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22 aprile 2010

DA COPENHAGEN A COCHABAMBA


di Franz Chávez
IPS News

Un nuovo modo di lottare contro il cambiamento climatico sarà messo alla prova nella città di Cochabamba, nella regione centrale della Bolivia, quando si aprirà la Conferenza mondiale dei popoli sul cambiamento climatico e i diritti della Madre Terra, che intende riunire rappresentanti dei governi e migliaia di attivisti da tutto il pianeta.
Le organizzazioni sociali che hanno organizzato l’evento, previsto dal 20 al 22 aprile, annunciano una piattaforma alternativa a quella della quindicesima Conferenza delle parti [Cop15] dell’accordo quadro delle Nazioni unite sul cambiamento climatico, conclusasi a dicembre 2009 con un fallimento nella gelata Copenhagen.
La difesa della Madre Terra, sbandierata dal presidente boliviano Evo Morales, può contare su una rete di 240 movimenti popolari e indigeni, organizzazioni non governative, attivisti e intellettuali che affermano la necessità di elaborare una carta dei diritti del pianeta.
I principali obiettivi dell’incontro sono organizzare un referendum globale dei popoli sul riscaldamento del pianeta, elaborare un piano di azione per un tribunale di giustizia climatica e precisare nuovi impegni da negoziare nell’ambito delle Nazioni unite. Le priorità di questa agenda sono: debito ecologico, rifugiati e migrazioni indotte dai cambiamenti climatici, riduzione delle emissioni, adattamento ai cambiamenti climatici, trasferimenti di tecnologia, finanziamenti, foreste, visione comune e popoli indigeni.

«Noi attivisti di diversi movimenti sociali, riteniamo che il momento attuale sia caratterizzato dalla prepotenza degli Stati uniti, dell’Unione europea e delle multinazionali per come si è espressa a Copenhagen» e che «cercano di non fare nulla per bloccare il riscaldamento del pianeta», dice l’appello di convocazione del summit.

Tra queste organizzazioni ci sono, l’Alleanza sociale continentale, Amici della Terra dell’America latina, la Central sindacal de las Américas, la Marcia mondiale delle donne, la Campagna 350.org, Via Campesina e molte altre.

Evo Morales aprirà l’incontro il 20 aprile. Le organizzazioni identificano «una crisi ‘di civiltà’ del capitalismo» e denunciano «una logica sacrificale, predatrice e patriarcale» che si evidenzia «nell’aumento della presenza militare, delle basi militari e delle occupazioni ‘umanitarie’ in tutto il mondo». La guerra, l’occupazione di mercati e territori e la militarizzazione che punta al controllo delle risorse naturali sono considerati come mezzi usati dal capitalismo per risolvere la propria crisi.

La Conferenza dunque punta rafforzare il diritto al «buen vivir» contrapposto al principio economico della crescita infinita. A differenza di quanto accaduto a Copenhagen, dove i paesi industriali cercavano una soluzione per la riduzione delle emissioni di gas serra che non fosse vincolante, a Cochabamba i movimenti popolari aspirano a farsi sentire.

«I popoli indigeni e le organizzazioni sociali per molto tempo non hanno avuto voce. È un movimento che si è sviluppato in modo sotterraneo, nelle campagne e nei settori periferici delle città», dice l’ambientalista Carmen Capriles, del ramo boliviano della Campagna 350.org. I loro saperi, come agricoltori e allevatori, «li portano a identificare le variazioni del clima da cui dipende la loro vita», aggiunge Capriles.

La Campagna 350.org si riferisce alla soglia di 350 parti di CO2 per milione che gli scienziati identificano come il «massimo limite di sicurezza» per evitare la catastrofe climatica. Capriles considera necessario creare nuovi movimenti che abbiano la capacità di generare proposte alternative e indurre i paesi ricchi ad apportare cambiamenti strutturali alle proprie economie.

L’incontro di Cochabamba la particolarità di «essere organizzato con e per i popoli indigeni, a differenza di qualsiasi altra conferenza mondiale tenuta finora», dice Stanislaw Czaplicki, economista boliviano specializzato in temi ambientali. Czaplicki è stato a Copenhagen come membro della società civile e ha coordinato diverse reti di movimenti ambientalisti giovanili latinoamericani.

«I popoli e le organizzazioni sociali sono già una corrente mondiale in difesa del pianeta – aggiunge Czaplicki – e la società civile ha un ruolo forte nello sviluppo delle politiche pubbliche su questo tema, ma ancora difetta di rappresentanza di giovani e di donne». Czaplicki aggiunge che in Europa esistono movimenti politici che respingono i modelli economici che danneggiano l’ambiente ma non esprimono un pensiero anticapitalista e non si discostano dalle istituzioni finanziarie internazionali.

Sono correnti di pensiero che compaiono nei paesi dove la crescita economica ha già danneggiato l’ambiente, ma in quelli dove è ancora possibile scegliere un modello economico differente. Dove però ci sono altre contraddizioni: nel caso della Bolivia, per esempio, aggiunge l’economista, «le politiche opposte al capitalismo e all’industrializzazione inquinante non hanno prodotto un cambiamento nel modello di estrazione di materie prime». Ogni anno, per esempio, la deforestazione colpisce 300 mila ettari di foresta. «Manca una sintesi», dice Czaplicki.
Teoria e pratica devono venire insieme, ha detto.

Da leggere: Due nomi con la stessa dignità

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