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21 agosto 2012

CHI SONO I TERRORISTI?

Facendo un bilancio delle operazioni compiute dalla VČK nella lotta alla controrivoluzione, Dzeržinskij stigmatizzava così coloro che volevano abbattere il potere sovietico e il governo degli operai e dei contadini:
Felix
Edmundovič
Dzeržinskij
"Operai! Guardate questi uomini! Chi voleva vendervi e tradirvi? Ecco, erano cadetti proprietari immobiliari, 'nobili' pedagoghi con l'etichetta di spia stampata in fronte, ufficiali e generali, ingegneri e vecchi principi, baroni e menscevichi di destra decaduti. Il principe Andronnikov, amico di Rasputin e di Nicola, accusato di spionaggio in favore dei tedeschi; il cadetto Ščepkin, presidente del Centro Nazionale; il generale Machov; il barone Stremberg e il menscevico Rozanov, catturato in una retata nell'appartamento del russo Wilhelm Steininger, spia accertata: tutto si mescola in un mucchio ripugnante di banditi, spie, traditori, servitori mercenari delle banche inglesi…"
Gli aggressori imperialisti cercavano di nascondere i loro crimini e quelli dei loro complici, gli attentati, le fucilazioni di massa di comunisti e di soldati dell'Armata rossa fatti prigionieri, le efferatezze commesse dalle guardie bianche nei territori occupati, accusando il potere sovietico ed in particolare la VČK di scatenare il terrore.
La stampa borghese sollevò un tremendo clamore. Contro la VČK incominciarono a diffondersi le più terribili calunnie. Con grida disperate sul terrore rosso e gli "orrori" della repressione.
Dzeržinskij veniva dipinto come un mostro: il suo nome era invariabilmente citato con l'epiteto di "boia rosso".

Lenin intervenne in più occasioni ribaltando le accuse di terrorismo che venivano mosse al potere sovietico su coloro che l'avevano provocato con le aggressioni militari, con il blocco economico e con il loro appoggio determinante ai generali bianchi. Nel suo rapporto all'VIII Conferenza del PCR(b) [1], egli disse:
"Finora la piccola borghesia d'Europa ci ha soprattutto accusati di terrorismo, di repressione brutale degli intellettuali e dei piccolo-borghesi. A ciò risponderemo: ‘Tutto questo ce lo avete imposto voi, ce l'hanno imposto i vostri governi'. Quando si grida contro il terrore, noi rispondiamo: ‘E quando le potenze che hanno in mano la flotta mondiale, che posseggono forze militari cento volte superiori alle nostre, si scagliano contro di noi e costringono tutti i piccoli Stati a battersi contro di noi, questo non è forse terrorismo?'. Non si è forse trattato di un vero terrore quando tutte le potenze si sono unite contro un paese, uno dei paesi più arretrati e dei più indeboliti dalla guerra?
Ne deriva che l'accusa di terrorismo, nella misura in cui è giustificata, non ricade su di noi, ma sulla borghesia. Questa ci ha imposto il terrore. E noi compiremo i primi passi per limitarlo al minimo non appena avremo messo fine all'origine principale del terrorismo, all'aggressione dell'imperialismo mondiale, ai complotti militari e alla pressione militare dell'imperialismo mondiale sul nostro paese".
Lenin ribadì il concetto nel suo rapporto al VII Congresso dei soviet di tutta la Russia [2]:
"Ci hanno sempre accusati di terrorismo. È un'accusa corrente, che troviamo sempre sulla stampa. Ci accusano di aver eretto a principio il terrorismo. A questo rispondiamo: (…) il terrore ci è stato imposto; si dimentica che il terrore è stato suscitato dall'invasione dell'onnipotente Intesa. Che cos'è se non terrore il blocco posto dalla lotta mondiale a un paese affamato? Che cosa sono se non terrore le rivolte delle guardie bianche organizzate da rappresentanti stranieri, che si valgono della cosiddetta immunità diplomatica? (…) Il terrore ci è stato imposto dal terrorismo dell'Intesa, dal terrorismo del capitalismo mondiale e onnipotente che ha soffocato, soffoca e condanna alla morte per fame gli operai e i contadini che lottano per la libertà del loro paese".
1) Lenin, Opere complete "Rapporto politico del Comitato centrale. 2 dicembre 1919", Editori Riuniti, Roma, 1967, vol. 30, pp. 157-158.
2) Lenin, Opere complete "Rapporto del CEC della Russia e del Consiglio dei commissari del popolo. 5 dicembre 1919", Editori Riuniti, Roma, 1967, vol. 30, p. 197.
In occasione dell'anniversario della scomparsa di Felix Edmundovič Dzeržinskij (20/07/1926)
Stralci tratti dall'introduzione di Adriana Chiaia e dalle pagine del libro
A. V. TiŠkov, Dzeržinskij il «giacobino proletario» di Lenin. Una vita per il comunismo,
Zambon Editore. 2012.
Tratto da Resistenze.org

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