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23 dicembre 2011

L’UE è il regno della irresponsabilità politica

Il 12 dicembre si è tenuta a Roma l'Assemblea di Alternativa Lazio. In quell'assemblea ho proposto che l'Assemblea Nazionale potesse esprimersi su un ordine del giorno, che allego, con il quale ho cercato di dimostrare ai militanti e ai simpatizzanti di Alternativa ancora contrari all'uscita dalla UE, che essi da quasi tre anni si stanno impegnando per redigere un programma che non può essere attuato rimanendo all'interno dell'Unione europea. In parte, per mancanza di competenze e poteri normativi, trasferiti ad organi europei. In parte, perché, nei casi in cui Parlamento e Governo conservano il potere di introdurre nell'ordinamento italiano le norme giuridiche desiderate, per evitare conseguenze deleterie sarebbe necessario emanare altre norme giuridiche, che invece la UE ci impedisce di emanare. All'unanimità, l'ordine del giorno è stato ammesso alla discussione dell'Assemblea Nazionale, nella convinzione che fosse meritevole di essere discusso, pur senza aver avuto il consenso maggioritario dell'assemblea di Alternativa Lazio.
Di Stefano D'Andrea
Appello Al Popolo


Pubblico l'ordine del giorno – sul fondamento del quale ho proposto un emendamento, che pure ho allegato - perché, a mio avviso, esso dimostra nella maniera più limpida che la deresponsabilizzazione politica generata dalla UE, non riguarda soltanto i politici di governo (negli ultimi venti anni, indifferentemente di centro destra e di centro sinistra); bensì anche i piccoli gruppi politici di opposizione che si vanno formando e i diversi movimenti e associazioni della cosiddetta società civile. Divenire consapevoli che molte proposte sostenute da cittadini, da movimenti, da laboratori politici e da blogs non possono essere realizzate in Italia nemmeno all'unanimità e nemmeno modificando la costituzione, è un passaggio obbligato per uscire dal campo della declamazioni irrealizzabili ed estranee al contesto politico-giuridico e per far sorgere almeno il dubbio che sia necessario invertire la rotta e riprenderci la sovranità

***

Ordine del giorno: L’UE non può essere trasformata in una organizzazione fondata su principi opposti e contrari a quelli che oggi la caratterizzano. Perché l’Italia deve recedere dai trattati istitutivi.

La bozza di programma di Alternativa contiene molte proposte politiche, condivisibili nei contenuti, che, tuttavia, il Parlamento Italiano non potrebbe validamente tradurre in principi politico-giuridici nemmeno se i deputati concordassero all’unanimità e nemmeno se fossero disposti a mutare la Costituzione della Repubblica italiana.

Ciò è dovuto al fatto che, con alcune delle proposte inserite nella bozza di programma di Alternativa, si vorrebbero modificare, non tanto regole contenute nel diritto “derivato” europeo (il diritto emanato dagli organi previsti nei trattati europei), bensì, addirittura, i principi e i (dis)valori costitutivi della UE, enunciati nei trattati istitutivi.

Altre proposte inserite nel programma sono astrattamente traducibili in leggi italiane, non contrarie al diritto europeo, ma di fatto assolutamente sconsigliabili e deleterie, proprio a causa della vigenza del diritto europeo. Infatti, alcuni vincoli europei impedirebbero a quelle proposte di svolgere gli effetti positivi voluti e comporterebbero effetti deleteri per il sistema sociale e produttivo italiano.

Senza aspirare alla completezza, si segnalano le seguenti apparenti incongruenze:

1.       Quando, sotto la rubrica “B. I Rapporti internazionali”, si propongono “Risposte politiche nazionali ed europee alla speculazione delle oligarchie finanziarie”, non si tiene conto che, senza un recupero della sovranità nazionale nei confronti della UE, l’Italia non potrebbe adottare alcuna efficace risposta politica. Per recare un solo esempio. I vincoli di portafoglio per le banche e le assicurazioni italiane di detenere titoli del debito pubblico italiano – italiano, non dei paesi europei –  o contrasterebbero direttamente con il diritto europeo o, comunque, imporrebbero di concedere alle banche italiane una “contropartita” (una tutela) che il diritto europeo della concorrenza e del divieto di aiuti di stato non consentirebbe e renderebbe invalida. Insomma per prendere in Italia delle risposte è necessario uscire dalla UE.

Invece, per quanto riguarda le “risposte europee”, che meglio andrebbero definite della UE, esse non possono esservi, perché uno dei principi fondanti della UE (paragonabile a quello che per l’Italia è il principio di laicità dello stato) è il libero mercato e la libera circolazione dei servizi (tra i quali quello bancario e finanziario, in generale) e la sottoposizione degli Stati al giudizio dei mercati. Salvo che si intendano modificare i trattati europei e adottare, con il consenso di tutti gli stati, principi opposti a quelli vigenti. Ma stiamo discorrendo dei principi fondanti della UE. Chi è contro quei principi è contrario alla UE – anche se per pavidità o tatticismo non lo ammette – e non semplicemente favorevole a una modifica della UE.

Per recare un esempio paradigmatico, non si può essere al tempo stesso sostenitori della Costituzione della Repubblica italiana e favorevoli a uno stato italiano confessionale o a una Italia governata da una dittatura militare. Stato confessionale e dittatura militare non si ottengono modificando la costituzione italiana, bensì cancellandola.

2.       Quando, sotto la rubrica “B. 3 Europa – Salvare gli europei da questa unione europea” si propone la “Pubblicizzazione delle banche centrali nazionali (e di conseguenza della BCE)”, si dice cosa fattibile per la Banca d’Italia (invero cosa imprecisa per molte altre banche centrali nazionali che già sono pubbliche) e cosa irrealizzabile per la BCE, salvo modificare i trattati europei e adottare, con il necessario consenso di tutti gli stati, principi opposti a quelli vigenti. Valgono, in proposito tutte le osservazioni critiche svolte testé sotto il punto 1.

3.       Quando, sotto la rubrica “C. I Lavoro” si propone “Sostegno politico e finanziario all’economia solidale e alle buone prassi locali… sostegno pubblico al km zero e alla filiera corta”, non si tiene il dovuto conto che, salvo piccoli “aiuti”, i quali sono già consentiti dal diritto della UE e sono e sarebbero completamente irrilevanti per modificare il quadro complessivo del settore distributivo, il divieto europeo di “aiuti di stato” (altro principio fondante della UE) e il principio della libera circolazione delle merci (ulteriore principio fondante della UE) rendono del tutto vana la proposta politica. Se nel testo si allude a provvedimenti strutturali, idonei a governare e ristrutturare il sistema della distribuzione delle merci e dei servizi, essi integrerebbero certamente la fattispecie illecita (per la UE) del “divieto di aiuti di stato” e comporterebbero limitazioni illecite (per la UE) alla libera circolazione delle merci. I provvedimenti normativi dovrebbero essere disapplicati dai giudici italiani, finanche se fossero adottati dal Parlamento Italiano all’unanimità e finanche se fossero introdotti nell’ordinamento con norme di revisione costituzionale.

4.       Quando sotto la rubrica “C. 3 Banche” si propone: “Separazione fra banche commerciali e banche d’affari e banche di investimento” non si tiene conto che, pur senza indagare se una simile norma, eventualmente emanata dal Parlamento Italiano, sia valida per l’ordinamento della UE (che prevale sull’ordinamento italiano), e quindi anche ad ammettere che sia valida, certamente una volta emanata la norma bisognerebbe poi “compensare” le Banche italiane e tutelarle dalla concorrenza delle Banche degli altri stati europei, le quali non avrebbero i vincoli che invece avrebbero le nostre. In fondo, la riforma bancaria italiana, per certi profili è stata imposta di diritto dalla UE; per altri è stata imposta di fatto dalla medesima UE (necessità di disciplinare le banche italiane in modo che potessero far fronte alla concorrenza che la UE imponeva) . Ed è appena il caso di osservare che ogni forma di “compensazione” incorrerebbe o nel dovere dello Stato di non falsare la concorrenza; o nel divieto di aiuti di stato; o in limiti alla libera circolazione dei servizi. Insomma avremmo per l’ennesima volta la violazione di uno dei principi fondanti della UE.

Quando, sotto la medesima rubrica “C. 3 Banche”, si propone l’“Aumento della riserva frazionaria di almeno il 50% dei depositi”, non si tiene conto che la manovra della riserva frazionaria non è più di competenza del CICR (comitato interministeriale per il credito e il risparmio) ed è demandata a organismi europei (perciò il Parlamento Italiano o il Governo Italiano non possono modificare un bel nulla); né si tiene conto che una norma che prevedesse una simile limitazione nella possibilità di fare credito per le sole banche italiane (a parte la già rilevata incompetenza dell’ordinamento italiano) dovrebbe poi essere seguita da altra norma volta a compensare le nostre banche, fornendo ad esse una posizione di vantaggio rispetto alle altre banche europee e straniere, le quali non fossero soggette a un simile vincolo relativo alla riserva frazionaria. Soprattutto si deve tener conto che, per un principio fondamentale della UE, una volta che una banca sia stata autorizzata ad esercitare il credito da uno o altro paese europeo, essa ha diritto di esercitare l’impresa di fornitura di servizi in ogni altro paese della UE. Ancora una volta, quindi, le riforme proposte implicano competenze che lo Stato italiano non ha (e che spettano a organi della UE) e sovvertimento dei principi  costitutivi della UE.

5.       Quando sotto la rubrica “C. 4 Fisco” si propone “il recupero di una forte progressività dell’imposizione fiscale e l’introduzione di un’ulteriore imposta sui grandi patrimoni”, a parte l’omessa previsione di una imponente tassazione delle rendite, da considerare una svista (la tassazione delle rendite è molto più importante della tassazione dei patrimoni), non si tiene conto che, anche attraverso il complesso sistema di norme che consentono detrazioni, deduzioni e in generale elusioni fiscali, i sistemi fiscali della UE si fanno concorrenza, al fine di attrarre capitali. Qualora uno stato introducesse davvero un’altissima imposizione fiscale per i redditi molto alti, per gli utili molto alti e per le rendite molto alte, i capitali fuggirebbero, avvalendosi di altro principio fondativo della UE, ormai pervenuto ad una estensione totale e senza eccezioni (persino con riguardo ai rapporti tra paesi europei e paesi terzi): la libera circolazione dei capitali. Insomma, al di là delle declamazioni ormai rituali, una effettiva progressività della imposizione fiscale, la tassazione dei patrimoni e soprattutto una severissima tassazione delle rendite presuppongono di fatto la reintroduzione di severi vincoli alla circolazione dei capitali e quindi la fuoriuscita dalla UE. Salvo declamare, inutilmente, l’ennesima modifica dei trattati UE ottenibile soltanto con il consenso di tutti i governi UE e inattuabile per il dissenso di uno soltanto degli stati membri. E salva sempre l’osservazione che desiderare l’abrogazione di un po’ tutti i principi costitutivi della UE significa volere la distruzione di quest’ultima, anche se per pavidità o (incomprensibile) tatticismo si preferisce invocare una irrealizzabile modifica dei trattati che deresponsabilizza chi fa la proposta – se la proposta non si può attuare per il dissenso di uno o più stati europei, non è colpa di chi propone la modifica! allo stesso modo, i politici italiani da anni invocano il vincolo esterno europeo per esonerarsi dalla responsabilità di non attuare la costituzione repubblicana!

La UE è il regno della deresponsabilizzazione della politica, perché sottrae ai politici dei singoli stati la possibilità di governare l’economia se non applicando i famosi principi di libertà (di circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e del lavoro), di concorrenza, di divieto di aiuti di stato, con l’obbligo di tenere bassissima l’inflazione e di rispettare i due vincoli relativi al rapporto Debito/PIL e Deficit/PIL.

La deresponsabilizzazione gioca anche a favore di chi si collochi all’opposizione e, anziché voler restituire agli stati il potere di disciplinare l’economia, liberandosi dei quattro principi di libertà, del divieto di aiuti di stato, del dogma della concorrenza,  e dei vincoli relativi al debito pubblico e al deficit, chieda la riforma dei principi istitutivi della UE, attuabile soltanto con il consenso di tutti i governi europei e con una possibilità di realizzazione pari a un millesimo rispetto alla possibilità di prossima instaurazione in tutti i paesi europei di regimi comunisti simili a quelli che hanno caratterizzato i paesi dell’est nel novecento! Insomma, possibilità di realizzare le proposte assolutamente inesistenti.

Da anni chi governa non avrebbe potuto prendere provvedimenti molto diversi da quelli che ha preso. Da anni chi si colloca all’opposizione continua a declamare provvedimenti che non potrebbe prendere se giungesse al governo. Una situazione che potrebbe apparire paradossale se non fosse assolutamente reale. Commissariamento, deresponsabilizzazione dei governanti e vuote declamazioni dei cittadini inconsapevoli di quale mostro sia stato costruito edificando la UE, stanno e si tengono insieme, legati al filo conduttore dell’irrazionale, irragionevole, subalterno, malefico, immotivato convincimento che sia meglio che l’Italia stia nella UE anziché che ne stia fuori. Un convincimento che sta distruggendo la nostra nazione e che impone la costituzione in Italia di un autentico Comitato di Liberazione Nazionale.

La verità è che nella disciplina dei rapporti economici o si sta con la Costituzione della Repubblica Italiana o si sta con la UE. E’ ora di dirlo chiaro è forte. Non si possono servire due padroni, che danno ordini opposti, contrari e incompatibili. Alternativa è per il ritorno alla Costituzione della Repubblica Italiana; e pertanto, per non essere incoerente, è anche per l’uscita dell’Italia dai trattati europei.

Sulla base del presente ordine del giorno, che mi auguro verrà approvato,

propongo il seguente emendamento:

Sotto la rubrica B.3 Europa – Salvare gli europei da questa Unione europea!

Aggiungere il seguente capoverso:

Recesso dai trattati europei e pieno recupero della sovranità nella politica monetaria – con ritorno alla moneta sovrana – doganale, commerciale, industriale e agricola.  Conseguente pieno recupero del controllo sulla produzione e sulla distribuzione della ricchezza. Immediata introduzione di enormi vincoli alla libera circolazione dei capitali. Costituzione di una zona di libero scambio (non unione doganale) con Spagna, Portogallo e Grecia, appena questi stati saranno usciti dalla UE (1).

(1)    tutte le proposizioni contenute nella bozza di programma e in contrasto con l’emendamento, perché presuppongono che si resti nella UE, vanno considerate tacitamente eliminate dal programma in seguito all’approvazione dell’emendamento.

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