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12 febbraio 2012

ISRAELE: 2300 beduini saranno sgomberati per ampliare gli insediamenti

La scadenza pare avvicinarsi. Secondo le autorità militari israeliane, il progetto pronto da anni per trasferire 20 comunità di beduini palestinesi, 2300 persone in tutto, in modo da consentire di ampliare l’insediamento di Ma’ale Adumim nella Cisgiordania occupata, dovrebbe iniziare a breve. La maggior parte degli sgomberati, che appartengono quasi interamente alla comunità beduina jahalin, doveva, almeno secondo i piani iniziali delle autorità israeliane, essere ricollocata in un’area a 300 metri di distanza dalla discarica comunale di Gerusalemme… Un impegno a voce dell’ultimo minuto ha scongiurato, per il momento, questa ipotesi: le autorità militari israeliane dicono che individueranno una nuova area.
Le persone e la Dignità

In un rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha ricordato a Israele che trasferimenti di popolazione, eseguiti senza consultare le comunità interessate e anzi contro la volontà di queste ultime, costituiscono una violazione delle norme internazionali. Se portato avanti, il piano di sgombero dei beduini per far posto alle nuove costruzioni di Ma’ale Adumim, darà il colpo di grazia a un gruppo di persone tra le più povere della Cisgiordania occupata.

I beduini jahalin sono stati già raggiunti da numerose ordinanze di demolizione, riguardanti abitazioni, cucine, toilette all’aperto, recinti per animali e anche due scuole elementari di Khan al-Ahmar (nella foto), nella zona di Wadi Abu Hindi. I bambini costituiscono i due terzi delle persone della comunità. Pare che anche le due scuole in questione, per il momento, non verranno abbattute. Ma si tratta sempre di un impegno a voce, non di una decisione ufficiale. 

Quella dei jahalin è una storia decennale di sgomberi. All’inizio degli anni Cinquanta vennero espulsi dalla zona di Tel Arad, nel Negev, verso la Cisgiordania. Dopo la guerra e l’occupazione del 1967, le loro terre vennero in larga parte dichiarate “zona militare” e confiscate per motivi di sicurezza (poco dopo, si cominciò a costruire gli insediamenti). Altre aree furono dichiarate “riserva naturale” e inibite al pascolo. Alla fine, lo spazio a disposizione del beduini jahalin si è ridotto a pochi campi a est di Gerusalemme.

“Sono cresciuto in un periodo nel quale i beduini potevano muoversi tra la Cisgiordania e la Giordania, che ci governava” – racconta Abu Raed della piccola sottocomunità degli al-Mihtwish. “Dove c’era terra da pascolo, ci andavamo. Nel 1975 Israele ha iniziato a creare le zone militari e ci hanno spinto verso l’esterno dei terreni, ai bordi delle strade.  Poi sono arrivati gli insediamenti. Via via che crescevano, hanno messo il filo spinato e una serie di costruzioni per la loro sicurezza. Non ci hanno più fatto accedere ai terreni e all’acqua”.

Nel 1975, Israele espropriò 3000 ettari di terreno dove vivevano i jahalin, per avviare la costruzione dell’insediamento di Ma’ale Adumim. Negli anni successivi, altra terra è stata sottratta per costruire la zona industriale di Mishor Adumim e gli insediamenti di Kfar Adumim e Qedar. Nel 1991, Ma’ale Adumim è stato riconosciuto comune. Da lì in poi, è stato un continuo emanare ordinanze di sgombero, alcune eseguite, altre sospese a causa dei ricorsi all’Alta corte di giustizia. Una sentenza, in particolare, ha lasciato il segno:  un ricorso respinto, in quanto i beduini non avevano un titolo di possesso ufficiale sui terreni destinati allo sgombero. 

Siamo nell’area C (il 60 per cento della Cisgiordania occupata, le cui condizioni sono egregiamente descritte in questo articolo di Robert Fisk), che in base agli accordi di Oslo tra Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, rimane sotto il completo controllo di sicurezza da parte dell’esercito israeliano e, per le altre questioni, dell’Amministrazione civile israeliana. Quest’ultimo organismo ha stabilito che i palestinesi non possono edificare sul 70 per cento dell’area C, ha stabilito forti restrizioni sul 29 per cento e autorizzato costruzioni sul restante uno per cento.

Nel frattempo, in violazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza e delle norme internazionali (tra cui la Quarta Convenzione di Ginevra, che vieta a una potenza occupante di trasferire la sua popolazione nel territorio che occupa), Israele ha costruito in Cisgiordania oltre 150 insediamenti.

A causa dell’assenza di terreni da pascolo, molti beduini hanno abbandonato il loro stile di vita e dipendono dagli aiuti umanitari: la metà di essi è considerata a rischio alimentare, nessuna famiglia ha l’allacciamento alla corrente elettrica e solo la metà è collegata alla rete idrica.
L’anno scorso, le comunità beduine hanno costituito il Comitato per la protezione dei beduini della periferia di Gerusalemme, composto da un rappresentante per ciascuna delle 20 comunità. Cercheranno di opporsi agli sgomberi, appoggiati dalle organizzazioni internazionali, israeliane e palestinesi per i diritti umani.

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