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16 luglio 2010

I CONDANNATI DEL "MERCATO" E LE CHIAVI DELL'ESPLOSIONE SOCIALE

La crisi finanziaria che già colpisce gli Stati centrali (e che minaccia il mondo periferico) è diventata una "crisi sociale" attraverso tre attori principali: Il ribasso degli stipendi come conseguenza delle misure economiche, la diminuzione della capacità di consumo, il lavoro in nero e la disoccupazione che colpisce principalmente i settori più poveri e vulnerabili della società mondiale.
Agli esperti del sistema interessa solo l’impatto della crisi sul mercato e sulle società dei paesi centrali, ma nessuno presta attenzione all’impatto (e le conseguenze) che infine avrà la crisi sulla disoccupazione nelle aeree sottosviluppate ed emergenti che ospitano le popolazioni più povere e indifese del pianeta.

Di Manuel Freytas

A questo scenario, secondo un Rapporto della OCDE si aggiunge un altro dato centrale: Più del 60% della popolazione lavorativa mondiale lavora con contratti precari e senza aiuti sociali.
Questa situazione, secondo gli esperti, porterà ad una un’emergenza nella quale questo settore, senza copertura né protezione giuridica, sarà licenziato in massa, quando la crisi e gli adeguamenti economici si approfondiranno e le aziende decideranno di “diminuire costi lavorativi” per preservare il loro profitto.
In questo scenario, la Grecia e la Spagna, seguite dal Portogallo, tutti gli analisti concordano, si sono trasformate in una miccia di un potenziale collasso economico finanziario a catena che potrebbe, come emergente principale, scatenare un processo di rivolte sociali e di crisi politica in tutta l’eurozona.
A maggio del 2008 il presidente della Banca Mondiale, Robert Zoellick, avvertiva che c’è un gran rischio di crisi sociale” nel mondo.

Durante un’intervista con il giornale spagnolo El Pais, Zoellick spiegava: “Quello che è cominciato come una grande crisi finanziaria e si è trasformato in una grande crisi economica, adesso sta sfociando in una grande crisi della disoccupazione. Se non interveniamo, c'è il rischio che diventi una grave crisi umana e sociale, con importanti implicazioni politiche ".

Ma di quale crisi scoiale parla il presidente della BM? 
Della crisi sociale dei paesi ricchi o della crisi sociale dei paesi poveri? 
Della crisi sociale degli inclusi o della crisi sociale degli esclusi?

Abitualmente i mass media e gli analisti del sistema valutano e proiettano solo l’evoluzione della crisi mondiale nelle sue variabili finanziaria ed economica, senza approfondire nè precisare la svolta che arriva inevitabilmente dalla mano degli emergenti sociali del collasso che è già passato da finanziario a recessivo.

Allo stesso modo, agli esperti del sistema preoccupa solo l’impatto della crisi sul “mercato” e nelle società dei paesi centrali, ma nessuno presta attenzione all’impatto (e risultato) che infine la crisi avrà con la disoccupazione nelle aeree sottosviluppate ed emergenti che ospitano le popolazioni più povere e  indifese del pianeta.
In questo modo, e mentre (attraverso licenziamenti e la riduzione degli stipendi) è stato incubato il risultato sociale della crisi su scala globale, i governi, le banche centrali e gli analisti parlano solo degli effetti economici e sociali della stessa nei paesi centrali.

GLI ESCLUSI DEL MERCATO
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Quando si riferiscono alla “crisi sociale”, giornalisti, intellettuali ed analisti del sistema lo fanno in modo astratto e generico, senza specificare il loro impatto (discriminato dal settore) nella piramide sociale del sistema capitalista a scala globale.

Così, ad esempio, la stampa internazionale negli ultimi mesi esprime, con totale impunità (e senza controinformazione di massa) come la crisi sta “colpendo i più ricchi” la cui piramide è guidata dai super milionari della classifica della rivista Forbes. 

I mass media e gli analisti (che informano le società in modo massivo) hanno concentrato la loro preoccupazione sulla perdita di grandi corporazioni multinazionali, sulla riduzione delle grandi fortune dei super ricchi e nella svalutazione dei miliardari stipendi dei dirigenti delle metropoli degli USA e dell’Europa.

Non ci sono quasi articoli (e quelli che ci sono sono manipolati e ridotti) di come la crisi dei paesi centrali colpisce le economie e società dei paesi sottosviluppati dell’Asia, Africa e America Latina, dove si concentra la maggior parte della fame e della povertà su scala planetaria.

I media internazionali del sistema, che nascondono sistematicamente la relazione simbiotica povertà-ricchezza (una è conseguenza dell’altra) commentavano con preoccupazione come la crisi aveva ridotto il selettivo club dei miliardari della classifica di Forbes che è passato dai 1.125 membri nel 2008 a 739 nel 2009.
Secondo Forbes, a causa della caduta dei mercati e del giro d'affari, gli uomini e donne più ricchi del pianeta (al vertice della piramide) controllano una fortuna di circa 3 mila miliardi rispetto ai 4,4 dell’anno precedente.

E’ da sottolineare che quella cifra (in mano a 700 persone) equivale quasi alla finanziaria annuale degli USA (la prima potenza economica mondiale), al PIL totale della Germania (la prima potenza economica europea), e a più di 100 volte al PIL della Bolivia.

Reinvestiti in stipendi equi e in una produzione distribuita socialmente, i 3000 miliardi sarebbero decisivi per porre fine alla povertà, la fame e la disoccupazione di più di 2.500 milioni di persone concentrate nelle aree periferiche dell’Asia, Africa e America Latina.

Come contropartita (e a dimostrazione di ciò che il capitalismo produce) queste zone segnate da un’altissima e crescente concentrazione di fame e povertà, figurano nelle statistiche economiche mondiali come le maggiori generatrici di ricchezza e di profitto imprenditoriale capitalista degli ultimi 10 anni.

Sia il “miracolo asiatico” che il “miracolo latino americano” (della crescita economica senza redistribuzione sociale) sono stati costruiti con mano d’opera schiava e con stipendi in nero. Questo significa che, cadendo il “modello” per effetto della crisi recessiva globale, il grosso della crisi sociale emergente con licenziamenti lavorativi in massa si ribalta in quelle regioni.
Ma di questa questione strategica, vitale per la comprensione della crisi globale e del suo impatto sociale massivo nel pianeta, la stampa internazionale non se ne occupa. I mass media locali ed internazionali sono occupati a delucidare come la crisi produce la diminuzione delle fortune dei ricchi e la perdita del profitto delle aziende.

LA PIRAMIDE DELLA CRISI
 
Sebbene si calcola che la presente crisi globale getterà (come conseguenza dei licenziamenti e la riduzione degli stipendi) più di 1000 milioni di persone nella povertà e nell' emarginazione, la ”grande preoccupazione” degli analisti e giornalisti del sistema è concentrata sulle perdite aziendali e sugli effetti della crisi nei paesi centrali.

E quando si occupano degli “effetti sociali” della crisi, prendono come parametro solo la riduzione del consumo nei paesi centrali, che qualificano genericamente come “società” senza differenziare tra classe alta, media o bassa che integrano la piramide sociale capitalista negli USA, Europa e nelle nazioni “emergenti”.

Non dicono, ad esempio, che la crisi più acuta del consumo e della disoccupazione sia negli USA come in Europa, la soffrono gli impiegati ed operari scarsamente qualificati che stanno formando una pericolosa sacca di proteste massive e conflitti sociali che oggi sono già cominciati nella periferia dell’Europa. 

Mentre (sia a livello dei paesi centrali che sottosviluppati) le classi alte e medio-alte proiettano la crisi come una “riduzione del consumo” (principalmente di lusso), le classi basse nel mondo sottosviluppato ed emergente vivono la crisi come perdita del lavoro e restrizione del consumo basico per la sopravvivenza (principalmente alimenti e servizi essenziali)
Mentre un ricco riduce la servitù, viaggi turistici e consumi superflui, una classe bassa o povera riduce l’acquisto degli alimenti e consumi necessari per sopravvivere.
Riassumendo, nella piramide del collasso recessivo globale, per un ricco o una classe medio-alta la “crisi sociale” significa “stringere la cinghia” mentre per la classe bassa significa essere disoccupato o perdere la capacità di sopravvivenza a causa della riduzione dello stipendio.

LE CHIAVI DELL'ESPLOSIONE SOCIALE


Tanto, che nella crisi sociale si proiettano le stesse variabili del resto dell’economia capitalista: Il peso della crisi colpisce con forza sulla base del triangolo sociale più inerme (operai e poveri) mentre si attenua nel mezzo e nel vertice (imprenditori, dirigenti e professionisti) dove si concentra la maggior ricchezza accumulata dallo sfruttamento capitalista.
La stessa equazione (di proiezione ed effetto dissimile della crisi sociale) si produce nella piramide dei paesi capitalisti, chiaramente divisa tra il vertice (le nazioni centrali), il mezzo (le nazioni emergenti) e la base (le nazioni in via di sviluppo)-

Questa è la chiave per capire, ad esempio- perché gli effetti della crisi sociale in Europa (scioperi e proteste sociali) hanno già cominciato a manifestarsi nelle nazioni più vulnerabili dell’Est (le ex repubbliche sovietiche) che mantengono un rapporto di dipendenza strutturale con le economie ricche centrali delle potenze dell’euro.

I soggetti e gli attori della crisi sociale, i motori della rivolta sociale (sia nei paesi centrali come nelle periferie dell’Asia, Africa e America del Sud) saranno i milioni di disoccupati e di espulsi dal mercato del consumo che non avranno mezzi per mantenere le loro famiglie.

La macchina mediatica, che parla di “crisi globale” mischiando nello stesso sacco le vittime (i settori più bassi della piramide) con i carnefici (i ricchi del vertice della piramide), ha come missione fondamentale quella di nascondere ciò che sta arrivando: Una ribellione mondiale generalizzata dei poveri contro i ricchi. 

Questa ribellione (come si è già dimostrata nell’Europa dell’Est) si esprimerà, a livello dei paesi, in un' inarrestabile escalation dei conflitto sociali e sindacali nelle periferie emergenti e sottosviluppate, accompagnata da una crescente discussione sul centralismo sfruttatore e protezionista delle potenze reggenti.

A livello sociale, questi processi di ribellione sociale avranno come protagonisti due attori principali: I poveri ed i disoccupati espulsi dal mercato del consumo.
Non è il mercato (nelle sue diverse varianti macroeconomiche) ma gli espulsi dal mercato (esclusi sociali) quelli che saranno i protagonisti della svolta decisiva della crisi globale capitalista che sta arrivando.

E c’è una spiegazione logica: La crisi finanziaria e la crisi recessiva, il cui emergente immediato è il fallimento e la chiusura di banche e aziende, possono essere regolate e controllate per mezzo dell’iniezione di fondi miliardari dei governi e delle banche centrali imperiali.

Invece, per gli effetti sociali della crisi finanziaria recessiva (la disoccupazione e la riduzione dei consumi) non esiste altra soluzione se non quella di recuperare la mano d’opera espulsa se si vuole evitare il collasso sociale e le rivolte popolari.
E per un capitalismo in crisi, la cui logica funzionale passa attraverso l’espulsione di lavoratori per mantenere il suo tasso di profitto, questo è un compito impossibile.
Quindi, i conflitti sociali sono inevitabili come conseguenza.


Tradotto e segnalato per Voci Dalla Strada da VANESA

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3 commenti:

  1. chi ha scritto questo articolo probabilmente non lavora e si limita a filosofeggiare sull'aria fritta.

    La crisi non sta colpendo solo "gli operai e gli impiegati scarsamente qualificati".
    Qua in Italia sta colpendo fior di "tecnici altamente specializzati" che si trovano a dover elemosinare stipendi da fame pur di restare a galla.

    Società che chiamano professionisti e come sentono che stai lavorando ti dicono" ti chiamiamo quando ti scade il contratto", consci che il tuo potere contrattuale sarà nettamente inferiore.

    I piani industriali di grossi gruppi industriali si stanno concentrando sui tagli.
    E non taglieranno solo gli operai e gli scopini precari.

    A leggere questo articolo sta crisi sarebbe pure una cosa rognosa ma limitata ad una determinata classe sociale.

    Sto cavolo.

    Sta sparendo la classe media, che scivola piano piano verso la povertà.
    I poveri si ritrovano sempre più poveri, alcuni ricchi perdono ricchezza e magari scivolano verso la classe media mentre altri ricchi si ritrovano sempre più ricchi.

    LA differenza non sta più nella "iperspecializzazione".

    C'hanno ingannato, convincendoci che il master di secondo livello fosse il modo migliore per andare a fare l'impiegato strapagato.

    Stanno sparendo tipologie di lavori, e non frega un corno a nessuno se hai due lauree e 10 master.
    Se devi essere tagliato ti taglieranno.
    Alex

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  2. Concordo con Alex. Se è pur vero che le aree in cui i conflitti stanno crescendo sono quelle più povere. Per ora il livello del conflitto "manifesto" nei paesi più ricchi è molto basso. Tuttavia il conflitto "latente" è molto alto.

    Se e quando si traformi in rivolta sociale è una domanda alla quale è difficile dare una risposta.

    Sicuramente occorrerà abbandonare le proteste "settoriali" e di categoria.

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  3. Sono d'accordo. Analizzare la crisi sociale e le sue conseguenze, senza tener conto che è la classe media mondiale quella che sta scomparendo, con gli effetti che questo può avere, è dare solo una parziale informazione di ciò che veramente sta accadendo e tralasciare il nucleo centrale della gravità della crisi stessa: che appunto che non riguarda solo i paesi emergenti o sottosviluppati.

    Vanesa.

    RispondiElimina

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