che sono un abbonato e un occasionale collaboratore del Fatto Quotidiano. Lo dico per sottolineare la mia affinità di vedute con la linea politica del giornale. Ciò non esclude, ovviamente, che a volte mi possa trovare in disaccordo con quanto scrive qualcuno dei suoi più autorevoli redattori, come mi è successo leggendo il commento di Furio Colombo intitolato “Crisi, l’ora della scelta tra crescita e decrescita” pubblicato domenica scorsa.
Di Maurizio Pallante
Il Fatto Quotidiano 
 
E non mi riferisco alla sua predilezione per la crescita con una più equa redistribuzione del reddito come sostenuto dai suoi economisti di riferimento, ma alle premesse concettuali che la sottendono, che Colombo manifesta commentando l’affermazione di Gianni Agnelli: «Non puoi dire decrescita. È una parola contro natura», con queste parole: «la frase è fondata – perché – i bambini crescono, gli animali crescono, la natura cresce». A parte l’ultimo esempio di cui mi sfugge il significato, le domando: i bambini e gli animali crescono per sempre o a un certo punto smettono di crescere? Noi abbiamo un cane di 17 anni. Cosa sarebbe diventato se avesse continuato a crescere da quando è nato? Lei dopo il 17 /18 anni ha continuato a crescere? Eppure, anche avendo smesso di crescere ha continuato a migliorare. La sua affermazione mi fa pensare a quel versetto del profeta Isaia in cui si legge: «Iddio acceca quelli che vuol perdere».

Come si fa a non vedere che ogni crescita arrivata a certo livello si arresta? Se, come sostiene Colombo, tutto ciò che è artificio dell’uomo segue il modello della natura, anche la crescita economica non può non arrestarsi, che lo si voglia o no, per eccesso di consumo di risorse e per eccesso di emissioni di sostanze non metabolizzabili dalla biosfera.

L’immaginazione al potere oggi si può realizzare solo a partire dalla liberazione del nostro immaginario collettivo dalla distopia della crescita illimitata (questo sì, questo sì). Solo a partire dalla rottura di questo velo, si potrà cominciare a vedere che le innovazioni scientifiche e tecnologiche possono e dovrebbero essere indirizzate ad aumentare l’efficienza con cui si usano le risorse, cioè a ridurre i consumi di energia e di materie prime, le emissioni inquinanti e i rifiuti, a parità di benessere. A realizzare una decrescita selettiva del Pil riducendo i consumi di merci che non sono beni.

La decrescita selettiva degli sprechi è l’unico modo di uscire dalla recessione, creando posti di lavoro utili. Immagini una politica economica e industriale finalizzata a ridurre gli sprechi energetici del nostro patrimonio edilizio, che attualmente richiede per il solo riscaldamento invernale 20 metri cubi di metano al metro quadrato all’anno contro il limite massimo di 7 consentito in Germania (dove gli edifici migliori ne consumano 1,5). Si darebbe avvio a uno sviluppo tecnologico senza precedenti. Quanta occupazione in lavori utili si creerebbe? I costi d’investimento verrebbero pagati dalla riduzione delle importazioni di gas e petrolio senza aumentare il debito pubblico. Si ridurrebbero le emissioni di anidride carbonica e le tensioni internazionali per accaparrarsi le fonti fossili.
Forse la fantasia al potere oggi passa proprio attraverso una decrescita selettiva dei consumi di merci prive oggettivamente di utilità. «Mai chiamarla decrescita – lei dice – è triste». La intristirebbe tanto una decrescita del debito pubblico? Speriamo che Iddio non abbia deciso di accecare tutti.

5 commenti:

  1. Mi dispiace dover registrare che sulla decrescita felice non si leggono altro che idiozie. Soprattutto i sostenitori della teoria, davvero nel campo delle fesserie eccellono.

    La decrescita felice è già in atto, porto un esempio pratico: il vino.
    Ultimamente le abitudini degli italiani sono mutate, si tende, almeno per quanto riguarda i giovani, a bere meno e a bere meglio. Il prodotto di qualità, evidentemente, costa di più e su questo dovete mettervi il cuore in pace. Meglio bere una volta ogni tanto una buona bottiglia che tutti i giorni un vinaccio acido. Questa è la decrescita felice, che è decrescita dei consumi e dei rigiuti prodotti, e non certo decrescita economica. Del resto, il fatto che una bottiglia di vino costi 3, 8 o 900 Euro è meramente convenzionale.

    Meglio tornare a mangiar carne una volta a settimana come 100 anni fa, ma mangiare carne di qualità. Meglio mangiar meno e meglio. Meglio avere 3 paia di scarpe italiane di qualità che 20 scarpe cinesi che valgono quello che costano, meglio una padella italiana da 50 euro che una cinese da 5, che dopo 1 anno la butti perchè l'antiaderente te lo sei mangiato (e lo hai dato da mangiare ai tuoi figli).

    Saluti

    Stefano P

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  2. Rimango allibita e frustrata da come tutti frantendano grossolanamente il significato della decrescita, scambiandola con poverta', con crisi economica, che invece e' effetto collaterale della crescita, e quindi l'esatto opposto della razionalizzazione a cui si vorrebbe tendere!

    Ora, al netto della malafede di chi fa da cantore dei poteri imperanti, ci sono tanti che davvero, come dice lei, dr. Pallante, Dio ha accecato.

    Persino Crozza si e' esibito in una battuta del tutto fuori luogo e fuori bersaglio, dicendo che Latouche se andasse a predicare ai pendolari inferociti sarebbe aggredito. Ma se la decrescita e' proprio investire sulle linee locali ad alta frequenza invece che su inutili Tav!

    Un appello accorato: cambiatele nome, a questa decrescita. Spremete qualche cervello del marketing, trovatele una definizione piu' appetibile, visto che si tratta di cosa giusta e positiva e lieta ed e' giusto che lo si sappia: cosi' la smetteranno di sfrantumare i cosiddetti con un puro pretesto linguistico.

    Milena D

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    1. basterebbe chiamarla crescita intelligente, ma sarebbe un non senso, per chi, l'intelligenza l'ha smarrita da troppo tempo

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  3. La crescita infinita e' un mito che vive puramente nell'immaginazione umana, anzi a dire il vero, anche in quel caso, l'infinito non ci appartiene, e' per noi intrattabile, ne siamo consci ma non ne comprendiamo a fondo il significato.
    Nonostante cio' mi e' capitato di assistere a riunioni della confindustria locale in cui si faceva apologia ed evangelizzazione del fatto che la soluzione alla crisi consistesse nel crescere, nell'ingrandirsi, nel superare una certa "dimensione" di produzione.
    Giunti alla saturazione dei mercati, al limite della soddisfazione dei bisogni, abbiamo messo in atto la mostruosita' del push pubblicitario, ossia la "creazione di nuovi bisogni", anche "futuri o possibili".
    Arrivati al limite della capacita' reddituale degli individui e delle famiglie, per "continuare a crescere" si e' deciso di agire su due fronti: incentivi statali, ossia denaro pubblico, da un lato e credito al consumo, ossia indebitamento degli individui, dall'altro.
    Abbiamo continuato ignoranti fino a che non e' diventato piu' che palese cio' che gia' da tempo era evidente...
    ...Nonostante cio', tutto cio', sento e leggo ancora che si debba "crescere" come soluzione, a cio' che e' un effetto della soluzione proposta stessa, e cio' e' quantomeno paradossale.
    Per cui tutta la mia piu' sincera solidarieta' e comprensione sul fatto che sia venuto il momento di cercare soluzioni che comportino il fatto di migliorare piuttosto che di crescere.

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