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16 novembre 2010

FAREMONDO: Lettera di riflessione per un fare più concreto

A chi ha partecipato all'incontro bolognese del 24 ottobre e a quanti hanno mostrato interesse per l'iniziativa

Avere umane misure non potete
alla vostra versatile misera follia non crediamo più
solo paura inganni e imposture costruire sapete
da adesso non vi temiamo più


Discorso di fra’ Tremante Moltitudo a don Bévotìro Tuttonelglobale
(meglio conosciuto come dottor Faccioillavorodidio).
Parole stralciate dall’apocrifo di Alinbarca Saltacorna intitolato
I promessi fatti concreti, in uscita (chissà quando) presso Faremondo edizioni

1. Avete visto: prima di scrivervi questa lettera abbiamo atteso diversi giorni, riflettuto non poco e rimuginato ancora. Questi giorni sono forse serviti a chiarirci un po’ meglio le idee e a farci crescere dentro l’intenzione di rivolgerci a voi con ogni possibile riguardo e con un coraggio intellettuale almeno pari a quello da voi variamente mostrato durante l’incontro del 24 ottobre.

2. Vale senz'altro la pena salire ancora sulla croce più difficile allo scopo di chiarire le cose e provare a intendersi sempre meglio. Prima di qualsivoglia “azione concreta” e, a maggior ragione, dopo un incontro alquanto rivelatore come quello del 24, ciò che a nostro parere serve per illuminare tutto quanto è un ragionamento di questo genere: chi, come accade a noi e a voi, ha intenzione di uscire dalla rete e di provare a costruire un pensiero comune non subalterno a quello dominante – un sapere differente che ci distingua orientando secondo propri principi specifici tutte le nostre iniziative ed opzioni organizzative – ha il dovere, la responsabilità, il compito inaggirabile di esporre il nocciolo delle proprie (supposte) conoscenze nel modo più chiaro, argomentato e pacato possibile. Il che, se e quando riesce, può a volte risultare persino “bello” (ed è allora un esito che deriva tutto non da chissà quale “intuizione” bensì dalla stessa mossa concettuale e dalle condotte conseguenti appena evocate).

3. Questa è la questione cruciale che nessuno (fra noi e al di fuori di noi) può evitare di affrontare se davvero non vuole che nasca e cresca da subito nel suo stesso grembo il seme dell'impostura (culturale, politica, ideologica, scientifica).
Dopo aver sperimentato il Novecento e tutto il carico storico delle sue illusioni, tragedie e rovinose logiche depistanti, a noi pare che una simile questione costituisca la soglia minima di partenza sulla quale siamo chiamati a lasciare le nostre impronte semplicemente per sperare di essere degni dell'ascolto.

4. Ora, chi sta davvero pensando di lasciare queste impronte e comincia a provarsi nell'opera, mentre lo fa non può farsi assalire da pressanti preoccupazioni organizzative e d’azione qui ed ora, appena messo giù un piede su tale soglia. Bene farebbe invece a silenziare le sirene dell'attivismo purchessia e a rifuggire dalla prassi tipica del piccolo chef stregone abituato a mescolare gli ingredienti incogniti di una ricetta che non ha mai avuto in testa. Chiunque si lascia agire da subito dal principio dell'azione si qualifica già in partenza, consapevole o no, quale aspirante impostore, a prescindere dagli argomenti magari interessantissimi che porta o potrebbe portare.

5. A nostro parere, nelle condizioni in cui siamo oggi, esiste invece un primitivo fare più concreto della cosiddetta “azione concreta”: un fare che da tempo appare a noi come un salto mentale, qualcosa che ci spinge a tracciare da subito tutta la cornice del quadro che stiamo immaginando. È una specie di taglio ad un tempo sospeso e profondo nella stoffa del nostro abito mentale già formato, uno squarcio abissale che ci obbliga a parlare in modo diverso dell’essenza, del principio determinante, del fondamento di questa società che siamo costretti a servire e che tuttavia contestiamo da dentro per poter un giorno, con adulta consapevolezza e per sempre, liberarcene (non noi come individui biologici, bensì una qualche diversa, inedita configurazione mentale e sociale della nostra specie).

6. Per essere ancora più espliciti, diciamo che ci succede questo proprio perché siamo, di certo sulla base di una diversa forma di coerenza logica, amanti convinti dei discorsi sui cosiddetti “massimi sistemi”. Siamo a nostro modo modesti facitori di questi discorsi proprio perché chi oggi incarna il Potere dandogli voce planetaria non sopporta che sopra i massimi sistemi di questa società vi siano persone decise ad argomentare e a questionare usando una diversa razionalità. Non a caso intere schiere d’ingannatori di professione al servizio della propaganda intellettuale dell’Occidente da tempo brandiscono a mo' di clava espressioni come “non ci facciamo nulla con i discorsi sui massimi sistemi”. Non a caso hanno fatto e fanno di tutto per gettare nel fango assordante della congiura del silenzio, del senso comune “colto”, dell'ostilità accademica e del discredito intellettuale chiunque al riguardo osi pensare diversamente.

7. Infatti, costoro in primis sanno bene che solo dei diversi discorsi sui massimi sistemi - alias nuove spiegazioni razionali del reale – ci possono mettere effettivamente in grado di capire il mondo in cui viviamo e di suggerirci quindi le vie di ogni eventuale azione mirata, guidata da una differente comprensione preventiva delle cose e da una forma di consapevolezza non subalterna alle visioni rilasciate dagli agenti dei dominanti. Senza la luce di tali diversi discorsi probabilmente neanche saremmo in grado di vedere gli oggetti che cerchiamo. In altre parole, senza un preventivo sistema di pensiero in grado di additarci l’oggetto delle nostre brame, ci ricorda il grande matematico René Thom – e forse sarebbe il caso di soppesare col bilancino del saggiatore le sue parole – questo stesso oggetto neanche lo si riconoscerà. Nemmeno se lo avessimo sotto il naso.

8. Secondo noi, allora, soltanto ponendosi il problema di come funziona e si riproduce effettivamente il principio d'ordine specifico – il motore interno, per così dire – di questa società, è possibile avviare un percorso di cambiamento non fittizio. In questa mossa concettuale, non in un’altra magari nell’immediato più consolatoria o sedicente “concreta”, possono stare insieme, sin dall’inizio, le componenti – diverse e a loro modo tutte imprescindibili – di una consapevolezza non subalterna (e quindi, almeno potenzialmente, “alternativa” in modo non fittizio). A nostro avviso esse sono: massima concretezza possibile (possibile in quanto in precedenza fondata sull’analisi del funzionamento di quel principio d’ordine specifico); risposta politica coerente, giusta ed efficace (basata, almeno nelle fasi cruciali, sulle argomentazioni razionali più lucide riguardo la natura del motore interno sopra ricordato); onestà, responsabilità e rispetto per sé e per gli altri. Sono in effetti questi i tratti che dovrebbero connotare oggi una qualsiasi persona intera pensante che voglia essere un minimo credibile mentre si propone di agire insieme ai suoi interlocutori. Certo: non si tratterà più né di un intellettuale vecchio stampo né di un maître à penser novecentesco (e converrà stare alla larga, se del caso, dai loro impresentabili simulacri odierni sopravvissuti all’estinzione sociologica della propria specie...). Ma non potrà nemmeno trattarsi di un novello chierico da tastiera che immagina e sperimenta unicamente cenacoli virtuali, per loro natura isolati e aventi l’isolamento quale unico destino possibile.

9. Chiarito questo, occorre a nostro avviso riflettere su un punto ancor più dirimente. Se e quando una tale persona pensante – magari insieme ad altre come voi e noi – nel salto mentale si imbatte nella realtà sui generis di un massimo sistema avente dinamica autoriproduttiva propria irriducibile ai rapporti di dominio – che anzi risultano da tale dinamica determinati – tale persona ha il preciso dovere sociale di cambiare la propria chiave di lettura privilegiata del mondo e di provare a rendere la sua nuova visione disponibile nei modi più vari a quante più persone riesce a raggiungere. Certo, si dovrà senz’altro iniziare e poi continuare a discutere della plausibilità logica, della fondatezza concettuale e dell’efficacia “operativa” di una simile chiave di lettura: ma tale persona non potrebbe volere nulla di meglio, avendo essa stessa, fra i suoi massimi obiettivi, quello di portare il più possibile alla luce del sole lo specifico meccanismo di funzionamento di quel principio determinante di società rispetto al quale tutto il concreto assume lo status di una realtà di superficie tanto stratificata quanto assolutamente formata e derivata.

10. Resta tuttavia fermo, a questo punto, che con una simile chiave di lettura in mano – per quanto se ne possa e se ne debba ancora questionare la portata esplicativa – non si può più retrocedere mentalmente verso un’interpretazione della società in termini di mere relazioni di potere fra classi, stati, centri di capitale finanziario, grandi blocchi geopolitici o quant’altro. Le due impostazioni qui in gioco né sono sovrapponibili fra loro né risultano abbracciabili in maniera eclettica o nomade da chi volesse darci un ennesimo saggio della sua logica versatile. Anche le prospettive di azione che da esse possono trarre origine si divaricano immediatamente e non possono dialogare in alcun modo perché in partenza a livello concettuale non condividono alcuna aria di famiglia. Se uno pensa che la società in cui vive abbia a fondamento un principio di natura particolare che seguendo una sua logica dà forma a tutto il concreto sperimentato tutti i giorni, contemporaneamente non può proprio pensare di rendersela intelligibile e di renderne conto facendo di un aspetto determinato di tale concreto (i rapporti di potere/forza/dominio) l’inossidabile presupposto (fra l’altro, inspiegabilmente, non spiegato né spiegabile) di ogni sua interpretazione del mondo societario. O si ragiona in un modo o si ragiona nell’altro trasportandosi conseguentemente in un altro orizzonte di senso, di cultura e di “azione concreta”.

11. Noi di Faremondo, lo sapete, sosteniamo che è il principio determinante del capitale (altri possono chiamarlo in altro modo: non ci offendiamo, basta poi intendersi su come “agisce” e “funziona”) a fondare e a permetterci di spiegare i rapporti di potere. Non può essere viceversa.
Se si dimentica questo divieto, per noi si spalanca la porta come se nulla fosse (quando invece la mossa si rivela affatto fatale poiché fa piazza pulita di qualsivoglia pretesa critico-esplicativa di chi la compie...) ad uno sciame di narrazioni che non potranno mai spiegare alcunché (e meno che mai costituire la premessa per una qualche fondata e conseguente “linea” politica). Chi se ne farà portatore, consapevolmente o meno, si immergerà da solo nel brodo derivato della logica versatile solidificatosi in molle gelatina politicista, che tutto schermando tutto confonderà per riuscire finalmente a nulla lumeggiare. È forse assai noto ma assai meno conosciuto il fatto che chi tenta di spiegare i rapporti di potere in termini di rapporti di potere prima o poi, per quanto geniale nell’arrampicarsi sugli specchi e nella confezione di fumo, finisce per fare un buco nell’acqua continuando ad avvitarsi a piacere in questa tautologia sedativa. Così, mai potremo tentare di sapere perché queste relazioni di potere debbano avere una certa dinamica di svolgimento; né perché gli attori sociali, i dominanti in primis, debbano osservare certe precise condotte e non altre, ossia perseguire certi disegni e non possano fare altrimenti (fra l'altro compiendo oggi atti legalmente criminali, e criminali per la logica intrinseca che incorporano non per l’indole dei soggetti che li realizzano); né perché, infine, i dominanti, esercitando il proprio libero arbitrio nei funesti meandri del principio-volontà, debbano diventare schiavi infettati dal peggior nichilismo, acclarato che – in qualità di maschere umane di quel principio determinante – loro unico programma può essere soltanto il seguente: durare per durare accada quel che accada a se stessi, alle moltitudini dominate e al pianeta tutto (anche con annesso andamento a catastrofe, come nel presente).

12. Va tuttavia detto che in tutte queste narrazioni c’è anche dell'altro, di natura a nostro avviso ben più grave e foriera di immani sciagure e nefandezze. Assumere i rapporti di dominio (anche eventualmente per capovolgerne “antagonisticamente” gli esiti storici) quale propria privilegiata cartina di tornasole e massimo criterio esplicativo del reale abitua a pensare negli stessi termini in cui ragionano e debbono ragionare i dominanti, ovvero ad introiettare la subalternità nell'essenza della propria forma mentis: tutto, in fatto di orizzonte culturale, strategia politica, organizzazione e quant’altro, deve allora prendere vita con i colori propri del Potere (ne sia o no consapevole chi abbraccia e propone agli altri simili orientamenti); di conseguenza, tutte le cosiddette “azioni concrete” che possono derivarne sono prima o poi destinate ad assorbire in profondità le sfumature e i modi del Potere stesso, con esiti prevedibilmente ancor più catastrofici rispetto agli attuali di derivazione ancora in parte novecentesca...

13. A ben vedere, qui siamo tutt’altro che davanti ad un nuovo (ossia fondato in modo nuovo) orizzonte dell'antagonismo sociale nel secolo da poco iniziato: questo approdo-in-deriva sembra invece a noi null’altro che un’ennesima ricaduta nel girone infernale della subalternità mentale a questo mondo e ai suoi dominanti. Una simile colossale débacle (auto)desertificante non possiamo proprio permettercela, né vorremmo augurarla a nessuno. Questo possiamo dirlo da subito, in maniera alta e forte, rivolti a chi (da fu-marxismo, fu-sinistra, fu-destra, fu-politica, fu-sindacato e simili, o dal suo anfratto solingo in rete, non importa se scrittore, blogger, commentatore o complice osservatore) pensa magari in futuro di trascinarsi dietro, navigando su simili imposture o presunte “basi teoriche”, spezzoni di “società civile”, di “opinione pubblica” o, più verosimilmente, corpi ed anticorpi di moltitudini planetarie in rivolta.

14. Per scongiurare esiti come quelli appena descritti, affermiamo qui di seguito una tesi per noi irrinunciabile che non ha lo statuto di un’asserzione “filosofica” o di un “teorema politico” germinante dai nostri discorsi “alti” sui “massimi sistemi” (peraltro, come s’è detto, volutamente malintesi e mistificati per poterli silenziare e, forse per sempre, scongiurare). Questa tesi la si può e la si deve enunciare come si farebbe per una scelta di sopravvivenza, quindi rivolgendosi a tutti e non, in via esclusiva o privilegiata, a supposte, improbabili “nuove avanguardie acculturate della rete” che pensano di incarnare più di altri la “domanda emergente” di diversa formazione ed organizzazione politica. Essa è la seguente: per cambiare questo modo di vivere che è catastrofe in corso per noi tutti non serve granché (puntare a) produrre uno sconvolgimento nei rapporti di forza fra l'impero statunitense in crisi e il “blocco eurasiatico” ancora in via d'incerta formazione. In altre parole, l'auspicato, probabile crollo di alcune strutture di potere sovranazionali esistenti e il ricambio delle élite dominanti che ne seguirebbe sembra destinato ben presto a riprodurre dinamiche di dominio della stessa identica natura di quelle attuali senza che per questo si proceda a mettere in questione in alcun modo il fondamento stesso della società del capitale.

15. Facciamoci allora una volta per tutte una domanda niente affatto retorica che anche chi vive dentro moltitudini sfasciate potrebbe farsi, alla faccia del disprezzo per le “masse” ancora perdurante in antichi (residuali) e novelli (presunti) chierici: ma a chi potrebbe al dunque interessare l’avvento di una nuova forma di questa medesima società, magari a guida russo-cinese, che non potrebbe spostare proprio in niente la parabola della nostra catastrofe? Di certo non interessa a noi e – pensiamo – nemmeno a persone come voi che continuate a leggere queste righe... Lasciamo quindi tali tristi, autonichilisti e (per noi) forcaioli scenari alla cura accademica di ristretti circoli “alternativi” che di là dalle apparenze restano interni in tutto e per tutto alla logica del big game criminale in corso fra i dominanti per ottenere ciò che ben potete intuire anche dalla frequentazione attenta della rete: la spartizione e l’ulteriore saccheggio delle spoglie di: a) moltitidini vieppiù immiserite tramite il saccheggio salariale e finanziario globalizzato da ultimo rinominato “crisi”; b) plebi disarticolate ad oltranza mediante l'attacco criminalizzante ad ogni residuo spazio o realtà di aggregazione sociale purchessia; c) popolazioni immerse in guerre di varia intensità per la predazione ulteriore delle cosiddette “risorse energetiche” del pianeta; d) persone desertificate mentalmente dal monopolio della menzogna detenuto dai megamedia e schiacciate dall'impero dell'inganno by design (produzione di massa di stress, allarmi e paure per mantenere le menti dei dominati impegnate a non pensare altrimenti, strategia della tensione su scala planetaria, terrorismo del Potere invariabilmente sotto falsa bandiera e periodica macchinazione di autoattentati il cui modello insuperato resta l'11 settembre 2001, epitome massima del nichilismo del Potere agito ed agitato per scongiurare preventivamente qualsivoglia eventuale proposito di ribellione dei working poors d'ogni dove).  
Insomma: quello che si incarna nel big game geopolitico è il loro unico programma (durare per durare...), il tentativo, cioè, di dare nuova linfa vitale all’accumulazione di capitale che si traduce, oggi più che mai, nella nostra concretissima catastrofe globale. Chi pretende (a qualsiasi titolo e in qualsiasi modo e misura) di prendere parte a questo big game (o, più probabilmente, si illude di poterlo fare) è perso senza scampo nella subalternità mentale e nelle innumerevoli false piste dell'opposizione fittizia. In ogni caso sia chiaro: non può proprio stare e camminare con noi. Per quello che si è detto sin qui e per le ragioni che proveremo di seguito a spiegare.

16. Noi dobbiamo effettivamente impegnarci su altro, con altri e per altro.
Messa in causa la natura del capitale quale ordine sovrano della società, siamo in un certo senso obbligati ad infrangere tutti gli schermi di fumo che i dominanti e i loro megamedia ci impongono quali teatri sociali per l’esercizio di ogni nostra “azione concreta”. Allo stesso tempo, siamo anche portati a migrare con la ragione e con il cuore fuori da tutti i campi della soggettività contemporanea e dai sempre più diffusi laboratori della sua deriva nichilista. Non esiste, a questo livello del discorso, un sapere per pochi o “d'avanguardia”: chi immagina questo tiene le gambe in aria e la testa ancora in pieno Novecento. Noi non possiamo proprio nascondere a nessuno che tanto tali campi quanto questi laboratori costituiscono in tutta la loro multiforme concretezza altrettante sfere di realtà preformate dall'ordine sovrano istituito dal capitale, che in esse trova fra l'altro il modo di sparire dal davanti della scena e di rendersi operante restando invisibile agli occhi dei “soggetti osservatori” contemporanei.   
Una volta compreso questo, nessuno dovrebbe più avere alcuna reticenza, almeno al livello della sua razionalità più profonda (e non preformata), nel volersi sottrarre mente e corpo alla presa da fantasma di un ordine sovrano che, quasi fosse un vero e proprio genoma storico della società contemporanea, modella e ci fa conoscere il mondo attraverso le sue misure, che tuttavia sono tutto fuorché umane misure.

17. Del resto, siamo convinti che proprio questo inedito tipo di coraggio intellettuale (oggi additabile e perciò possibile) potrebbe ancora portarci fuori, a grandi salti, da tutte le finzioni e da tutti gli inganni che sin dagli esordi – lo possiamo finalmente dire con una certa cognizione di causa – hanno caratterizzato il sapere dell'Occidente: dalle infinite bolle d'incenso e fumo della teologia cristiana specialmente dopo il Mille ai supponenti castelli in aria della scienza a partire dal Cinque-Seicento e fino ai giorni nostri, in un continuum (sottostante e mai affiorato in superficie) in cui il concetto-impostura di ignoto comunque denominato, contraffatto o dissimulato (insieme a quello di presupposto assunto arbitrariamente e mai spiegato) domina di fatto incontrastato e viene posto a fondamento di tutta la conoscenza (che si vorrebbe) razionale, internamente coerente, per eccellenza scientifica.
Se il capitale si formò storicamente in certi anfratti d'Occidente  riuscendo poi a metamorfosarsi in dinamica autoriproduttiva che mediante salti specifici a sé tutto sussume, oggi sappiamo che un retroterra mentale avente questo tipo di coordinate ne costituì la condizione necessaria e alquanto propizia. Nonostante al riguardo gli storici siano da tempo impanatanati in un dibattito sulle “fonti spirituali” incredibilmente povero di concetti all'altezza della questione, di una cosa possiamo dirci certi: a quest'altezza, nulla o quasi accadde per caso. E non c'è ragione di ritenere che oggi possa essere diverso.
Quindi, se le cose stanno così, davvero oggi non può più esservi chissà cos'altro da temere davanti a tutti i santuari e ai sepolcri imbiancati della sapienza made in Occidente (ormai peraltro sparsi per i sette cantoni del pianeta): con sana decisione e pazienza da adulti occorre semmai cominciare a sganciare da noi stessi l'enorme e variegata zavorra epocale costituita da tutte le categorie principali che danno senso all'azione “concreta” del soggetto contemporaneo. In primis: il libero arbitrio comunque connotato, il principio-volontà a base dell'agire politico e, su tutto, il primato del dominio e della manipolazione umani dell’universo naturale sublimato nelle perduranti segrete stanze della scienza moderna. La quale, incurante di tutto, ancora si dichiara conoscenza oggettiva e disinteressata del mondo mentre dall'origine (e in seguito fino ad oggi) è stata internamente preformata (ovviamente secondo modalità complesse) da quella sorta di “motore immobile” che è il principio determinante del capitale.

18. C'è anche una ragione diversamente razionale in più per sganciare da noi stessi la zavorra epocale appena accennata. Come scrivevamo nelle tracce di presentazione dei precedenti incontri per uscire dalla rete (a maggio di quest'anno e prima del 24 ottobre scorso), abbiamo bisogno di farlo per poter liberare l'immaginazione e portarla a disegnare la cornice di una società specificamente diversa dall'attuale. E questa è, fra l'altro, una delle condizioni imprescindibili per iniziare a costruire la speranza fondata di uscire dalla nostra presente catastrofe dissolvendo proprio per mezzo di salti immaginativi l'inganno della speranza fabbricato dai dominanti.
Nelle citate tracce indicavamo – anche per l'innesco della discussione a venire – un ristretto nucleo concettuale, un singolo enunciato a nostro avviso coerente con tutto quanto sopra e in grado di contenere in sé una propria dinamica autoriproduttiva di natura differente da quella propria del capitale. Con immagine che ci è parsa poter illuminare nitidamente lo stato delle nostre idee, abbiamo scritto di un tetto per una casa comune ancora senza fondamenta, dove «terra, aria, acqua, luce solare e tempo per stare insieme» sono da considerare sempre e dovunque beni pubblici e di tutti gli esseri viventi, da usare e rigenerare in comune, quindi da sottrarre all'impero del capitale e delle sue figure (plusvalore, denaro, profitto, “mercati finanziari”, ecc.). E vogliamo adesso sperare che proprio qualcuno di voi che legge queste pagine sappia magari indicare a tutti quanti un tetto ancor più “concreto” di questo, che meglio di quello da noi appena suggerito possa esprimere con pregnanza di senso e carica immaginativa il principio determinante di una società differente.
In ogni caso, immaginare una società il cui motore più interno sia costituito da un principio di questa natura – ove regolazione e conservazione delle umane cose entro il mondo delle specie viventi e dell'ecosistema determinano tutto quanto racchiudendo in se stesse una dinamica di buona infinità – significa additare a tutti quanti l'orizzonte e la cornice per un'azione concreta di natura affatto diversa da quella auspicata da coloro che vedono ad esempio nella geopolitica e nei rapporti di dominio il motore immobile dell'attuale società.
Al riguardo, serve allora tanta diversa disposizione all'ascolto e alla discussione, uno sforzo rivolto non tanto a realizzare anche a livello di comportamenti un “cambio di paradigma” quanto qualcosa come una spinta consapevole ed accorta ad essere e diventare in se stessi il cambiamento.

19. Ciò che noi di Faremondo proponiamo ed auspichiamo è che su codesto tetto non vi sia un mero accordo di facciata e un confronto per così dire liquido, troppo affrettato o troppo scarsamente approfondito, bensì una grande, profonda e vivace discussione, anche senza un accordo (che in condizioni siffatte si rivelerebbe ben presto fittizio). Se poi a qualcuno dovesse riuscire, argomentando meglio, di tratteggiare un quadro alternativo più lucido e calzante rispetto a quello da noi appena delineato, ben venga: saremo fra i primi a riconoscerne la migliore qualità, il bagliore dei suoi lampi immaginativi più alti. Del resto, noi pensiamo che una volta portati a discutere davvero senza rete e fuori dalla rete della plausibilità di tale tetto, ci debba essere modo e spazio per l'intervento di tante persone intere pensanti in quanto le tegole del tetto sono ancora tutte da posare.
Non che quest'ultima circostanza debba suscitare perplessità o apparire infondata. L'immaginazione, come la costellazione dei fiori del pensiero che annodandosi si fecondano a vicenda, può immaginare solo la cornice del quadro, la sua essenza, appunto: ed è questo che adesso è decisivo per segnare una cesura rispetto all'esistente. Il resto si farà dopo. Della serie: think first, compute later.
Conseguentemente, sulla base di quanto appena affermato dovrebbe apparire chiaro come una coerente stesura di “programmi di azione” sui principali nodi e nervi scoperti (scienza-cultura-educazione, energia, redistribuzione delle risorse e dei beni, tempo del lavoro, dell'arte e del gioco, rapporto da ridisegnare con tutte le altre specie viventi, ecc.) possa scaturire soltanto da una definizione la più limpida, bella e sottile possibile di questo diverso quadro immaginativo di società.

20. Un'ultima domanda: possiamo avvalerci di alcuni “riferimenti privilegiati” o di “fonti attendibili” e consolidate per muovere all'immaginazione di ciò che può e deve nascere diverso in modo da poter avere in dono la proprietà di farci passare attraverso ed oltre la catastrofe che viviamo?
Da quanto si è detto sin qui, è chiaro che no, non possiamo avvalerci di simili strumenti “già formati”. I riferimenti è meglio provare a rifarseli a partire dalle chiavi di lettura che ci consegna in testa l'analisi della natura e del meccanismo di funzionamento del principio determinante di società di cui s'è detto. Le fonti, per dirla in breve, non si dovrebbero nemmeno più cercare “all'esterno” (in chissà quale suolo di fatti supposti e a tutto anteposti, oppure in chissà quale autorevole personalità intellettuale o guru del pensiero): noi stessi, dopo aver  fatto nostre quelle chiavi di lettura, dovremmo avere il coraggio di andarle intanto a cercare dentro di noi con diversa autostima e, ad un certo punto, trovandone qualche indizio all'interno del nuovo quadro che iniziamo ad immaginare, potremmo anche provare a rifare noi stessi le nostre fonti e a diventare noi stessi fonti...
Tutto questo, oltre ad essere salutare di per sé e portatore di esigenze di autoformazione individuale e di gruppo (come qualcuno ha sostenuto nell'incontro del 24 ottobre), ci distinguerebbe poi ulteriormente, tanto per fare un esempio, anche dall'ipotesi di “Alternativa” partorita di recente da Giulietto Chiesa, all'interno della quale pare invece riprendere consistenza, nei fatti, la vecchia prassi di affidare la “sintesi politica” ad un direttorio di rappresentanti, esperti e personalità emergenti perciò stesso destinati ad essere o apparire “riferimenti privilegiati” o “fonti” agli occhi delle persone intere pensanti che vi si rapportano.

21. La proposta che abbiamo avanzato di incontrarsi per uscire dalla rete è stata di fatto disertata da numerosi redattori di siti, blogger e frequentatori assidui della rete: vorremmo in qualche modo poter chiedere a ciascuno di essi di spiegarcene con calma il perché. Intanto, per quel che può valere ci sentiamo di affermare questo: le ragioni immediate per decidere di non partecipare all'incontro possono essere state le più svariate da parte di ognuno, ma forse su ciascuna di esse è prevalsa, ben al di qua dell'eventuale dissenso rispetto all'impostazione da noi proposta, la difficoltà e/o la resistenza di molti ad accettare un percorso di cambiamento che porta con sé tutto un diverso genere di responsabilità sociale e la fine dell'isolamento illusoriamente protettivo che ognuno si è a suo modo costruito in e tramite la rete.
Ciononostante, secondo noi i tempi sono ormai maturi per lanciare una rivista, all'inizio per forza di cose solo on line, di riflessione approfondita su come provare a costruire un pensiero comune non subalterno e anche su quanto abbiamo tentato di esporre in questo documento.
Senza guru parlanti e senza “sintesi” comunque imposte, ma con condivisione dei nodi da discutere, del “quadro di riferimento” e finanche di una diversa etica sempre fondata sulla seguente massima di minima distinzione di partenza e di massa: conta cambiare il motore interno della società, non antagonisticamente sostituire i manovratori attuali con altri continuando ad alimentare ed usare lo stesso motore. Da una rivista come questa dovrebbero venir fuori, in seguito, anche diverse elaborazioni e studi circa i “programmi di azione” conseguenti e una nuova fondazione del concetto stesso di “azione concreta”.
Questo documento avrà ottenuto un qualche effetto se qualcuno lo riterrà in qualche modo degno di una risposta in quanto scintilla utile ad innescare quell'incendio fra nuvole e cielo del quale abbiamo diffusamente trattato fin qui.
Intanto, come Faremondo vi invitiamo a proseguire la presente discussione anche durante i prossimi incontri che proporremo al Locomotiv di Bologna: domenica 28 novembre dalle 14 alle 17 sul seguente tema: Come pensa l'antico pensiero cinese, a cura di Clara Wu; mercoledì primo dicembre dalle 20.30 alle 22.30, insieme alle associazioni Anchesetuttinoino e Eur-eka, sulla questione della “tessera del tifoso” (No alla tessera del tifoso. Perché il Potere ha voluto introdurre la tessera del tifoso).

Faremondo
Bologna, 15-11-2010

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