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23 settembre 2012

STAMPARE MONETA NON E' LA SOLUZIONE!

Stampare moneta è lo strumento corretto per uscire dalla crisi? 
La domanda diventa di estrema attualità dopo la decisione della Federal Reserve che ha deciso di procedere ad un terzo programma di Quantitative Easing, ossia a battere nuova moneta per comprare i titoli in cui sono impacchettati mutui ipotecari americani con l’obiettivo di aiutare il mercato immobiliare e di far salire la Borsa. Il programma di acquisti di 40 miliardi di dollari il mese è illimitato: verrà infatti terminato solo quando si vedranno dei concreti effetti sulla crescita e sul mercato del lavoro statunitensi. Ad esso si aggiunge l’impegno a non alzare i tassi di interesse fino al 2015. Si tratta della terza operazione di questo genere che segue quelle già intraprese negli ultimi quattro anni. 

Politiche monetarie analoghe vengono attuate dalla Banca del Giappone, da quella d’Inghilterra e anche dalla nostra Banca nazionale allo scopo di difendere il tasso di cambio minimo del franco nei confronti dell’euro. Diversa è invece la natura degli interventi della Banca centrale europea, che nel suo piano di lotta contro i tassi di interesse molto alti dei Paesi europei deboli prevede di sterilizzare la moneta creata attraverso l’emissione di titoli dello stesso istituto venduti alle banche o attraverso la vendita di altre obbligazioni da lei detenute.

Secondo una ricerca, citata dalla Fed, le operazioni finora effettuate negli Stati Uniti hanno permesso di ridurre il costo del denaro e hanno fatto crescere l’economia di almeno il 3%. Sta però di fatto che la stessa banca centrale americana appare poco soddisfatta dei risultati raggiunti finora, perché la ripresa appare modesta e la disoccupazione continua ad essere elevata.
Altrettanto vale per gli altri Paesi. Ad esempio, in Gran Bretagna la combinazione di politica monetaria espansiva e di rigore fiscale non ha evitato la ricaduta in recessione del Paese. Comprensibilmente si è aperto un dibattito sull’efficacia di questi interventi. Alcuni sostengono che queste misure non funzionano, poiché in una crisi da eccesso di debiti occorre molto tempo per riequilibrare la posizione finanziaria degli attori indebitati. Altri sostengono che questi interventi sono stati troppo timidi, ma che la loro bontà è dimostrata dal fatto che hanno impedito che la crisi si aggravasse.

Molto probabilmente più vicini a fornire una spiegazione convincente sono coloro i quali affermano che queste politiche non sono neutrali e che non favoriscono gli strati sociali meno abbienti che potrebbero mettere in moto la ripresa con i loro consumi. Infatti la stampa di nuova moneta e gli interessi di poco superiori allo zero premiano le banche, che possono rifinanziarsi a basso costo, i grandi operatori finanziari (hedge fund, fondi private equity ecc.) che possono prendere a prestito grandi capitali per poi effettuare le loro speculazioni e gli attori economici indebitati. 

Vengono invece penalizzati i piccoli risparmiatori prudenti e anche le casse pensioni che non riescono ad ottenere rendimenti soddisfacenti dai loro investimenti obbligazionari. La trasmissione di queste politiche all’economia reale continua a non funzionare: infatti questi interventi non si sono tradotti in un aumento dei crediti ad imprese e famiglie. Ma c’è di più: queste politiche contribuiscono ad alterare ulteriormente la distribuzione dei redditi, poiché rischiano di favorire la formazione di nuove bolle speculative senza riuscire a scorrere fino all’economia reale creando le condizioni di una solida e duratura ripresa. 

Insomma, siamo di fronte ad un nuovo esperimento che però non coglie né cerca di incidere su una delle cause della crisi che è stato l’allargamento dei divari di reddito. Sarebbero forse più efficaci interventi fiscali tesi ad aumentare la capacità di spesa dei ceti medi e degli strati sociali meno favoriti, ma questi sono resi difficili dai disavanzi pubblici e anche da una visione dell’economia che vede nel miglioramento delle condizioni dei mercati finanziari la condizione indispensabile per rilanciare la crescita. Dunque, questa politica dei bassi tassi di interesse e di continua stampa di nuova moneta sta danneggiando i piccoli risparmiatori e non sembra aiutare molto (almeno finora) la ripresa dell’economia.

Di Alfonso Tuor
Corriere Del Ticino

2 commenti:

  1. Solitamente , una politica economica in inflazione non è il toccasana ma l'inizio di una fase di avvio della domanda aggregata. Ad essa deve seguire, a ripresa avviata, una fase di consolidamento della produzione e tutela del lavoro con provvedimenti tesi alla ricerca in campo industriale, al miglioramento della qualità del prodotto ed infine una stabilizzazione conomica della classe media. Se si lasciano inevasi i provvedimenti sulla remunerazione del lavoro e sul welfare in generale, si esaurisce in breve tempo la domanda interna e si ritorna allo status quo precedente. Non sono un economista ma questa è il mio pensiero.
    Vito Leucci

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  2. smettiamola di investire n finanza, se tutti i picoli risparmiatori la smettessero i alimentare la finanza, ed usassero i loro soldi solo per cose reli e concrete, ci sarebbe forse un iniziale aggravio della crisi ma tutta la imondiia speculativa verrebbe spazzata via e i tornerebbe ad una economia rele.

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