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17 febbraio 2012

GRECIA TRA STATO SOCIALE E IMPOSIZIONI LIBERISTE

La crisi senza fine della Grecia è esemplare per comprendere la deriva di una Unione Europea che vive la contraddizione di voler giustamente conservare da un lato un minimo di Stato sociale e che dall’altro si trova costretta a tagliare i diritti di chi lavora, tra stipendi e pensioni, per permettere alle proprie aziende di essere competitive con i prodotti di Paesi che usufruiscono di un costo del lavoro 8-10 volte minore di quello europeo. Una competizione destinata ad una inevitabile sconfitta laddove è basata sulla riduzione dei costi di produzione ma con possibilità di successo se basata sull’innovazione tecnologica soltanto per un Paese come la Germania che da più di un secolo è il più avanti di tutti in questo settore e che può basarsi su una struttura produttiva delle aziende elastica e capace di rinnovarsi in continuazione e su un sistema statale che fa un punto d’onore del sostegno alle imprese nazionali.
Di Filippo Ghira
Rinascita

La crisi in corso vede così maggiormente in difficoltà Paesi come quelli mediterranei che più degli altri avevano investito su un sistema di Stato sociale che tutelasse quanti erano rimasti ai margini dello sviluppo economico e che sono rimasti travolti dalla crisi finanziaria innescata dai mercati statunitense e inglese che ci ha messo pochissimo a trasformarsi prima in crisi e poi in recessione e depressione economiche. 

Il paradosso e il tragico della crisi greca, ma anche di quella italiana, spagnola, portoghese e irlandese, è che le ricette suggerite come soluzione sono di stretta marca anglo-americana. Ricette che implicano un mercato del lavoro sempre più precario e flessibile, con libertà totale di licenziamento, con buste paga fatte di straordinari e di premi di produzione, con privatizzazioni delle aziende pubbliche dell’energia e delle telecomunicazioni, e con la più assoluta libertà nelle operazioni finanziarie. Che sarebbe come affidare alle varie Mafie transfrontaliere il controllo della sicurezza.
Il primo aiuto finanziario “concesso” alla Grecia dall’Unione europea, dalla Bce e dal Fmi per 90 miliardi di euro e il secondo di 130 miliardi, sul quale si sta ancora trattando, sono stati vincolati a tutta una serie di misure che vanno da un aumento esponenziale delle tasse ad una trasformazione del lavoro in merce. Misure varate nel primo caso da un governo nominalmente socialista e il secondo da un governo tecnico-tecnocratico di unità nazionale guidato da uno dei tanti banditi, Lucas Papademos, che hanno lavorato per la Goldman Sachs, la banca per eccellenza della più schifosa speculazione finanziaria.

La rabbia dei cittadini greci (nella foto) è esplosa in tutta la sua dirompente forza con gli assalti ai Palazzi del potere legale, Ministeri e Parlamenti, e con l’assalto sicuramente più significativo alle sedi delle banche, diverse delle quali sono state date alle fiamme. I Ppaesi più forti dell’Unione europea, Germania e Francia, stanno facendo pressioni su Papademos perché attui in tempi rapidissimi le riforme promesse e votate dal Parlamento, altrimenti il secondo prestito non arriverà, il Paese dovrà dichiarare bancarotta ed uscire dal sistema dell’euro. Le posizioni delle classi dirigenti di Berlino e Parigi sono però quanto mai diversificate. 

Se infatti il cancelliere Angela Merkel ripete di volere che la Grecia resti nell’euro, a fronte del rispetto degli impegni perse, c’è chi come il ministro dell’Economia, Wolfang Schauble, non esclude che Atene possa essere buttata fuori senza troppi complimenti. In realtà una uscita dal’euro sarebbe devastante soprattutto per le banche francesi e tedesche che avevano investito massicciamente nei titoli di Stato greci e che già dovranno subire una decurtazione dei propri crediti che potrebbe arrivare fino al 75%. Acquisti che sono legati anche ad una presenza “storica” delle imprese tedesche e francesi nel capitale azionario di numerose aziende greche. Non è un caso che nell’estate scorsa una quota del 10% della principale azienda pubblica delle telecomunicazioni sia stata svenduta alla Deutsche Telekom.

La rabbia dei cittadini e di quei pochi politici che provano ancora un minimo di orgoglio nazionale e che credono nella sovranità della Grecia, si è riversata così contro politici stranieri come Schauble e in genere contro la Germania accusata di avere un atteggiamento troppo rigido. Ma proprio dalla Germania è venuta una mano tesa. Quella dell’ex commissario europeo, Guenter Verheugen, che ha ammonito i governi europei e la tecnocrazia di Bruxelles a non trattare i greci come criminali anche perché, ha sottolineato, c’è la sensazione che i pompieri, che a parole vorrebbero salvare la Grecia, si stiano trasformandosi in piromani.
L’occhio degli osservatori internazionali è adesso rivolto alle prossime elezioni di aprile che dovrebbero registrare la vittoria di Nuova Democrazia (conservatori), prima responsabile della falsificazione dei conti pubblici, il tracollo dei socialisti del Pasok, partito attualmente di maggioranza, ridotti a sotto il 10% dei voti, un aumento travolgente dei partiti di sinistra, comunisti compresi, e una sostanziale tenuta dell’estrema destra dei popolari-ortodossi. Una situazione di instabilità che a molti ricorda il clima che precedette il colpo di Stato dei colonnelli dell’aprile 1967 e la dura dittatura che ne derivò.

Il presidente greco, Karolos Papoulias, durante una cena con i vertici militari ha affermato che “i politici dovrebbero prendere esempio dai nostri soldati, che sono sempre stati dalla parte della Patria”. Mentre dalla Germania l'ex capo di Stato maggiore tedesco Harald Kujat,  ha dichiarato al quotidiano Bild che sempre più gente in Grecia si rende conto che è stato il disastroso lavoro dei politici greci a condurre a questa drammatica situazione. Molti cittadini si trovano così portati ad invocare qualcuno che sia in grado di rimettere ordine, che non sia corrotto e che abbia il coraggio di cambiare qualcosa. 

Ma la Grecia fa parte della Nato che finirebbe per intervenire sui militari greci e bloccarli. Si deve quindi segnalare con soddisfazione che un generale greco, citato da un preoccupato Bild, alla domanda su che cosa farebbe se fosse posto di fronte alla eventualità di un ordine dall’alto di inviare i carri armati a proteggere le banche, ha replicato che li manderebbe senz'altro, ma dentro ci sarebbe lui stesso a sparare la prima granata sulle banche. Forza Grecia! Benvenuto compagno generale!

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