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11 aprile 2010

LA GRECIA E' OVUNQUE: 3° TAPPA DELLA GRANDE CRISI...


di Michael R. Krätke

All'ombra della crisi finanziaria, fiorisce soprattutto in Europa l' affare del debito pubblico. Dato che gli Stati sono i migliori debitori che un creditore possa desiderare.
Alla crisi bancaria e finanziaria è subito seguita, come era prevedibile, la crisi economica globale. E ad entrambe viene a sommarsi ora la crisi delle finanze pubbliche, la terza fase della Grande Depressione. Debito, colpa ed espiazione, una lotta pugnace: i cittadini devono provvedere al generoso salvataggio delle banche. Il debito pubblico rapidamente rafforzato è utilizzato come un pretesto per inculcare questa logica.
Alcuni piccoli paesi - islandesi del Nord, i greci del Sud - si schierano nel resistere all’assurdo dominante e si rifiutano di pagare la crisi. Dalla sera al mattino, i debiti di terzi si sono trasformati in un problema di tutti.

Secondo le ultime cifre del FMI, cinque degli Stati del G-8 hanno un deficit pubblico superiore al 100% del PIL, con Giappone in testa (200%), Germania e Canada si trovano, per ora, al di sotto della soglia del 100%; i membri dell' UE, Spagna, Portogallo, Italia e Grecia, sfiorano, o sono al di sopra di questo limite. Mai prima, in tempi di pace, era salito in modo così estremo il deficit pubblico nei paesi capitalisti sviluppati come  successo dall’inizio della crisi finanziaria mondiale a fine del 2007.
Solo nel 2009, i titoli delle obbligazioni, emessi dalla Repubblica Federale Tedesca, sono cresciuti fino a raggiungere la cifra di mille miliardi e 692 mila milioni di euro. Solo nel 1995- quando veramente si sono fatti sentire i costi della riunificazione- il salto del debito pubblico tedesco era stato maggiore. Nei paesi della OCDE, il livello medio dei deficit pubblici è arrivato a raggiungere il 80% del PIL, ed in pochi anni potrebbe arrivare a superare in modo generalizzato il segno del 100%. La Grecia è ovunque.

Più di 8 mila miliardi di euro

Gli economisti si trovano divisi in materia di debito pubblico. Uno Stato che contrae troppo poco debito pubblico, mal baratta il futuro; uno Stato con troppi creditori (cioè quelli che devono riscuotere il debito), rovina l’economia nazionale. In Germania, come in tutti i paesi governati da neoliberali, impera come un concerto il dogma, secondo il quale il debito pubblico è un male e in se e di per sé, conduce all' inflazione, alla tassazione esorbitante e al fallimento dello stato. Si cerca di far dimenticare, contando per questo sul potere dei mass-media, la connessione tra la crisi finanziaria, riscatto bancario e esplosione del debito pubblico. Invece, si intona la canzoncina del risparmio e dei tagli con il ritornello dello “Stato sociale insostenibile”.
Non c’è nessun motivo per il panico. Nessuno Stato europeo deve andare in bancarotta. Neanche i greci devono ridare quei quasi 300 mila milioni di euro (circa un 130% del loro PIL), ma devono limitarsi alla ri-finanziazione regolare, e cioè: sostituire gradualmente i vecchi debiti per un nuovo debito. In senso stretto, questo non dovrebbe rappresentare il minimo problema.
Lo Stato, dotato di monopolio fiscale e monetaria, è di gran lunga il migliore debitore. A differenza delle grandi banche, può solo dichiarare bancarotta quando tutta l’economia nazionale è rovinata. Ma, nonostante la crisi, questo non può succedere in nessun paese dell’UE.
Ovunque crescono i debiti dello Stato,  sempre più il debito è collocato sui mercati finanziari, di solito ansiosi di comprare, anche con guadagni di quotazione, perché i prestiti offerti sono, e di gran lunga, sottoscritti. Neanche la Grecia ha avuto problemi all' inizio dell’anno a mettere nei mercati finanziari il triplo del debito. In tutta l'UE, nel 2008 sono stati emessi più di 650 miliardi di euro per debito pubblico, nel 2009 sono stati più di 900 miliardi e nel 2010, secondo le stime più prudenti, supereranno l' 1100 miliardi di euro. L’insieme degli Stati dell’UE hanno più di 8000 miliardi di euro inscritti al Debe. Gli USA ci accompagnano con più di 2300 miliardi di euro di debito pubblico fresco. L’affare con i titoli del debito pubblico fiorisce come non mai.
  • -Perché, allora, l’inquietudine nei mercati finanziari? 
  • -A cosa si deve la repentina preoccupazione per il debito di Grecia, Italia, Spagna, Portogallo o Irlanda? 
  • -Perchè la paura di una bancarotta pubblica, nella quale, chiaramente, i mercati finanziari credono più di chiunque altro? 
Adesso come prima, i pacchetti del debito pubblico greco, spagnolo e portoghese si comprano come pane appena sfornato, sono così desiderati come i titoli pubblici tedeschi. Naturalmente, con succoso carico per i rischi, che rende molto più proficuo l’affare con quei pacchetti.
Il debito pubblico è più vecchio del capitalismo moderno. La bancarotta dello Stato è stata in altri tempi- prima della scoperta del deficit pubblico permanente- un metodo ben collaudato di cui si servivano i governanti per sottomettere i loro creditori, che hanno reagito con interessi esorbitanti. Nei nostri giorni, la falsa demagogia sui pericoli di una bancarotta pubblica è un mezzo estremamente efficace di sottomettere i governi, i popoli e nazioni volutamente sovrani, agli interessi dei mercati finanziari. Se il credito di uno Stato si trasforma effettivamente in debito, questo serve principalmente ai creditori, e oggi, e come regola generale, i creditori non sono altri Stati ma bensì investitori privati, banche, compagnie di assicurazione e fondi. Una considerevole parte della ricchezza di una nazione va a finire nelle loro tasche.

I semplici tassi del deficit e del debito pubblico dicono poco circa l’effettivo rischio debitore. Ovviamente, i luminari dell’economia che formano la classe politica adorano questi tassi perché sviano l’attenzione rispetto alle vere debolezze dell’economia nazionale (ad esempio,l’estrema dipendenza nella quale si trova la Germania, dalle sue esportazioni)- Si semplificano,anche, molto bene i tassi di interesse, il rapporto tra entrate fiscali e gli interessi dovuti sul debito ogni anno. Quando, come in Grecia, gli ingressi fiscali danno poco in se (perché le èlite pagano appena le tasse, la crisi economica riduce l’entrata fiscale e i rincari delle tasse sono sparate in alto dagli speculatori e agenzie di rating) allora i tassi d’interesse salgono velocemente fino al 30 o il 40%. Quando questo succede, cioè, quando il servizio del debito pubblico crea uno strappo nella finanziaria pubblica, il paese colpito cade effettivamente, nella trappola debitrice. Per evitare questo, dobbiamo ridurre l'onere degli interessi. Una comunità come quella formata dagli euro-paesi potrebbe riuscire in questo nel modo più semplice, rinforzando la credibilità di un membro come la Grecia senza bisogno di caricarsi di un solo cent del suo debito pubblico. Con questo si disfarebbero di tutti i bisogni populisti della Merkel e compagnia.
Sono stati e continuano ad essere le banche- in questo caso, europee, i compratori  del debito pubblico greco, i detentori dello stesso ed i principali responsabili della crisi finanziaria: assicurazioni e istituti bancari francesi, svizzeri, tedeschi sono i principali creditori, seguono a molta distanza le banche britanniche e statunitensi. Le banche portoghesi possiedono quasi tanto debito pubblico greco come i nord americani. 

Snebbiare con l’inflazione?

Non ci sono dubbi: i deficit pubblici possono mischiarsi con una vigorosa inflazione che svaluti i titoli del debito e riduca gli interessi nominali che lo Stato deve pagare per quei titoli. Ma per essere d’aiuto a breve termine, l’inflazione dovrebbe correre al galoppo. Nonostante un crescente debito pubblico su scala mondiale, oggi è praticamente impossibile, perché, dato che esistono sovracapacità strutturale in quasi tutti i comparti dell'economia, i prezzi possono a mala pena aumentare. Per adesso, chi impulsa i prezzi è lo Stato, ed anche alcune grandi corporazioni aziendali capaci di controllare l’energia e le risorse: questo non basta per una iperinflazione.

Quale via d’uscita rimane? Bene, per una volta e per un cambiamento, perché non procedere con la saggezza, piuttosto che zelo dogmatico e richieste populiste? Non c'è bisogno di farlo con un solo centesimo del debito pubblico greco, che potrebbe aiutare i greci in modo semplice ed efficace. Ad esempio, con eurobonds o crediti della Banca Centrale Europea (BCE). In questo momento, sarebbe sufficiente per contenere una norma speciale che consente alle banche centrali dell’eurozona di accettare il debito pubblico e obbligazioni della Grecia e di altri paesi dell’eurozona.
Per evitare nel futuro crisi di questo tipo, avrebbe più senso cambiare le regole. Non ha nessuna logica economica  che lo statuto della BCE proibisca di comprare e avere un debito pubblico dei membri dell’eurozona. Conforme a questa assurda regola, la BCE, ha inondato nei mesi scorsi le banche europee con crediti di poco valore, rifiutandosi, allo stesso tempo, di sostenere con crediti gli Stati membri. Quello che è successo, invece, è che le banche europee- per iniziare le tedesche- hanno preso prestiti ad interessi infimi della BCE per, a sua volta, offrirli come prestiti allo Stato greco ad interessi altissimi. Bell’affare. Ackerman (1) e compagnia sono fascinati.

Non si tratta solo di sciocchezze, la cosa ha un metodo. Con la paura della bancarotta pubblica e la minaccia di un caos monetario in caso di caduta dell’euro, si promuovono ulteriori “riforme” neoliberali. In Spagna, Italia, Portogallo e Gran Bretagna: è ovunque all'ordine del giorno il pensionamento a 67 anni. Ovunque devono vedersela coi cittadini- non i proprietari del capitale e del patrimonio- con drastici aumenti delle tasse. Ovunque si tagliano i servizi pubblici, ovunque si riduce il settore pubblico. Spinta adesso dalla pretesa situazione d’emergenza finanziaria dello Stato,  irresponsabilmente avanza la privatizzazione dei beni pubblici. I greci sono massacrati, i portoghesi schiacciati, si affilano con degna cura per la miglior causa, i coltelli contro la Spagna. De te fabula narratur.

NOTA:
1-   (1)  Josef Ackermann è il presidente esecutivo della Deutsche Bank, la principale banca privata tedesca.
Micheal R. Kratke, membro del consiglio Editoriale di Sin Permiso, è professore di economia e diritto fiscale nell’Università di Amsterdam, ricercatore associato all’Istituto Internazionale di Storia Sociale della stessa città e professore di economia politica e direttore dell’Istituto degli Studi Superiori dell’Università di Lancaster nel Regno Unito.

Fonte: Revista Sin Permiso

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