Sostieni la ricerca sulle polveri sottili

26 maggio 2010

LEZIONI GRECHE

di Carlos Leyba 

Le ragioni della crisi economica in Europa e i complessi dilemmi che affronta l'Unione europea

“Il programma messo in atto, con il nostro sostegno, dagli europei per aiutare la Grecia toglierà la Grecia dai suoi problemi”, ha dichiarato, martedì, Dominique Strauss-Kahn (FMI). Il corollario della sua affermazione è che questo programma toglierà l’Unione Monetaria (UM) dai suoi problemi. E ad evitare il contagio greco sul resto dei paesi periferici del sud dell’UM. Ci sono problemi emergenti, e problemi sistemici che non sono quelli che si risolvono con riforme ma riproggettando. Un problema sistemico, inesorabilmente, si riproduce. Trasformare ha un altro prezzo. Torniamo alla Grecia.

Caduta libera dei titili di stato greci in euro e rischio di contagio al Portogallo, Italia e Spagna. I PIGS, paesi di sole e spiaggia, recettori, in momenti buoni, di flussi di turisti e investitori immobiliari, hanno sofferto, più di altri paesi europei meno dipendenti dall’abbondanza altrui, la recessione mondiale causata dalla crisi finanziaria dei subprime. Si sono visti anche costretti a forti programmi di sgravio fiscale per superare gli effetti finanziari e reali di tale crisi.

Alcuni paesi dell’UE, con banche locali molto globalizzate, hanno avuto bisogno di bilanci rivolti a coprire i buchi delle banche: il casino dei loro vertici. Il debito pubblico è cresciuto, prestando attenzione a due problemi associati: i buchi delle banche (evitando il panico) e la diminuzione dell’attività reale (evitando la reazione sociale).
Al momento dei profitti, onorari e bonus ai banchieri, la destinazione degli utili è individuale.
Al momento delle perdite, create da loro, l’appropriazione è inevitabilmente collettiva.

Ed è così che la deriva del sistema finanziario, non di un’entità, trascina penurie nell’economia reale che castiga i contribuenti, con disoccupazione e perdita di salari, più duramente rispetto il costo del salvataggio ai responsabili del disastro.
Ricordiamo: sfratti dei lavoratori negli Stati Uniti, per mutui non pagati.
E, contemporaneamente, sussidio pubblico per l’arca vuota della banca e per il bonus dei dirigenti, che hanno coperto l’ipoteca non pagata.
Forse sarebbe stato meglio dare i sussidi pubblici ai debitori in modo che conservassero la casa; e così risolvere il buco delle banche.

La prima soluzione è stata d’urgenza. La seconda, più complessa, sarebbe stata una soluzione con più beneficiari e meno problemi futuri. Entrambe le soluzioni a carico dello Stato creano deficit. Una o l’altra, sono inevitabili. L’alternativa all’azione dello Stato era (ed è ora) la “soluzione del mercato”.
Nella crisi finanziaria privata (subprime), la “soluzione del mercato” era di lasciare fallire le banche e facilitare la paralisi dell’economia reale, disoccupazione ed enorme crisi sociale.

Nella crisi finanziaria pubblica (quella greca) degli Stati indebitati e con un deficit fiscale, in recessione, disindustrializzazione e alta disoccupazione (Spagna al 20%), la “soluzione di mercato” avrebbe creato una crisi politica insopportabile e un’ondata espansiva con la minaccia della fine dell'Euro e il declino dell'Unione europea. Non ricorrere al mercato nella crisi è sempre la soluzione più economica per la società.

In entrambi i casi, subprime e Grecia, stiamo parlando delle notizie e non dei problemi sistemici o strutturali che si nascondono dietro di esse. In entrambi i casi, dietro c’è l’inconsistenza del modo con il quale si è sostituita l’economia capitalista sorta dall’inspirazione keynesiana e dello Stato Sociale. Vediamo.

Nel caso dei subprime è stata l’erosione di quel modello di distribuzione dell’entrate e il nuovo predominio del settore finanziario nella vita economica nordamericana, e gli strumenti del neoliberismo che pretendeva di sanare, con più mercato e meno Stato, i problemi strutturali derivati dalla rottura del modello dollaro/oro (1971) e del modello combustibile economico (1973).

Queste due crisi (Wall Street, Grecia) non sono estranee alle esplosioni del debito latino americano e asiatico o delle crisi bancarie o del mercato delle borse, frequenti dopo il riciclaggio dei petro-dollari e vertiginose dopo la caduta del Muro di Berlino e della concentrazione economica della geografia autonoma delle multinazionali, la globalizzazione finanziaria e l’avanzamento dell’OMC.

Ritorniamo alla Grecia dopo aver passato queste crisi ricorrenti con la stessa matrice.
I primi passi europei,  come quello che è successo con Lehman Brothers, sono stati vacillanti e l’aiuto finanziario iniziale è stato debole.
Tutta la soluzione finanziaria è guadagnare tempo,  e il tempo che si acquista è proporzionale alla massa di risorse che sono disposti a mettere e che percepisce “il mercato”.

L’ultimo fine settimana, i governi hanno messo a disposizione dei creditori (il potere dissuadente degli Stati si riferisce a loro) mille miliardi di dollari. La prima reazione è stata euforica (la logica dell’essere pagati) seguita da una presa di profitti che ha accompagnato la seguente caduta dei mercati. L’appetito alimenta il sali-scendi dei mercati finanziari.
I governi europei (e il FMI) hanno messo ciò che era necessario per coprire le obbligazioni dei paesi più indebitati e con maggiore deficit fiscale per tre anni.
Questo è il periodo in cui i paesi dell’euro devono allinearsi a Maastricht (3% del deficit fiscale). Finanziamento (tempo) e aggiustamenti (soluzione?).

Questa decisione europea è stata preceduta dalla richiesta di 47 banche europee di azioni urgenti per salvare la cassa. I governi hanno fornito la volontà di pagare ed hanno convocato il FMI, il suo denaro e le sue condizioni.
I debiti li pagheranno tutti. Come la maggior parte degli abitanti vive del loro lavoro e non del loro capitale, la conclusione è che, qualunque sia l’origine del debito o il destino del denaro, lo pagheranno, in proporzioni elevate, l’elevata percentuale dei lavoratori della popolazione.

Questo è l'adeguamento delle economie europee per cancellare quei passivi.
Ma non è stata la recessione quella che ha creato il problema?
Non è stato più debito, l’inevitabile compenso della recessione?
E l'adeguamento, puro e semplice, che colpisce il consumo, non genera recessione?
Forse, nell’economia contemporanea, la recessione non fa aumentare il deficit? Ci sono meno entrate fiscali per meno consumo e meno contributi previdenziali, e, allo stesso tempo, più erogazioni a causa della disoccupazione e per i compensi sociali.
E allora?

Dilemmi
Questo è il primo dilemma.
La cura non alimenta. E l’eccesso, lungi dal curare, ammala.
Qual è la malattia delle economie europee che dà spazio a tanto debito e crea la cura di altro debito, e attraverso le misure, meno capacità di pagamento?
Il secondo dilemma è il panorama finanziario europeo.
Il debito greco ammontava a 236 milioni di dollari, quello del Portogallo un 40% in più, quello della Spagna cinque volte superiore a quello della Grecia, e quello italiano moltiplicando sette volte il primo.

In tutti i casi, le credenze delle istituzioni in Inghilterra, Francia e Germania sono più del 50% del debito. Importi significativi rispetto al PIL di ogni paese creditore.
La decisione di salvare le finanze della periferia è anche quella di salvare il centro e soddisfare la domanda delle 47 banche.
Lo scenario del debito non ha soluzioni di continuità.

Il terzo dilemma è quello della prematura creazione dell’euro. 
Nell’economia europea c’è un gigante esportatore (Germania) ed i paesi periferici, per esempio la Spagna, hanno un deficit commerciale per essere “incapaci di esportare merci (deve) esportare impiego….(….) (per) un deficit commerciale di 50.000 milioni di dollari, con una produttività per persona occupata di 40.000 milioni all’anno (che) significa che la Spagna esporta (più) all’anno 1.250.000 posti di lavoro”. Mario Trinidad, El Pais, novembre 2009.

Allora? Ritorno al protezionismo degli anni '30? O libero cambio e globalizzazione senza limiti? 
I paesi periferici dell’euro soffrono le condizioni della convertibilità, hanno perso la politica di scambio e monetaria e sono, in qualche modo, condannati alla stabilità dell’euro basata sulla produttività tedesca. L’alternativa è più debito (che è ciò che hanno fatto) o adeguamento (che è quello che credono di fare). Nessuna delle due è una soluzione strutturale.
Forse, cambierà la produttività?
Migliorerà la distribuzione? Favorisce l’accumulazione? Rafforza l’esportazione? Molto probabilmente no.

Il quarto dilemma è la separazione tra la politica monetaria e la politica fiscale.
Adesso, la BCE può comprare debiti dei paesi. Inoltre, i bilanci nazionali, prima di essere sanzionati, dovranno passare per un controllo di consistenza dell’UE. Avanzano verso la centralizzazione della politica monetaria e di cambio insieme alla fiscale. Un ridisegno dell’UE. Ma continuano a mancare le materialità che fanno l’integrazione economica e sociale.
La Costituzione Europea è fallita per il timore della diminuzione degli stipendi che crea, a Parigi, l’idraulico polacco. Politica monetaria e fiscale comune, ma troppe differenze.

Quinto dilemma. Dani Rodrik (2007) ha segnalato che lo Stato-nazione, la democrazia e la globalizzazione attuale sono compatibili solo a due. 
L'approfondimento della globalizzazione o il libero cambio, o si finisce con la democrazia o con la sovranità nazionale.
L’UE, con la crisi, ha diminuito la sovranità fiscale nella zona ma senza rafforzare lo Stato comunitario. Le abissali differenze di produttività- tra le altre cose- rendono difficile far immaginare un unico Stato europeo, europeizzato (invece di globalizzato) la sua economia ed una vigorosa democrazia.

Per ora, salviamo una lezione per gli integrazionisti, che pretendono di avanzare senza integrazione sociale e territoriale il paese e senza raggiungere previamente accumulo, produttività e un modello di esportazione nazionale consistente.
Un’altra per i neoliberali innamorati di una moneta comune estranea alla materialità comune; ed un ripasso sulla manifesta incompatibilità della globalizzazione attuale (l’OMC) con la democrazia e la sovranità.
La crisi greca non ci serve per ricordare il nostro 2001.
Consente di ripensare le lezioni che, in tanti anni di decadenza economica e sociale, ci rifiutiamo di incorporare al pensiero, confusi dal successo derivato dalla spinta esterna.

Fonte: http://www.revistadebate.com.ar//2010/05/14/2880.php

Tradotto per Voci Dalla Strada da VANESA

2 commenti:

  1. Ricordo che la crisi del 2001 in Argentina e non posso fare un parallelo. Con l'esperienza pensiamo che la nostra società si occupa di una fase di crescita nel pensare e che non dipende tanto sul mercato, ma ovviamente ben coperto dallo Stato.

    RispondiElimina
  2. Purtroppo tutto oggi dipende dal "Mercato", anche l'esistenza delle persone!
    Siamo govrnati dal Mercato e non dallo Stato!
    ;(

    RispondiElimina

Avvertenze da leggere prima di intervenire sul blog Voci Dalla Strada

Non sono consentiti:
- messaggi pubblicitari
- messaggi con linguaggio offensivo
- messaggi che contengono turpiloquio
- messaggi con contenuto razzista o sessista
- messaggi il cui contenuto costituisce una violazione delle leggi italiane (istigazione a delinquere o alla violenza, diffamazione, ecc.)