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8 marzo 2012

Utilità sociale

L’art. 41 della Costituzione della Repubblica Italiana, riconosce che l’iniziativa economica privata è libera ma precisa che essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale. Ecco, il vero problema è che ciò che viene chiamato "utilità sociale" non è mai stato definito. Quindi tutto l'art.41 può essere interpretato in modi molto diversi. Ad esempio: è socialmente utile possedere un'elevata alfabetizzazione? Se sì, perchè? In un'intervista J.Saramago (Nobel per la letteratura recentemente scomparso) disse che la persona che più l'aveva influenzato in vita era stato suo nonno analfabeta. L'ho trovata un'affermazione curiosa: un letterato di primissimo ordine che adora un analfabeta!
Per collocare la domanda correttamente bisogna quindi contestualizzarla. 
Di Tonguessy
Per un contadino come il nonno di Saramago sapere interpretare la natura e trarne utili insegnamenti con cui sfamare la famiglia, educare i figli e condurre una vita dignitosa non necessitava di scrittura/lettura alcuna. Peccato che gli addetti all'agricoltura in Italia siano oggi circa il 5% degli addetti totali, quindi quegli insegnamenti non siano oggi più disponibili per la quasi totalità della popolazione.

E l'altro 95%? La grossa parte sono impiegati nel terziario, ed il rimanente nel secondario. Si potrebbe discutere se un addetto alla pressa abbia bisogno di sapere leggere, ma è fuori discussione che un impiegato di banca lo debba fare in modo corretto.


Ecco quindi spiegato il motivo della necessità modernista della lettura: serve principalmente a veicolare quelle informazioni che rappresentano quel collante attraverso cui il Mercato acquisisce le maestranze necessarie alla sua espansione. In presenza di poco Mercato (così come testimoniato da Saramago) può non essere necessario quel collante, e prendono forma altre straordinarie esperienze di vita premoderna.

Nel mio piccolo anch'io ho una sconfinata stima nei confronti di mio nonno analfabeta, la cui vita vista con i miei occhi di bambino ancora oggi brilla di una luce scintillante che ho difficoltà a ritrovare in altri uomini pur di elevata cultura.

Possiamo quindi concludere che l'analfabetismo sia socialmente utile, oppure dannoso? La verità è che nella modernità (e diversamente dai tempi ad essa antecedenti) l'alfabetizzazione è una necessità sociale determinata dalle elites che governano l'economia. Hanno bisogno di lavoratori che sappiano correttamente interpretare gli ordini SCRITTI, e quindi l'analfabetismo dei nonni va combattuto, mentre fino a prima era tranquillamente accettato: per il lavoro dei campi o artigianali tradizionali non occorreva saper leggere e tutto il sistema si teneva in piedi lo stesso anche senza lettura.

Fatto questo lungo preambolo in cui mi schiero definitivamente dalla parte dei nonni che sanno vivere pur non sapendo leggere, voglio chiarire che guardo con sospetto chi non vuole leggere. La nostra è una società strutturata nella lettura con un analfabetismo di ritorno che non trova conforto nei numeri degli addetti in arti e mestieri che non richiedono lettura. Perchè?

Per caos comunicativo, ovvero per cambio dei paradigmi in atto. Nel caso dei nonni i messaggi avevano un'ordine gerarchico assolutamente individuabile, dove il denominatore comune era semplicissimo e si chiamava fame e volontà di miglioramento. Tutta la gerarchia di valori e comunicazioni veniva di conseguenza. Certo, si potrebbe discutere quale miglioramento sia la devastazione ambientale e relazionale in cambio di gadget elettronici, utilitarie, condomini e asfalto.

Per fortuna oggi la fame non c'è più (sulla volontà di miglioramento, data la complessità dell'argomento evito di dilungarmi) e tutta la strategia comunicativa è anzi basata sul minimizzare la povertà ed esaltare nel contempo il suo opposto, ovvero un'insolente opulenza. I libri fanno ancora parte del tentativo di affrancamento dalla fame e come tali è ora di metterli in disparte.

C'è tutta la storia delle ultime 4 generazioni delle italiche genti in queste mie ultime frasi.

fine '800- analfabetismo al 70%, addetti agricoltura 60%, industria 25%, servizi 15%

inizi '900- analfabetismo al 50%, addetti agricoltura 50%, industria 25% servizi 25%

secondo dopoguerra- analfabetismo al 10%, addetti agricoltura 25%, industria 40%, servizi 35%

fine '900- analfabetismo all'1%, addetti agricoltura 5%, industria 35%, servizi 60%.[1][2][3]

L'alfabetizzazione fu considerata di enorme utilità sociale al punto di obbligare le nuove generazioni a prestazioni scolastiche sempre più impegnative fino agli attuali 12 anni di frequenza media contro i soli 3 degli anni '50.

E' un peccato che lettura abbia oggi esaurito il suo scopo simbolico: quello di farci avvicinare ai padroni. Oggi crediamo di esserci avvicinati così tanto da non ritenerla più così importante. E' sparito quell'afflato modernista che animava le due generazioni precedenti alla nostra.

A dimostrazione di questo c'è il grido di allarme di Tullio De Mauro, illustre linguista, che denuncia come nonostante l'alta scolarizzazione vi sia un 70% di italiani che non sa interpretare correttamente un testo di media difficoltà. [4]
Il fatto è che i nuovi arrivati, le nuove elites non mostrano nessun segno di elevata conoscenza delle strutture grammaticali e sintattiche; mostrano piuttosto un disinvolto narcisismo. La nuova classe politica, ad esempio, a fronte di stipendi oltraggiosamente al di sopra della media europea, vede negli ultimi decenni un calo evidente di laureati, compensato da un aumento di imprenditori e liberi professionisti. Si sta passando dall'Accademia della Crusca alla crusca. Tralascio per ovvi motivi di decenza i rapporti costi/prestazioni che tale classe ci offre.

Per un calciatore o una velina, insomma, ha poca importanza saperne qualcosa di letteratura o di saggistica. Loro, nell'immaginario collettivo modernista, sono "arrivati" proprio come Fabrizio Corona (e molto diversamente da Mauro Corona). Calciatori e “mediatori”, e non più gli azzimati ingegneri e medici, pare siano diventato i modelli sociale da imitare. Superquiz, giochi a premi, enalotto e sogni di soldi a pioggia hanno sostituito i libri.

Non più impegnative letture per contrastare la divisione sociale con la forza delle idee acquisite quindi, ma frivolezze da boutique. In generale mi sento di dire che legge ancora chi crede di potere imparare qualcosa, magari in linea con quella “utilità sociale” cui fa riferimento l'art 41. Una volta il benessere passava attraverso l'acquisizione di competenze utili alla cultura modernista: l'università, la laurea, il lavoro ben retribuito.
Oggi questo percorso non porta più ai risultati di un tempo ed i call center sono zeppi di laureati che accettano di lavorare con contratto a termine per poche centinaia di euro al mese.

L'art.41 diventa così un castello nel deserto: essendo diventata oggi la vetusta “utilità sociale” cui facevano riferimento i Padri Costituenti un paradigma di poca utilità sociale, ci troviamo nell'imbarazzante caso in cui viene accettata come socialmente utile, ad esempio, la pubblicità nelle reti televisive che, con il suo indotto e la sua martellante capacità di manipolazione dei desideri, funziona da volano per il PIL, unico marcatore di “utilità sociale” oggi riconosciuto.

La principale “utilità sociale” attuale, dopo quella passata di formare un popolo di lavoratori utili all'industria e al terziario, sembra sia formare un popolo di consumatori e nulla più. La dipendenza televisiva e tecnologica, secondo De Mauro, favorisce l'analfabetismo di ritorno, innescando così un movimento a spirale sempre più difficile da spezzare.
 

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